Roberto Farinacci. Storia del Fascismo…

Quella che segue è l’introduzione di Davide Gonzaga al libro di Roberto Farinacci Storia del Fascismo (Aga editrice, 2014, € 23,80 CLICCA QUI).

La redazione

 INTRODUZIONE AL PRIMO VOLUME. Roberto Farinacci.
 Isernia – 16 ottobre 1922.
Vimercato – 28 aprile 1945.
Fascista. Fascistissimo.
 Di lui sono stati coniati epiteti quali “suocera del regime” o “ras di Cremona”.
Direttore del quotidiano cremonese “Il Regime Fascista”.
Si racconta che Mussolini fino all’ultimo sfogliasse, di prima mattina, dopo il Popolo d’Italia proprio il suo quotidiano e leggesse con interesse il fondo di Farinacci.
 Esagerazione? 
Può essere.
 Resta il fatto che Farinacci,  da capostazione di una piccola stazione vicino a Cremona (Villetta Malagnino), ha vissuto a fianco di Mussolini (scontrandosi con lui in numerose circostanze) diversi momenti chiave della storia del fascismo.
 Segretario del Partito Nazionale Fascista dal gennaio 1925 al marzo 1926, assume la difesa di Amerigo Dumini, coinvolto nel rapimento e nell’uccisione del deputato del Partito Socialista Unitario Giacomo Matteotti.
 Costretto alle dimissioni torna a Cremona dove si dedica alla direzione del giornale, che dal gennaio 1926 reca come intestazione “Il Regime Fascista” e non più “Cremona Nuova”.


Con Mussolini i rapporti non sono sempre positivi.
 Allontanato dalla segreteria per far posto al più moderato Augusto Turati si riavvicinerà al Duce in occasione del rilancio in chiave internazionale del ruolo dell’Italia.
 In particolare la proclamazione dell’Impero nel 1936, la guerra in Spagna e l’avvicinamento alla Germania nazionalsocialista creano un nuovo e fecondo rapporto tra i due.
 L’avvicinamento alla Germania hitleriana coincide con l’approvazione delle Leggi Razziali che Farinacci accoglie positivamente.
 Spesso accusato di scarso interesse per la cultura nel 1939, in realtà, istituisce il Premio Cremona che si tiene per tre anni fino al 1941 con la partecipazione di personalità quali Ugo Ojetti, Ardengo Soffici e Giulio Carlo Argan.
Dal 1934 al 1943, inoltre, affida al filosofo Julius Evola la direzione dell’inserto culturale “Diorama filosofico”, che lo fa diventare un importante cenacolo tradizionalista.

Il crollo del regime a seguito della riunione del Gran Consiglio del 25 luglio 1943 lo porta a rifugiarsi in Germania, dalla quale tornerà per riprendere le pubblicazioni, a partire dal 28 settembre 1943, del quotidiano del quale è ancora direttore.
Catturato dai partigiani il 28 aprile 1945 viene condotto a Vimercate dove viene fucilato dopo un sommario processo.

Un fascista, dunque, che il fascismo lo ha costruito.
 Lo ha vissuto.
 Si è battuto.
 Ha perduto.
 E’ morto.
 Ecco perché pubblicare un testo come “Storia del fascismo”   assume, ancora oggi, un’importanza fondamentale.
 Ecco perché, oggi, è necessario ancora occuparci del fascismo storico.
 Ma non solo. 
I n questi anni quante volte è capitato di incontrare quella particolare connotazione del fascismo quale aggettivazione polemica quotidiana.
 Lo studioso Stanley Payne in “A history of fascism” sottolineava come fascista è per lo più utilizzato come connotazione negativa e assimilato a “violento”, “brutale”, “repressivo”.
 Non si tratta di sconfessare.
 Non si tratta di negare.
 Si tratta di tracciare un percorso di ricerca.

