Roma capoccia der monno infame…

“Roma capoccia der monno infame…”. Così recitava l’adagio di una vecchia canzone di Antonello Venditti dei favolosi anni ’70. E così sembra che, sulla falsariga di quei magici versi, l’incantesimo si sia realizzato. Roma la grande, la bella, la romantica e maestosa Urbe, ma anche la Magna Mater di bande di intrallazzoni, magheggioni ed “accattoni” d’ogni sorta e tipo. Quella fauna che credevamo sparita, magari relegata ai ladri di biciclette di rosselliniana memoria o ai gobbi del Quarticciolo o agli squallidi accattoni, tanto magistralmente descritti da Pasolini, quella fauna invece, leggendo le cronache di questi giorni, ora te la ritrovi lì, addirittura nel cuore delle istituzioni capitoline, nel ruolo di sottobosco del malaffare che gira e fiorisce attorno alle mille attività di una metropoli se non, addirittura, nelle stanze dei bottoni della politica.

Inutile latrare di ideologie, di Neri, di Rossi o finanche di partiti da “ripulire”. Quello nostro è un male che viene da molto più lontano. E’ il frutto del sedimentarsi di plurisecolari situazioni di corruttela, inefficienza, spreco e noncuranza, a cui oggidì, come benzina sul fuoco, si sono aggiunte delle particolari contingenze storiche e geopolitiche. Che non ci venissero a dire che l’Urbe prima di Alemanno o di Marino era gestita come un orologio svizzero, perché sappiamo benissimo tutti che non è mai stato così, anzi. A parte il glorioso periodo dell’antica Roma, il fortunato intermezzo tra Rinascenza e Barocco, la breve parentesi della gestione Nathan ed il Ventennio (con tutte le sue luci e ombre…), Roma è stata per secoli mal gestita e, troppe volte, lasciata a se stessa ed agli appetiti dei vari invasori e profittatori di turno che, nei loro via vai, hanno contribuito alla grandezza di tanti, troppi musei e raccolte d’arte stranieri. Le bellissimi e romantiche vedute piranesiane e le immagini dei vedutisti, ci sono testimoni di una città il cui splendido patrimonio artistico giaceva abbandonato in mezzo ad erbacce, mandrie di pecore e cortigiane appollaiate sulle sue rovine…certo, abbiamo visto che Roma ha poi anche conosciuto parentesi di gloria e di esaltante creatività, ma è sempre tutto rimasto confinato a determinati momenti.

La tanto esaltata modernità, dal secondo dopoguerra in poi, ha portato ad una disordinata crescita urbanistica, accompagnata da speculazioni e malversazioni d’ogni sorta e tipo. Alienanti quartieri-dormitorio, cresciuti in spregio a qualunque forma di rispetto per chi vi sarebbe andato ad abitare, le ville edificate in aree archeologiche (vedi Appia Antica, sic!), il traffico urbano cresciuto a dismisura, senza alcun criterio o controllo che dir si voglia, il trasporto pubblico carente, il Tevere lurido ed inquinato all’inverosimile, lo splendido patrimonio artistico ed architettonico romano, impietosamente esposto a smog ed intemperie varie ( ed a cui si è iniziato a provvedere da pochi anni a questa parte…). Potremmo continuare con un elenco tale che non basterebbero cento e passa pagine.

Rimane il fatto che i problemi di Roma non li hanno certo creati le ultime due giunte, ma sono frutto di ben più antichi retaggi, a cui va però aggiunta una mala fede accompagnata ad un’incapacità di fondo tutta italiota. Ora, per esempio, la gogna mediatica all’insegna del buonismo e del politically correct, va ai “cattivacci” di turno, a quello strano “trait d’union” rosso-nero, a quel multicolore comitato d’affari che, a detta di lor signori, faceva e disfaceva i corrotti fati di Roma Capitale. Ed allora, giù mazzate ed alti improperi di condanna. “Anatema, vergogna!” per “quei compagni che sbagliano e fanno loschi affari con la Belva nazi-fascista, con la Bestia Nera…”, di volta in volta rappresentato da qualche reduce dei plumbei ’70 e da qualche sua stantia e compromettente amicizia malavitosa e che ora, per questo, si vedrà accollare, italico more, di tutto e di più.

