Cattivi pensieri. L’intervista a Susanna Schimperna…

Scrivi “Brutto è parola inammissibile” e anche “Negro è diventato un insulto”. Mi sembra che dai grande importanza alla parola, alle parole. Che cos’è per te la parola?

Suono, prima di tutto. E poi è un mezzo per ordinare e capire il mondo. E poi ancora è un modo di rappresentare noi stessi quando tentiamo di comunicare con gli altri. Io per esempio ho la presunzione di capire se e quanto una persona mi interessi solo attraverso la parola, pronunciata o scritta.

“Il calzolaio e il professore di latino hanno più probabilità di essere maestri di vita di quanto loro stessi pensino”. Chi sono stati i tuoi maestri?

Mia madre. Non ho mai conosciuto una persona più intelligente e completa di lei, sotto ogni punto di vista. Sembrava che nulla le fosse sconosciuto, nessuna idea, nessun pensiero, nessuna abilità, nessun sentimento. Tra l’altro la donna più bella che mi sia capitato di incontrare, e non credo che quella bellezza fosse un caso. Se ho potuto leggere e capire i classici fin da piccolissima, se la maggior parte delle idee che sentivo proporre dai “grandi” come originali e provocatorie mi sembravano roba già sentita, già superata, era perché a casa parlavamo di tutto, sempre, e a un livello di cui solo dopo ho capito l’altezza.

Dici che la Verità è una e “fierezza e idee grandiose contro relativismo e minimalismo” ma anche a proposito di anarchia “Dunque relativismo, non violenza…” Come si conciliano queste due affermazioni, aldilà del diritto a contraddirsi che tu descrivi in una parte del libro?

Il relativismo degli incamminati, questo vorrei difendere. Giusto pensare che le nostre idee e noi stessi siamo meritevoli di ogni passione, ma giusto anche non diventare degli ossessi, specialmente quando si opera un salto dalle singole idee a strutture più complesse, come la democrazia, la tirannia, l’anarchia. L’elasticità è una caratteristica sana e da preservare. Altrimenti si finisce attaccati a sistemi di pensiero che sono come quelli costruiti da Marx, da Freud: ne tocchi un pilastro e crolla tutto.

“La coscienza che prende il comando e ci aiuta ad autoregolarci, per il bene nostro e altrui”. Come ci si comporta quando due coscienze che si autoregolano ma contrastanti si confrontano (ad esempio stanziali/nomadi)?

Non c’è una coscienza degli stanziali e una dei nomadi. Ci sono singole coscienze e diversi livelli di evoluzione di queste coscienze. Se cose semplici come un autentico rispetto, il non danneggiare sé e gli altri, la protezione dei deboli e il desiderio di migliorarsi non sono condivise, difficile parlare di coscienza che prende il comando… A proposito di nomadi, però, devo aggiungere che ormai si tratta di un equivoco. Rom e Sinti non vengono più riconosciuti come nomadi e loro stessi non si riconoscono tali. Oggi nella nostra società sono dei paria, in qualche modo. O comunque, più definibili come paria, come intoccabili, che come nomadi.

Perché il senso di appartenenza e le radici le declini con una valenza negativa? Noi siamo, anche perché apparteniamo. Essere plasmati dalle radici è male ma plasmarsi senza tenerne conto non lo trovi solipsista?

E’ il tentativo che dobbiamo fare. Non so se sia solipsista, se lo è non mi spaventa perché lo spavento vero è nella cosa in sé, nell’aspirazione di liberarci da ogni appartenenza e radice. Non ce la faremo mai davvero, credo sia ovvio. E’ doloroso e duro, ovvio anche questo. Ma già soltanto desiderarlo e provarci è fondamentale. “Noi siamo perché apparteniamo” è un gradino. Quello successivo è “noi siamo perché cerchiamo di capire a cosa e perché apparteniamo”. Poi c’è il gradino “noi siamo perché cerchiamo di essere liberi da”. E’ in questa dialettica, non certo solo intellettuale ma carnale ed emotiva, che possiamo avere la speranza di dire un “noi” che sia forte, che possa resistere all’imprevisto e all’impensabile.

