Elogio della moto avventura
Da Saint Exupery alla moto filosofia

Era tutto iniziato quasi come un giuoco. La sfida, la voglia di superare se stessi, confrontandosi con climi e contesti estremi. E poi la voglia, l’impulso a conoscere nuovi spazi, sulle ali di una brezza costante. Ecco, questa è stata la spinta che mi ha portato a spingermi sino al sud del Marocco, toccando due volte la penisola iberica. Non mi bastava aver già percorso in moto Sardegna, Grecia, Spagna, Croazia, Montenegro, Bosnia, Turchia e, qua e là, l’Italia; dovevo vivere quell’esperienza che, di un semplice motociclista, avrebbe dovuto fare un vero viaggiatore: quella dello spazio aperto e del vuoto par excellence, magnificamente rappresentata dal deserto. E cosa di meglio se non il Marocco, antico regno di fuoristradisti e facile porta d’accesso all’Africa sub sahariana, turistico e servito da una discreta rete di strade asfaltate, in grado di garantire spostamenti sulle lunghe distanze in tempi, tutto sommato, accettabili, in ispecial modo per chi, come il sottoscritto, si sarebbe mosso con una moto di categoria “endo-touring”, dalle buone performances stradali, in grado di affrontare stradacce sconnesse e piccoli tratti di fuoristrada, anche a pieno carico.

Così, a bordo della mia Suzuki V-Strom 650, con più di 70.000 km. di viaggi alle spalle, il 9 di Agosto, complice l’alta stagione e la mancanza di posti sul traghetto Genova-Tangeri, mi imbarco a Civitavecchia, destinazione Barcellona, per iniziare quella che, senza mezzi termini, posso definire una graduale discesa verso il Nulla. Percorro un primo tratto di strada, sino ai primi contrafforti del deserto, con un altro motociclista conosciuto in traghetto.

Inizialmente il panorama in Marocco ha molto di Mediterraneo ma, attraversata la catena dell’Atlante, i collinari panorami mediterranei, lasceranno vieppiù sempre più spazio ad immensi altopiani o a passi montani via via sempre più desertici, circondati da tavolati montuosi lontani ed immoti. Dopo Merzouga, primo e turistico assaggio di deserto marocchino, il mio compagno di viaggio tornerà a Roma ed io proseguirò in totale solitudine. Da quel momento in poi, unico e vero mio compagno di viaggio sarà Lui, il Deserto, nelle sue mille forme e sfaccettature.

Stepposo o pietroso Hammada, o sabbioso e dai colossali contrafforti montuosi ingialliti dall’impietosa azione del vento, affiancato da silenti spiagge atlantiche, da scogliere a picco sul mare o da ridenti gole montane, come nel Dadès, il Deserto è lì che ti segue, implacabile e silenzioso, caldo ed assolato o, incredibilmente, freddo e nebbioso.

Il Deserto è anche e, prima di tutto, spazio, uno spazio dilatato all’infinito, che tutto sembra contenere ed informare di sé. Spazio sono quegli “oued”, immensi canyon, all’interno dei quali scorrono corsi d’acqua che vanno poi a sfociare in lingue di sabbia senza fine, rompendo d’un tratto la monotonia di un panorama. Spazio sono le deserte spiagge atlantiche senza fine, che si succedono, tra una scogliera e l’altra senza soluzione di continuità. Spazio sono le immense “palmeraie/oasi”, ficcate in gole che squarciano gli altipiani desertici. Spazio, quello che marca la distanza tra tavolati montuosi immoti e sperduti, nelle sconfinate lande desertiche. Ad accompagnare il tutto, un silenzio innaturale, che sembra voler parlarti diritto al cuore, quasi a voler smuovere l’apparente immobilità di un panorama immoto.

Ed ecco immense dune smosse dal vento, camminare ed invadere impunemente quella sottile lingua d’asfalto chiamata “strada”, quasi a voler sottolineare la totale indifferenza ed onnipotenza del Deserto, di fronte alle piccole realizzazioni umane. Ecco, all’improvviso a fianco della strada, spalancartisi un immenso ed azzurro lago salato, circondato da dune deserte ed aridi tavolati senza soluzione di continuità, in un fantasmagorico scenario, da musica dei Pink Floyd. Arrivi a Tarfaya, cittadina-avamposto nel cuore del deserto, da cui la leggendaria figura di Antoine De Saint Exupery, lo scrittore-pilota, partiva a bordo del suo aeroplano per svolgere i suoi avventurosi servizi di posta aerea e ti rendi conto che sei nel cuore della  “fines de tierre/fine del mondo”.