Tangenti, Mafia, Camorra, Gomorra, ‘Ndrangheta, ora addirittura la regia della rivolta popolare di Tor Sapienza (sospetto insufflato con mistico ardore da, guarda un po’, tale Gabriella Errico, titolare della “29 Giugno”, la “umanitaria” cooperativa che gestiva i “poveri minori” poi sfrattati da Tor Sapienza, sic!) e quella degli scontri da stadio e, perché no?, la morte o la sparizione di qualche minorenne da rotocalco televisivo alla “Chi l’ha visto?” sino ad arrivare, statene certi, all’accusa di essere un agente al servizio di lor signori, gli Extraterrestri Rettiliani.

Ma facciamola finita! Non saremo certo noi, a difendere le “singolari” scelte di vita di certi personaggi, ma che non ci venissero però a riproporre il solito e melenso ritornello italiota dei “cattivacci”, sulle cui spalle accollare di tutto e di più. Sappiamo benissimo che dietro il malaffare, in tutte le sue espressioni, si celano i Poteri Forti del Mondialismo, quegli stessi Poteri che hanno deciso di fare del nostro povero e disgraziato Bel Paese, una specie di sudicio e miserando Ostello per sbandati, profittatori, emarginati e poveri di tutto il mondo. Un disegno ben preciso, volto a realizzare la Globalizzazione della Miseria, perché i più stiano peggio, per permettere ai pochi di profittare ancor più agevolmente. E tutto questo alla faccia della dignità, della decenza, del benessere e della libertà dei popoli sottoposti a questa “terapia”. Parlare, additare singoli, evocare ed ammiccare a situazioni e parametri ideologici del passato è, non solo sinonimo della più totale ignoranza e mancanza di coscienza, riguardo a quanto abbiamo poc’anzi detto su certi disegni ma, anche e soprattutto, di una malcelata e disgustosa malafede riguardo ad un altro scottante dato di fatto.

“L’occasione rende l’uomo ladro”, recita più o meno, un ben collaudato adagio popolare. Ora, l’aver pensato di poter impunemente creare, con apposite leggi e leggine, un sistema di tali e tanti generosi finanziamenti e stanziamenti pubblici, destinati a chi apre cooperative specializzate per assistenza e solidarietà per immigrati, rom e compagnia bella, senza che questo generi una ragnatela di inghippi e mazzette da capogiro, per accaparrarsi tanto ben di Dio, beh, allora bisogna essere animati da una criminale deficienza! In un paese come il nostro, particolarmente caratterizzato da una collaudata tradizione criminale, creare “de lege” certe situazioni, è come gettare benzina sul fuoco. A noi poveri fessi, cotanta profusione di stranieri ed allogeni, in piena libertà di pascolo sull’italico suolo, sembrava cosa strana ed oggetto di più di un interrogativo. Da tempo si vociferava su soldi, sovvenzioni e quant’altro, a costoro elargiti attraverso chi sa quali, occulti canali. Poi la verità, o per lo meno una parte di essa, è venuta fuori. Ma sbaglia, si illude, chi crede nei proclami giustizialisti; il disegno mondialista va avanti senza intoppi. E’ solo una questione di cambio guardia. Forse certi personaggi, certe realtà, erano troppo stantie. Certe parti politiche troppo ammuffite e compromesse. Magari si doveva colpire al basso ventre dell’amministrazione capitolina, per colpire altrove. Per spazzare via vecchi equilibri della politica nazionale ed instaurarne di nuovi.

Il Globalismo cambia pelle e nel farlo, non esita a sacrificare senza alcun riguardo, i suoi precedenti tirapiedi, così come abbiamo visto fare agli USA con tutti i propri alleati, più o meno fedeli. Un’armata di giovani ed incompetenti yuppies, sta portando al completo smantellamento dell’Italia, come realtà politica, economica e sociale. Ma anche al conclamato ed irrimediabile fallimento, dello sdolcinato buonismo progressista e dei suoi ipocriti modelli di forzata convivenza, che i vari scandali odierni hanno mostrato essere inapplicabili ed assolutamente incompatibili, con la realtà ed il substrato socio-economico del nostro paese. Rimane l’immagine di una Roma “capoccia”, sì, ma di un degrado ed un abbrutimento che, da regina tra le città del mondo, l’ha rapidamente fatta discendere a fogna-suk per masse anodine ed alienate, accomunata da uno squallido destino, a tutta l’Europa e l’Occidente e che solo un forte sentimento di riscatto e giustizia, senza se senza ma, potrà risollevare. 

Umberto Bianchi

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