Ridateci il muro di Berlino (o analogo)

Venticinque anni fa andò giù IL muro. Non un muro qualsiasi ma QUEL muro. Il muro che si voleva dividesse il bene dal male, la democrazia dalla dittatura, la libertà dal gulag, il capitalismo dal comunismo, l’Ovest dall’ Est. Era odioso, certo. Come sono sempre odiose le barriere che vietano il movimento, l’accesso, la libertà di transito fisico e intellettuale, materiale e spirituale. Il cemento armato, il filo spinato non si possono amare: si possono solo odiare e sperare che vengano tirati giù, o prima o poi. Così è stato… Eppure, eppure…

Eppure, quel muro era un anche un simbolo. Un simbolo detestabile – abbiamo già detto –  ma come tutti i simboli era fonte di sogni, fantasie, forse illusioni: varco d’accesso a un immaginario più roseo di quanto la realtà lasciava sperare. Era, QUEL muro, il simbolo di ciò che avremmo ottenuto, in termini di Europa e di nazione, se solo si fosse riusciti ad abbatterlo, se solo fosse crollato. E’ crollato ma, con lui, sono crollati pure i sogni e le speranze di un’altra Europa, di una Nazione che non è nata dalle sue macerie ma c’è finita sotto, schiacciata, sepolta.

L’Europa che volevamo non è quella che abbiamo sotto gli occhi oggi, a venticinque anni di distanza: l’Europa delle banche, del peggior capitalismo possibile, quello finanziario; del consolidamento e dell’espansione americana nel nostro continente, della servitù militare, economica, culturale e politica. Un’Europa indistinguibile dal modello che ci viene imposto, quasi ormai senza resistenza, da di là dell’Atlantico. Noi sognavamo l’Europa dei popoli, non delle banche; l’Europa dell’umanesimo del lavoro, non quella che immiserisce sotto il martello spietato di un capitalismo che più vacilla e più crea disoccupazione, sottoccupazione, precariato (quando va bene), morti sul lavoro a strage continua, che non vengono manco più ritenute degne di notizia sui giornali; un’Europa unita in un unico disegno geofisico e geopolitico, non lo scarabocchio partorito a Strasburgo, e la chiamano Ue, incapace persino di darsi una carta costituzionale; un’Europa padrona del suo destino, anche militare, non quella che va a combattere, e manda a morire i suoi figli,  per interessi che non solo non sono i suoi ma sono addirittura contrari ai suoi; un’Europa capace di riannodarsi alle radici della sua cultura e di darle il respiro dell’oltre postmodernità, non quella appiattita sugli stereotipi televisivi dei format “grandi fratelli” e ultra e ultra…

Niente di tutto questo ha oggi un orizzonte plausibile. Il vecchio muro di cemento armato è stato sostituito da un muro di gomma virtuale capace di assorbire e respingere all’indietro ogni tentativo di perforazione e superamento. Il vecchio muro di Berlino lasciava comunque spazio all’immaginazione di un’Europa e di un mondo diversi. Questo nuovo non lascia presagire che la riproduzione all’infinito della sua stessa identica formula:  capitalismo ad oltranza, capitalismo sempre, profitto capitalista a qualsiasi costo. E poco vale confidare nelle sue crisi. Le sue crisi, e l’ultima, la più recente ne è la palese dimostrazione, vengono sempre fatte pagare a chi capitalista non è: ai lavoratori, dipendenti o autonomi, alle piccole imprese, ai paesi del terzo mondo strangolati dalla rapina e costretti a esportare mano d’opera a basso costo per sopperire alla nostra denatalità, salvo poi negarle persino il diritto di cittadinanza.

Il comunismo dei paesi reali era una maledizione, certo. Un sistema che per difendere la sua utopia mai avverata si era costruito radicalmente come stato polizia, e che polizia!!! impedendo non solo la libertà fisica, ma quella di pensiero e di spirito, non merita di essere rimpianto. Però,  guardate bene quello che succede oggi dentro il nostro “migliore dei mondi possibili”: sicuritarismo, controlli personalizzati con mezzi sempre più scientificamente sofisticati, militarizzazione del territorio, galere che somigliano ogni giorno di più a celle della morte,  norme legislative che inaspriscono le pene anche per reati di opinione. Ebbene, cos’ha questo nostro da invidiare ai vecchi stati di polizia dell’Est comunista? La democrazia? Ah! sì, la democrazia… Quella cosa che pretendiamo di esportare con le armi in casa altrui e che in casa nostra esercitiamo con una scheda nell’urna che delega e delega e delega, fino a non sapere nemmeno più a chi delega…

Ridateci un muro. Un muro vero, col filo spinato e le sentinelle di guardia… Piazzatelo dove volete: in Padania o in Provenza, sulle Scogliere di Marmo o nella Valle dei Templi, “a Vienna o a Parigi, a Buda o a Stettino…”. Un muro da detestare, da odiare tanto da volerlo abbattere… Un muro che ci restituisca almeno l’illusione, se non la speranza che al di là ci sia ancora un sogno di civiltà europea da realizzare. E di libertà…

miro renzaglia

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