E’ necessario, al contrario, essere lucidi.
Quella nebbia va diradata.
E’ necessario tornare ad ascoltare direttamente quelle voci che di quei fenomeni sono stati protagonisti e contestualizzarle in quel tempo, senza per questo dimenticarne la freschezza e, parola desueta oggi, il furore vitale.
 Ci si addentri, dunque, in queste pagine.
 In questo primo volume l’arco di tempo considerato va dall’immediato dopo guerra all’impresa di Fiume.
 Il lettore è immediatamente accolto da un titolo significativo: 1919.
 Il 1919 segna la fine del Primo conflitto mondiale.
 L’Italia figura tra le nazioni vincitrici, ma lo scontro che aveva diviso il paese tra neutralisti e interventisti si trascina e segmenta la società italiana.
Farinacci segue con attenzione partecipata e, ovviamente, partigiana l’evolversi della situazione.
Sfilano le figure più note della classe dirigente.
 Seguiamo la nascita degli Arditi, le prime manifestazioni operaie, gli echi della rivoluzione bolscevica, la nascita dei Fasci di Combattimento il 23 marzo 1919.
 Farinacci afferma che con l’adunata di Piazza San Sepolcro: ”Era, in nuce, tutto il fascismo” (pag. 75).
 Il paese si radicalizza. 
Le posizioni sono inconciliabili. 
I primi scioperi generali. 
Fino al 18 aprile 1919, dopo alcuni scontri a Milano, che segna per Farinacci “il primo atto della guerra civile”.
 Per Farinacci è in atto lo scontro tra chi grida “Viva la Patria” e coloro che fin dal tempo del neutralismo hanno guardato oltre i confini dell’Italia: socialisti, giolittiani, democratici, liberali e popolari.

Un intero capitolo (il numero 6) è dedicato all’inizio di quello scontro epocale che dividerà famiglie, amicizie, affetti.
Seguono pagine e pagine di scontri, di violenze reciproche, di sangue, di devastazioni.
 Sono pagine che vanno lette non per futile giustificazionismo o melassoso buonismo ex post, ma perché dalle parole, dalle atmosfere, dalle circostanze è possibile capire.
Per tanto troppo tempo abbiamo letto delle violenze fasciste come fossero il comportamento di un nugolo di sanguinari a senso unico, ma abbiamo pure letto per tanto troppo tempo un certo giustificazionismo per eccessi che ci sono stati e che Farinacci in più di una circostanza in queste pagine riconosce.
 Fu un triennio, dal 1919 al 1922, decisivo.
 Furono centinaia i morti.
 Da ambo le parti si susseguivano agguati, incendi, assalti a sedi di partito, a giornali, a singoli cittadini.
 Nulla fu più come prima.
 La storia accelerava e sulle strade l’urto assumeva il carattere inesorabile dei passaggi d’epoca.

Nel frattempo la vecchia classe dirigente liberale barcollava, arretrava, cercava accordi ma non appariva in grado di fermare, secondo Farinacci, l’inesorabile.
Dalle trattative al tavolo della Pace di Parigi alle inchieste sulla disfatta di Caporetto sfilano, secondo Farinacci, personalità politiche ormai incapaci di cogliere ciò che sta accadendo: Orlando (il Wilsoniano, secondo Farinacci, che non sa opporre altro che qualche timido diniego al trattamento riservato all’Italia al tavolo della Pace), Nitti (che “diede esca al tumulto per paura del tumulto” nei primi giorni della guerra civile e dimostratosi vile nei confronti di D’Annunzio e dell’impresa di Fiume), Giolitti (l’uomo dell’intrigo, oggi diremmo della politica dei due forni, per “opprimere la violenza dei rossi con la violenza dei fascisti”).
 Costoro appaiono più come fantasmi di un tempo che inesorabilmente li sta rifiutando piuttosto che statisti in grado di reggere le sorti di una nazione.

