Antonio Pannullo. Attivisti…
Quando “uccidere un fascista non è reato”

Alla fine della lettura, si rimane comunque frastornati. Domandandosi ad esempio, con gli occhi di chi legge oggi ,ma di che mondo si sta parlando, di quale Italia, ma come è potuto succedere tutto ciò. Chi legge, e  non ha avuto sentore di quei periodi e di certi non fatti, ma orribili “fattacci” può legittimamente mettere in dubbio la veridicità di quanto con certosina precisione riportato nei volumi di Pannullo. La cosa atrocemente drammatica è che tutto quello che l’autore con grande senso della misura e, altrettanta fermezza ha messo, o per molti di “noi” rimesso sotto gli occhi, corrisponde al vero.

Attivisti (Settimo sigillo Edizioni, 2014 € 39 CLICCA QUI), è costituito da due volumi. Il primo dedicato alla cronologia, degli attentati, aggressioni,  intimidazioni operati per almeno un paio di decenni nei confronti di simpatizzanti e militanti schierati a Destra. Decenni, che nella loro aspra virulenza, sembrano appartenere a ere geologiche fortunatamente scomparse. Il secondo volume, è con l’attenzione rivolta alle sezioni del Msi, o del Fdg. L’autore ne fa una efficace cronistoria, individuandole quartiere per quartiere, narrandone le singolari peculiarità di ognuna, e esaltandone le figure di riferimento di ogni singolo ambiente.  Luoghi questi, che fra l’entusiasmo e il laborioso attivismo dei militanti, a partire dagli anni settanta, furono scenario di vicende impensabilmente crudeli. “Nelle sezioni  romane del Msi quando uccidere un fascista non era reato” come l’autore ha inserito quale sottotitolo della sua opera.

Penso con immutato dolore, solo come strazianti esempi, a episodi quali quelli “del rogo di Primavalle” dei fratelli Mattei, o alla strage di Acca Larenzia. Quest’ultima come ben osserva Pannullo, fu un passaggio discriminante, per una parte di quella generazione, che sentendosi (non a torto) braccata per ogni dove, operò  la scelta di fare il salto nel buio della clandestinità e del terrorismo. Pannullo, nel suo poderoso lavoro, è riuscito a mantenere un’equilibrio nella narrazione, di assoluto rilievo, laddove ad esempio non si è mai spinto sulla retorica del vittimismo, o neanche ha sorvolato sui meccanismi di autodifesa che quella comunità umana cercava di adottare.

Nella descrizione capillare delle circa quaranta sezioni in attività che il Msi poteva vantare su Roma, passando da un quartiere bene come la sezione dei Parioli, a quelli più periferici quali ad esempio la sezione Centocelle, ma non per questo meno incisiva nell’operato. In queste pagine, si legge la filigrana di un affresco di popolo solidale, determinato, generoso, combattivo. Insomma, storie di un’altra Italia, e la sua epopea. I volumi di “Attivisti”, sono rilegati in una copertina che non può non esercitare su di me un forte potere evocativo per ciò che vi è contenuto, per il quale mio malgrado, cedo alla tentazione di fare un paio di annotazioni autobiografiche.

Nella copertina si vede un giovane Teodoro Buontempo, con l’immancabile sigaretta in mano, mentre come sempre, sta capitanando un corteo del Fronte della Gioventù, dietro di lui un grande striscione della sezione del Fdg di Via Migiurtinia. Ho avuto l’onore e il privilegio di conoscere Teo, su Sua indicazione, andai con altri “incoscienti” nel 1975  ad aprire la sezione di Via Migiurtinia. Un altro “Forte Apache” dell’epoca. Troppe cose vorrei dire di Teo, ma ne confesso una solamente, per il timore di cadere nella retorica del ricordo. Per la perdita di una persona cara, penso di avere pianto in vita mia tre o quattro volte. Una di queste è stata per lui.