Nell’antichità questi erano i territori che si dipanavano sotto alle fatidiche Colonne d’Ercole, oltre ed attorno ai quali era il Nulla, il Mistero…e questa sensazione la avverti tuttora, sin nelle midolla. Tutto sta lì ricordarti il mito senza tempo di Perseo che, con la testa di Gorgone, fulmina il titano Atlante, da Zeus costretto a sorreggere il mondo, per aver osato ribellarglisi. Il titano cade pietrificato e dal suo corpo, nasce la catena dell’Atlante. Ma Atlante era anche il saggio sovrano e legislatore della mitica isola di Atlantide, poi sprofondata nell’Oceano sconfinato ed i cui sfortunati superstiti avrebbero attraversato e colonizzato quelle lande, recando seco un’antica sapienza che rimarrà sommersa nella polvere dei secoli…Tutto qui sembra parlarti di miti senza tempo e di immani sconvolgimenti.

Un po’ più a nord, verso Meknès, ci sono i resti di Volubilis, eretti ad ultima, silenziosa e “volubile” frontiera prima degli spazi desertici e le cui rovine romane spiccano per l’eleganza e la grazia con cui si slanciano in un arido altipiano, oggi rimasti a silenziosa testimonianza di un tempo che fu e di un ambiente ostile che tutto inghiottisce, inesorabile. Mentre a nord ovest i resti di Lixus, ci riportano ad una località una volta considerata uno dei due Giardini delle Esperidi mentre, poco più in là, verso Est, pitture rupestri ci parlano dell’immagine di un mondo verde e ridente che fu. Atlantide o che altro? Mentre muovendo su, a nord, verso la regione libica, ci ritorna in mente l’antica leggenda dell’esistenza del lago Tritonide, nelle acque del quale Atena, appena partorita dalla testa di Zeus, secondo la tradizione Pelasgica, fu bagnata e sulle rive del quale, per errore, uccise la sua amica di giochi Pallade durante un combattimento per scherzo, armata di lancia e scudo, e per questo, in segno di lutto, avrebbe aggiunto al proprio nome l’epiteto Pallade.

Quando percorri queste lande senza fine, è come trovarsi al punto di congiunzione tra Essere e Nulla, dove tutto sembra fermo, immoto ed il Tempo sembra scorrere in modo impercettibile. La calma che questi luoghi ti trasmettono, sembra preludere a  qualcos’altro, forse alla ragion d’essere di tutte le cose. Qui tutto sembra sia in potenza, frutto ed espressione di quel “Chaòs” da cui tutto proviene e torna. Da questi scenari sconfinati capisci quale valenza l’antica teologia egizia attribuisse, sempre a quell’idea di “Chaòs” che, raffigurato dall’iconografia del serpente Apophis, pronto ad inghiottire tra le sue spire l’intero creato, ci riporta sempre all’immagine di un deserto-oceano che tutto avvolge nelle sue spire annichilanti.

Qui l’Essere di cui tanto parlava Parmenide, sembra dilatarsi a dismisura. Ti rendi conto anche della reale pregnanza del termine arabo “Al Wujud/Essere”, ma forse, ancor più di “Irfan/Gnosi”, perché qui dove lo sguardo si estende all’infinito, vedere molto, significa conoscere molto. Vedere molto, senza vedere nulla, perché il Deserto è, innanzitutto, Nulla, per l’appunto. Allah “è”, ma è anche indissolubilmente invisibile ed inconoscibile, generando la più nera disperazione nell’Arcangelo Gabriele che non potrà mai scorgerne le fattezze, al pari dell’Uno del Neoplatonismo e della Gnosi, che non “è”, a causa della sua natura aliena da tutto il resto, Essere incluso. E’ sempre la muta potenza dell’Essere, che ti fa rendere conto del perché il Profeta si ispirò qui, nel deserto, al pari di Cristo, di San Giovanni o delle varie figure di anacoreti senza tempo. Qui è la strabordante presenza dell’Essere, ma anche la compresenza del Nulla, che fanno sì che il mistico Sufi si presenti quale “At Tasawuff/Colui che è ricoperto di lana”.