Per Farinacci uno squillo d’azione, di ribellione e di coraggio appare profilarsi con l’impresa di Fiume.
 La prosa farinacciana si fa densa, si avverte addirittura una accelerazione come se non riuscisse a domare lo stato di eccitazione.
 Fiume annessa all’Italia diventa per Farinacci “il respiro di gioia dei fiumani, il grido di tutto il popolo” (pag. 119).
 L’intero capitolo 12 non a caso lo intitola “Fiume contro Roma” perché “L’impresa di D’annunzio ci rivela, prima di tutto, nella sua parte negativa più appariscente, una protesta dei combattenti contro gli alleati e una dimostrazione di sdegno e di sprezzo contro il governo italiano.
 Poi nel suo aspetto più intimo e sostanziale, fu un atto d’amore per Fiume che, sotto la violenza straniera, chiedeva aiuto alla Patria” (pag. 121).
 I congressi del Partito Popolare, del Partito Socialista e le elezioni del 1919 sembrano solo sfiorare il suo interesse, che torna a battere per l’”ebbrezza” fiumana.
 Grande il dolore che, infatti, accompagna la conclusione del governo fiumano che Farinacci racconta nel capitolo intitolato “Il Natale di sangue”.

Ma gli scontri nel frattempo continuano. 
Infuriano nelle fabbriche e nelle campagne.
Farinacci, cremonese di adozione, vive da vicino lo scontro tra proprietari, fittavoli e braccianti.
 I contadini, sostiene, avevano acquisito grazie alla guerra una nuova coscienza rivendicativa, ma questa andava guidata per non cadere nel bolscevismo “miraggio della socializzazione collettiva”.
 Nella sua Cremona aspro si fa lo scontro con il sindacalista cattolico Guido Miglioli.  
Sono gli anni nei quali al blocco della produzione agricola fa seguito il boicottaggio che passa sotto il nome di crumiraggio.
 Farinacci era stato socialista interventista come Mussolini.
 Ma una volta espulso dal partito, pur manifestando una sorta di rispetto per la figura di Lenin e pure per la rivoluzione bolscevica (che definiva sostanzialmente una rivoluzione contadina e non esportabile in Italia) non poteva certamente essere definito un fascista di sinistra.
 Diversi anni dopo, non a caso, durante la Repubblica Sociale Italiana dalle colonne del suo giornale stigmatizzava quelle che lui definiva derive “socialisteggianti” ed eccessivamente “sinistroidi”.

In quegli stessi anni, però, esplode anche la questione operaia. 
Farinacci ne parla nel capitolo 14 “L’occupazione delle fabbriche”.
 Nelle pagine di quel capitolo scorre il racconto del rapporto tra La Confederazione del Lavoro e i dirigenti del Partito Socialista.
Un Partito che Farinacci definisce incapace di fare la rivoluzione perché tutto era viziato da un problema interno insuperabile: “i capi si battevano contro la rivoluzione per il controllo delle industrie, i gregari per la rivoluzione” (pag. 184).
 In tutto questo la sconfitta operaia non poteva che essere fatale e prevedibile, perché continuava: “(…) il nemico era dentro di loro, era la loro incapacità” (pag. 185).
 In questi e in altri temi si sostanzia la testimonianza preziosa di un protagonista di quegli anni che il lettore ha il compito di afferrare e sul quale riflettere.

INTRODUZIONE SECONDO VOLUME. 


Tutto il secondo volume della “Storia del fascismo” rientra nel più ampio obiettivo della Marcia su Roma, che appare dalle pagine di Roberto Farinacci una promessa, una certezza, un destino.
La scena si apre con l’anno 1921.
 Un anno complesso e pieno di insidie per il giovane movimento mussoliniano.
Poco in fondo è trascorso dall’adunata di Piazza San Sepolcro, ma cominciano a farsi strada le prime crepe, i primi distinguo, le prime differenze.
 Il vitalismo dei giovani accorsi in quel 23 marzo, acceso successivamente dalle speranze estetiche e rivoluzionarie di Fiume, dal sindacalismo rivoluzionario e nazionale di diversi militanti comincia a entrare in rotta di collisione con il desiderio di ordine e autoritarismo  che alberga in particolare nelle campagne, meglio conosciuto come fascismo agrario.
 Di fronte a queste difficoltà è necessario, invece, dare una identità al movimento, che non può accontentarsi di rimanere un pugno di volontari generosi.
 E’ indispensabile individuare con precisione chi combattere, come combattere e per cosa.