“Ci lasciamo turlupinare dall’assurda e liberticida idea che si possa imparare attraverso l’esperienza altrui raccontata in parole, mentre i maestri – quelli veri – possono sollecitare, affascinare, far arrabbiare, provocare. Ecco la loro funzione. Non quella di trasferire contenuti”. In questa tua affermazione ci trovo la contrapposizione tra sapere occidentale e sapienza orientale, ma io tra le due visioni non trovo contrapposizione ma complementarietà. Mario Grossi che progetta secondo quanto raccontato nei testi della ”Scienza delle costruzioni” è lo stesso che cerca di ripetere i movimenti del suo maestro di kendo Junji Endo. È solo una questione di priorità o gerarchica. Cosa ne pensi?

Credo che potresti aver ragione in via teorica, ma dove trovi oggi questa sapienza orientale? Non nelle scuole dell’Asia. Non nei movimenti spiritualisti occidentali che si rifanno all’Oriente. In ogni caso, abbiamo e abbiamo avuto maestri – guru – anche qui. Silvio Ceccato, che cito nel libro, è stato uno di questi. Claudio Rocchi, anche lui molto citato, è stato uno di questi. Ci vuole spessore, ci vuole personalità, per essere maestri. Non basta sapere, bisogna essere. E allora cosa importa di dove si è, cosa contano Occidente o Oriente. C’è un punto in cui ci si riconosce tutti, e gli insegnamenti sono identici.

Per i carnivori non c’è altra soluzione che diventare vegetariani?

Questa è una domanda divertente. Perché non mi immagino i carnivori disposti ad ammettere di avere un problema a cui dover trovare una soluzione. In effetti, hanno ragione loro. Finché non raggiungono quel livello di consapevolezza e di coscienza lì, ha poco senso cercare di convincerli con discorsi e dati sui danni al pianeta, le malattie, la sofferenza degli animali, la sottrazione di risorse. Ci vuole uno scatto interiore per abbandonare la carne (e il pesce, naturalmente). Ancora una volta, qui si misura e si dimostra quanto l’intelligenza razionale non sia sufficiente, neppure se si è molto intelligenti. E non è soltanto questione di egoismo, menefreghismo e golosità, davvero. Quando la mente inconscia decide, sovrascrive tutto, anche la più smodata golosità per la carne. Purtroppo non siamo in grado di sapere quando prenderà queste decisioni, che assomigliano a “illuminazioni” e riguardano tutti i campi della nostra vita. Possiamo cercare di darle le informazioni, di metterci la nostra volontà. Il “timing”, però, non è in nostro potere. Perché la nostra mente inconscia è sapiente, se la lasciamo in pace, e di conseguenza sceglie lei il momento giusto.

Nell’appendice la frase di Caetano Veloso che citi: ”Lo dico spesso: se fosse dipeso da me, Elvis Presley e Marilyn Monroe non sarebbero mai diventati delle star” mi risulta oscura e non la riesco ad inserire nel contesto generale. Puoi indicarmene il senso?

Se quella di prima era una domanda divertente, questa è acutissima. E’ vero, non si capisce il senso di questa citazione. Te lo spiego. Veloso, musicista brasiliano per chi non lo sapesse, ha scritto uno splendido libro di memorie (di cui io riporto nel libro alcune righe che parlano della povertà). Per apertura mentale, per esperienze di vita e direi anche per talento (io tendo a pensare che chi abbia talento artistico possa sempre, anche solo per questo, dirmi qualcosa che vale la pena che io ascolti), Veloso ha dei gusti interessanti e raffinati, ma nessuna, proprio nessuna snoberia, e nessuna voglia di stupire. La sua affermazione, che attacca due miti, forse i due massimi miti pop che abbiamo, va perciò assolutamente presa per quel che è: di Presley e della Monroe lui non riconosce la grandezza e il suo non riconoscimento non vuole essere, e non è, provocatorio. Ecco allora che in una sola frase, dichiarando un suo gusto, Veloso dice qualcosa di assolutamente inusuale ma in modo piano, senza avere l’idea di poter apparire bizzarro. Sicuramente sarebbe molto stupito di sapere che proprio questa sua frase è stata messa nell’appendice di un libro insieme ad altre di Proust, di Garibaldi, di Marcuse, di Kant. Ma il giorno in cui tutti sapremo dire cose inusuali perché le pensiamo davvero e non con l’intenzione di farci notare, e invece di suscitare cori di ovazioni o di contestazioni queste cose verranno prese sul serio e tranquillamente discusse, forse saremo un po’ più liberi.

a cura di Mario Grossi

Leggi anche la recensione al libro CLICCA QUI

 

 

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