Sempre qui puoi toccare con mano quello che, il presocratico Anassimandro definiva come “Apèiron/Infinito” e che, qualche bel cervello di gallina occidentale, frettolosamente, stigmatizzò come l’espressione di una filosofia ancora ingenua e primitiva, dimentico che, di fronte a certi spettacoli, ti rendi conto che, anche la materia, pietra, acqua, sabbia e cielo, ma anche lo spazio senza limite, l’Infinito, finiscono con il divenire sostanza vivente, tutte parlanti un linguaggio muto, ma che sicuramente colpisce al cuore, facendoti capire anche, perché, ogni volta che il deserto lo hai attraversato, gli occhi ti si sono riempiti di lacrime…

Lo stesso silenzioso linguaggio con cui il Deserto ti parla, sembra riecheggiare in città come “Casà/Casablanca”, in cui l’Occidente europeo sembra disfarsi, al suo contatto con la cultura araba e berbera. Qui stile coloniale, edifici governativi, medine e mercati coperti, si fondono in una curiosa amalgama dal sapore vagamente romantico e decadente, accanto a palazzi Liberty ingrigiti dall’onnipresente traffico, sgangherati localacci notturni ed a caffè dall’atmosfera francese, che danno l’idea di un posto in cui si viva tanto alla giornata, in attesa di non si sa che…

Concludo idealmente il mio viaggio, davanti agli splendidi colonnati dell’Alhambra di Granada, non senza aver prima girovagato per due giorni, lungo le splendide coste sabbiose dell’Andalusa Tarifa, che tanto sembrano voler portare un refolo di Nord Africa su quel pezzo di Europa che lì, a Granada, conobbe l’apogeo della civiltà araba. Il Califfato andaluso, raramente attraversato da ventate di fanatismo, fu sede di dotti e studiosi d’ogni risma, che dettero vita ad una civiltà fiorente. Quando sorsero problemi, molti “moriscos” poterono trasferirsi in Nord Africa, in ispecial modo in Marocco, dove per molto tempo ancora, la civiltà araba continuò a mandare i suoi ultimi bagliori. E mi ritorna a mente l’esempio del grande filosofo aristotelico medioevale Averroè, in fuga dalla Spagna della sua epoca, in quel momento in preda ad attacchi di fanatismo rigorista, nel ruolo di rifugiato di alto livello a Marrakesh. Ecco, la filosofia, la cultura, possono essere anche questo: pensiero calato nella realtà, contemplazione-azione, traduzione di determinate istanze interiori in splendide architetture esteriori e non solo sterile accademismo e linguaggi magniloquenti senza sbocco.

Il Viaggio è uno di quei propellenti maggiormente in grado di disattivare la connessione binaria Spazio-Tempo a cui la odierna civiltà è strettamente legata, in favore di quella ternaria di Spazio-Tempo-Essere, decisamente declinata tutta in favore di quest’ultimo. Elemento primario del Viaggio è il moto perenne, un Divenire che finisce con il coincidere con lo Spazio che si percorre e si contempla.

Ecco, attraverso un cavallo meccanico, frutto dell’umana Techne, si realizza quella muta sintesi tra Essere e Divenire, quell’ “ereignis/eventuarsi”, quel “satori”, che nessuna vuota parola, potrà mai realizzare, ridando senso all’intera vicenda dell’Occidente e del suo pensiero. Il viaggio si fa così metafora vivente di un plurimillenario percorso che, a partire dall’Odissea, vive dell’ansia del mai riuscire ad arrivare alla meta, ma, paradossalmente, si arricchisce lungo un percorso senza fine.

E così, mentre in cuor mio rivolgo un ringraziamento alla figura di Antoine de Saint Exupery, oramai assurto all’immortale ruolo di patrono di tutti noi viaggiatori un po’ folli, la memoria mi ritorna, per un istante, sul lungomare di Tangeri dove, nell’ accostarmi a due poliziotti marocchini per chiedere dove fosse il porto, i due, con aria incuriosita, mi chiedono di dove fossi. Ed io: “Italiano, di Roma, la capitale”. E sempre i due, con fare divertito: “As Roma o SS Lazio?” Ed io di nuovo, senza esitazione: “AS Roma, naturalmente…”.

Umberto Bianchi

 

 

 

 

 

 

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