In tutto questo alberga la domanda di fondo: il fascismo cos’è?
 E’ una sintesi di tendenze difficilmente conciliabili?
Esiste un solo fascismo?
Non è necessario cadere nelle secche di certo schematismo classista di matrice marxista per riconoscere l’esistenza almeno di due idee di fascismo: uno urbano e antiborghese, l’altro agrario, violento e antibolscevico. 
Di queste due anime ne restano tracce evidenti nella stessa storia del fascismo, nel suo passaggio da movimento a regime, nelle sue modernizzazioni e nei suoi fallimenti, nei suoi slanci in avanti e nelle sue ritirate programmatiche. 
Ad una destra antisocialista e antibolscevica, si contrappone un fascismo di sinistra che bene ha raccontato Luca Leonello Rimbotti nel suo “Il fascismo di sinistra”, pubblicato dalle Edizioni Settimo Sigillo nel 1989.
Un movimento, però, non può crescere se al suo interno non si crea una sintesi tra posizioni. 
Mussolini questo lo sa.
Per questo decide di intervenire. 
Un primo colpo  lo assesta il 21 maggio 1921 con un’intervista al “Giornale d’Italia” nella quale rilancia l’orientamento “tendenzialmente repubblicano” del fascismo.
 Spostando l’asse della questione dall’interno del movimento all’esterno Mussolini gioca la carta vincente.
 Nella scelta tra repubblica e monarchia (che non viene comunque sconfessata) non c’è solamente una scelta istituzionale sulla sfondo.
 Sul piatto c’è la figura di Giolitti che, come sostiene Farinacci, ha tentato di usare i fascisti contro la sinistra socialista e comunista. 
Farinacci esalta quell’intervista, le parole di Mussolini sono:”uno squillo rivoluzionario contro il patrio giolittismo” (pag. 304).
Il fascismo, dunque, si libera secondo Farinacci della zavorra della vecchia classe dirigente e vede profilarsi la meta: Roma.
 Intanto in Parlamento, dopo la caduta nel giugno 1921 del governo Giolitti, cominciano le trattative del nuovo governo che sarà affidato nel luglio dello stesso anno a Ivanoe Bonomi.

In mezzo a tutto questo gli scontri tra fascisti e antifascisti continuano. 
L’estate del 1921 è un’estate di sangue. 
Mentre al Governo, in alcuni settori del fascismo, in alcuni settori del mondo sindacale si prospetta l’idea di una pacificazione nazionale il 21 luglio a Sarzana si consuma l’eccidio di un gruppo di fascisti.
Farinacci parla di “giorno nefasto di Sarzana” (pag. 347) che a suo avviso cambia per sempre il ruolo dei fascisti in Parlamento, da quel momento “all’opposizione di ogni Governo”.
 In quell’estate, ricorda Farinacci, a fronte del patto di pacificazione che non regge solo la nascita di un partito “(…) contro tutte le fazioni” potrà essere decisivo: sta per nascere il Partito Fascista.