Non credo che il prezioso lavoro di Pannulo, sia da inquadrare in un contesto di operazione nostalgia, oppure della seduzione del “come eravamo”. Questo sarebbe un approccio a mio modo di vedere, pigro, superficiale, in linea perfetta con i “cantori dell’oblio”. “Cantori”, che con le loro lacunose litanie stanno inebriando  coloro i quali al momento si occupano di politica. Sintomatica, è stata secondo me, la assolutamente insufficiente attenzione che le forze politiche, mediatiche e intellettuali gravitanti attorno al centro destra hanno manifestato su questo lavoro. Stanno tutti sotto scacco di convulsioni giovanilistiche di impronta Renziana. Certo sbattere in prima pagina la “saga dei e delle quarantenni” risulta molto più semplice che articolare un progetto politico, magari non satollo e, forse disperato, di dati anagrafici.

Tutti i parametri e le condizioni, sono cambiate da allora, è evidente ed è giusto che sia così. Ma una domandina piccola piccola, tra rimbombi delle giovanilistiche carriere, e lo scricchiolio della carriola delle riforme, anzi scusate mi correggo delle “Riforme”, questo libro, dovrebbe fare spuntare nelle “teste pensanti” dei responsabili dell’area che per comodità definisco di centrodestra. Perché quella fetta di popolo italiano, contro tutto e tutti, è stato disposto a pagare costi umani elevati fino all’estremo sacrificio per le scelte  operate, che prima di essere politiche erano esistenziali.. Perché? Erano tutti matti, corrotti, o cosa altro? Perché, scendendo di qualche gradino, la fascia elettorale dei partecipanti alle consultazioni elettorali veleggia ormai sotto il cinquanta per cento  degli aventi diritto. Come cittadini siamo disgustati dall’incapacità, dalla mancanza di umiltà, dalla disperante pervicacia attuata dalla classe politica nel depredare ogni rigagnolo di risorsa pubblica.

La crisi è profondissima, e quella economica è uno dei sintomi più gravi e i cui effetti si scontano quotidianamente. Ma la crisi delle crisi è quella di “senso” complessivo dell’agire quotidiano. Ed è quella che attanaglia il popolo italiano. Nessuno idividua più una cornice di una qualche credibilità, nella quale poter affidare le proprie passioni, i propri sogni, respirare la compartecipazione a un progetto solidarmente comune. Questo almeno per quanto riguarda la sfera delle organizzazioni del potere temporale.

Risalire alle cause di questo stato di fatto sarebbe complesso e certamente non è questa la sede. Ho l’impressione che nel suo complesso la classe politica non ce  la fa, non ce la possa fare, a tratteggiare una via di riscatto di “senso” complessivo. Troppo chiusi come sono nella loro autoreferenzialità. Le rare sortite che fanno nella società civile e colta, si attuano solo nella sterile visione di “spennamento del pollo” del momento, e come volgarmente dicono per metterci il “cappello sopra”.

Rimane un mondo, quello di “Attivisti”, amareggiato deluso, volutamente marginalizzato. Non penso però che alla lunga sulle basi poste, i  vari “Cantori dell’oblio” e i compilatori dei Presepi e delle “Saghe dei e delle quarantenni” percorreranno una lunga strada. Il libro di  AntonioPannullo, non è un arido elenco di severissimi e talvolta purtroppo luttuosi avvenimenti di militanza politica. C’è una materia esistenziale, viva, incandescente, a cui non possono bastare risposte, ispirate solamente a acrobazie di  Riforme della carretta istituzionale. Sembra che su questo terreno stiano spargendo diserbanti a piene mani. Ma quella della Militanza che fu, è un “erba coriacea e cattiva”. Soprattutto, nel riproporre la domanda di “senso” alla quale pare nessuno sia attrezzato a dare risposta.

Qualcuno ha definito il libro di Pannullo malinconico, non credo sia così, penso che tutta la tragica realtà che vi è testimoniata, sia un propellente per il futuro,che se necessario vuole dire mutare anche i referenti che si hanno avuti finora. A dare risposta alla domanda posta, sono chiamati tutti, nessuno escluso. Un ennesimo plauso a Pannullo, per il suo lavoro, per le intense emozioni che ci ha dato e per le riflessioni che ci ha stimolato. Nella certezza che ciò non è accaduto solo a noi.

Massimo Pedroni
ag. Riverflash 

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