Roma.
7 novembre 1921. 
All’Augusteo comincia l’assise che lancerà la nascita, il 9 novembre, del Partito Nazionale Fascista.
 Il capitolo 7 del testo di Farinacci è un dossier, un racconto, un distillato di emozioni, di ricordi, di osservazioni.
 Scrive Farinacci :”Più che una discussione, il Congresso fu una professione di fede e un inno a questa coscienza politica” (pag.363).
 Sfilano in quelle pagine i riferimenti più visibili e importanti per il nascente Partito: Roma repubblicana, Mazzini, il Risorgimento, la Prima Guerra Mondiale, Vittorio Veneto; così come vengono affrontati alcuni nodi essenziali quali, per esempio, il rapporto tra lo Stato e la Chiesa. 
Altro capitolo importante lo Stato, inteso in senso etico e il popolo, da inserire armonicamente nella storia della Nazione.
 Nazione che si forgia nell’orgoglio di appartenenza, da intendersi in chiave spirituale e in senso razziale. 
In quelle ore, all’Augusteo, ci ricorda Farinacci (sulla scorta delle parole di Mussolini),  che : “il fascismo si preoccupi del problema della razza: i fascisti devono occuparsi delle salute della razza con la quale si fa la storia” (pag. 368).
 Lo spettro del bolscevismo, vendetta ebraica contro il cristianesimo; la finanza mondiale in mano agli ebrei sono temi fondativi.
 Per Farinacci, fin da subito, va posta la questione “giudaica”.
 Si dirà, e giustamente, è l’aria che si respira non solo in Italia, non solo al congresso del P.n.f.
 Non si può, ovviamente, in poche note risolvere una questione che affonda nella contingenza, ma che ci porta molto lontano.
Ciò che importa mettere in evidenza è che questa posizione intransigente lo accompagnerà lungo tutto il ventennio: dalla legislazione razziale del 1938 all’entusiastico avvicinamento alla Germania nazista.
La stessa protezione accordata al sacerdote don Tullio Calcagno (fondatore e direttore della rivista “Crociata Italica”) durante la Repubblica Sociale, noto per le sue posizioni fortemente antisemite, può essere letta in quella direzione.

Ma torniamo a quel 1921.
Dopo la nascita del Partito i mesi seguenti saranno dedicati alle costruzione delle componenti organizzative.
 Mentre nel paese scoppiava lo scandalo della Banca di Sconto e il Mezzogiorno d’Italia affrontava una crisi economica e sociale profondissima nasce la Confederazione dei Sindacati Nazionali, le Avanguardie e i Gruppi Femminili.
 Viene affrontato anche il tema dello squadrismo che non poteva più essere delegato al potere del singolo “ras”, ma andava disciplinato.
 Antropologicamente, dunque, si stanno gettando le basi per l’uomo nuovo fascista.

Il 1922 si apre con le dimissioni di Bonomi sostituito il 26 febbraio da Luigi Facta.
 Nasce quello che Farinacci definisce “il governo degli esclusi”.
 Il successivo precipitare degli eventi che porteranno alla Marcia su Roma e all’incarico a Benito Mussolini sono stati variamente interpretati dagli storici per tentare di comprendere se ci furono e quali furono le responsabilità delle diverse forze in campo.
 La classe dirigente fotografata da Farinacci appare slabbrata, divisa, codina.
La sinistra da anni è animata da sentimenti contraddittori: da una parte vorrebbe fare la rivoluzione, dall’altra si accontenta di una serie di riforme più o meno radicali.
 Il Partito Popolare nelle campagne insegue il bolscevismo mentre in Parlamento cerca l’accordo con le istituzioni liberali.
 I partiti legati al vecchio mondo liberale cercano di approfittare dei fascisti per liberarsi dei comunisti.

Resta il fatto che, nonostante il carattere partigiano delle considerazioni di Farinacci, il variegato mondo antifascista appare in questi mesi sempre più diviso e come attonito spettatore a quanto sta per accadere.
 Farinacci, da parte sua, dimostra di avere le idee piuttosto chiare.
 Come affermato in apertura di questa introduzione la Marcia su Roma nella testa di Farinacci appariva da tempo un destino.
La primavera del 1922 vede, tra l’altro, l’acuirsi dello scontro nelle campagne.
Ferrara, Bologna e anche la Cremona di Farinacci sono il teatro di scontri sanguinosi.
Proprio a Cremona gli scontri sono pesanti contro socialisti e cattolici, tanto che alcuni squadristi arrivano a distruggere e a incendiare l’appartamento del sindacalista Guido Miglioli.
 A pagina 422 Farinacci racconta dell’arrivo alla Camera della notizia della devastazione dell’appartamento di Miglioli, provocando reazioni violente tra i banchi antifascisti.
Per Farinacci il Governo tenta inutilmente di trovare un accordo che oggi si definirebbe trasversale coinvolgendo tutti i partiti antifascisti, fino a quando Mussolini il 19 luglio getta il guanto della sfida affermando che: “(…) se per avventura da queste crisi dovesse uscire un Governo di violenta reazione antifascista, prendete atto, onorevoli colleghi, che noi reagiremo con la massima energia e con la massima inflessibilità. Noi alle reazioni risponderemo reagendo” (pag. 426).
 Per Farinacci è il segnale della crisi estrema. 
Del punto di non ritorno.

In pochi giorni vengono nominati e  “bruciati” alcuni candidati alla Presidenza del Consiglio, prima di arrivare a riconfermare l’Onorevole Facta.
 Il capitolo 13 intitolato L’estrema agonia sintetizza la convinzione di Farinacci che stanno per arrivare i giorni decisivi.
 In mezzo agli scontri di piazza che proseguono incessantemente Mussolini annuncia per il 24 ottobre a Napoli il Consiglio Nazionale del Fascismo 
Mussolini è perentorio.
 Ormai è chiaro: non c’è più alcuna possibilità di intesa tra l’Italia di Vittorio Veneto e l’Italia parlamentare.
 Ciò che accade dopo sembra già scritto.
 I quadrumviri, il raggruppamento delle squadre, le occupazioni dei municipi, delle prefetture, delle stazioni sono tappe di un destino che per Farinacci è sempre più chiaro.
 Resta il Governo.
 Resta il Re.

Quante volte in tutti questi anni in molti si sono domandati cosa sarebbe accaduto se quei cavalli di frisia posti a difesa di Roma contro i fascisti fossero diventati avamposti di baionette fumanti?
 “Perchè”, scrive Farinacci, “i trecentomila uomini in grigioverde, armati di tutto punto non si decidono a sopprimere i male armati, o disarmati fascisti? Perchè non difendono il Governo, e lo Stato, che il Governo rappresenta?” (pag. 467)
. Eppure, continua Farinacci, il Governo tentenna.
 Un Governo che secondo Farinacci: “si fa vivo adesso che è morto”. 
Le ore si fanno concitate. 
Facta sottopone al Re lo stato d’assedio. Il Re non lo firma.
 Farinacci conclude: “Finalmente l’Italia avrà pace”.
 Mussolini, ricevuto dal Re, che in questo passaggio è accanto al nascente governo,  così saluta Vittorio Emanuele III :”Sire vi porto l’Italia di Vittorio Veneto”.
“Mussolini era il Duce di tutta l’Italia”.
Con queste parole si chiude il libro.
Zeev Sternehl in “Nascita dell’ideologia fascista”, Baldini e Castoldi, scrive :”Chiunque persista, quindi, a considerare il fascismo nient’altro che un portato della Grande Guerra, un semplice riflesso difensivo della borghesia, si condanna all’incomprensione di questo fenomeno cruciale del Novecento”.
Per rispondere ai quesiti di chi non si condanna all’incomprensione, per rispondere ai quesiti di chi sa che la realtà è sempre prismatica la testimonianza di Farinacci è necessaria.
Tra le altre.
Insieme alle altre.

Davide Gonzaga

Bibliografia essenziale.
Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Einaudi, 1965.
 Marco Tarchi, Fascismo. Teorie, interpretazioni e modelli, Laterza, 2003.
(a cura di) Marco Tarchi, Diorama filosofico. Problemi dello spirito nell’etica fascista: antologia della pagina speciale di Regime Fascista diretta da Julius Evola, Europa, 1974 .
Enzo Collotti, Fascismo fascismi, Sansoni, 1989.
 Renato Pallavidini, Fascismo o fascismi, Edizioni all’insegna del Veltro, 2013.
 Zeev Sternhel, Nascita dell’ideologia fascista, Akropolis, 1984. 
Ernst Nolte, I tre volti del fascismo, Sugar, 1966.
 Costanzo Preve, Una nuova storia alternativa della filosofia. Il cammino ontologico-sociale della filosofia, Petite Plaisance, 2013.
 Luca Leonello Rimbotti, Il fascismo di sinistra, Edizioni Settimo Sigillo, 1989.

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