Io e la Lega. Tra Europa, indipendentismo e populismo…

Mettiamo le carte in tavola. Da identitario, e da milanese, sono criticamente vicino al movimento padanista da epoca non sospetta, in effetti dall’inizio degli anni novanta, e ho orgogliosamente la tessera di membro votante di Terra Insubre, un gruppo metapolitico espressamente dedicato alla difesa e promozione della cultura della Lombardia occidentale, del Novarese e del Ticino svizzero, ma a sua volta “federato” con le associazioni sorelle Terra Orobica e Terra Friniate attive nelle aree confinanti.

Il movimento padanista comprende infatti anche circoli, associazioni culturali, iniziative di rievocazione storica, comitati, nonché gruppuscoli extraparlamentari costantemente impegnato in processi di fiancheggiamento, scissione o riassorbimento con la Lega Nord, secondo un modello poi non così diverso da quello sperimentato dal MSI o dalla sinistra parlamentare negli anni settanta (Terra Insubre stessa, pur non facendo strettamente politica, venne ufficialmente ostracizzata durante l’ultimo periodo del predominio in Lega del Cerchio Magico, salvo poi essere riammessa e portata sugli scudi in occasione del suo indiretto contributo alla vittoria dei Barbari Sognanti).

Ma notoriamente ciò che ha creato in Italia la “questione settentrionale”, tirandola fuori dalla dimensione del tifo calcistico o dei corsi di dialetto in microistituzioni di vecchi autoctoni nostalgici in via di estinzione come il Circolo La Meneghina, e ha dato ad essa rilevanza politica, è stata la Lega Lombarda, diventata molto presto Lega Nord; partito in cui non milito e non ho mai militato, ma che mi ha aperto i suoi media, dalla Padania a Il Federalismo a Radio Padania Libera, dove sono stati più volte ospitati miei scritti o interviste; e che mi ha fatto l’onore di invitarmi a tenere interventi pubblici, ivi compreso per la sua scuola di partito o per l’“università d’estate” del Movimento Giovani Padani.

Come è ovvio, in tali sedi sono andato a portare un contributo inevitabilmente marcato da quella che sono le mie appartenenze più prettamente ideologiche, che sono notoriamente futuriste, comunitariste, transumaniste, nietzschane ed anti-occidentali. Appartenenze che mi vedono tanto lontano da posizioni ed opinioni pur presenti nel mondo leghista (ad esempio cattoliche, ecologiste, “di destra”, fallaciane, turboliberiste, perbeniste, etc.) quanto vicino su molti argomenti a personaggi direttamente impegnati in tutt’altre aree, dal “socialista critico” Riccardo Campa, al mio attuale ospite Miro Renzaglia, agli amici di Rinascita o di Eurasia, ad Adriano Scianca, responsabile culturale, e forse ideologico, di CasaPound Italia. Anzi proprio per questo, e anche in relazione al mio ruolo in giovanissima età con Guillaume Faye nel Segretariato Studi e Ricerche del GRECE, prima che questo diventasse “Nouvelle Droite”, sia una parte della sinistra borghese, sia con maggior serietà anche qualche studioso del “populismo” europeo come Matteo Luca Andriola, mi hanno talora considerato parte di una “cinghia di trasmissione” di qualche genere tra il padanismo e oltre componenti del suddetto “populismo”.

In tale veste, alcuni sembrano pensare che dovrei essere ben contento dell’attuale processo di avvicinamento di Matteo Salvini volto a saldare la Lega 2.0 con ciò che viene considerato comunemente parte del suddetto mondo “populista”, dalla campagna elettorale europea con il Front National, a sua volta in seconda release, alla dichiarazione di voto di CasaPound a favore di Borghezio alle elezioni stesse, favore reso con la recente visita alla sua sede da parte del segretario leghista, per continuare con “ponti” gettati addirittura verso aree semi-movimentiste del mondo ex-aennino o post-berlusconiano, anche sulla base dello strombazzamento spettacolare di tematiche come l’opposizione all’euro, l’anti-islamismo primario, le politiche securitarie, o la retorica dello sciovinismo impotente stile “riportiamo-a-casa-i-nostri-marò” – quegli stessi marò che, essendosi arruolati volontari nelle forze armate dello stato-fantoccio che domina per conto terzi le nostre terre, presumibilmente non esiterebbero un secondo a eseguire un ordine di sparare su chi dimostrasse volontà e capacità di liberare le medesime…

Ebbene, occupandomi ben poco della politica politicante italiana non ho alcun particolare interesse a fare il grillo parlante rispetto a tali fenomeni e “riallineamenti”, atteggiamento noioso e in ultima analisi sempre conservatore, che rispetto all’attualità stessa ti rinchiude nel ruolo cui non ambisco per niente di un Veneziani, di un Pasolini, o nella migliore delle ipotesi di un Prezzolini – se è lecito paragonare personaggi tanto  diversi,

Nondimeno, non posso fare a meno di notare che il terreno “culturale” di tali incontri non rappresenta di sicuro nella mia prospettiva la parte migliore delle rispettive eredità.

Al riguardo, mi riferisco in particolare alla diffusione delle tematiche del campanilismo itagliota (o, più in generale, neo-gollista) verso cui viene oggi utilmente indirizzata qualsiasi forma di dissenso e malcontento rispetto alla situazione evidententemente poco entusiasmante in cui ci troviamo, così da ingenerare il miraggio di una comunanza, malgrado tutto, degli interessi delle strutture di potere burocratico, capitalista e pseudopolitico locali e di quelli dei loro sudditi, in immaginaria competizione cosmica con quelli dei feudi confinanti altrettanto unitariamente intesi. La cosa è particolarmente evidente nel linguaggio politico di chi riferendosi alle responsabilità dello stato italiano dice “Renzi”, e parlando di quello tedesco dice “la Germania”, dismettendo con noncuranza passate fascinazioni politiche o affermate  affinità etnoculturali; ma è anche resa evidente dalla facilità con cui nella relativa propaganda pseudo-sovranista l’Unione Europea o addirittura la sua Commissione, quando non l’istituzione completamente diversa costituita dal Consiglio d’Europa,  diventano facilmente l’“Europa”. Del resto, è assolutamente trasversale all’intero arco politico italiano – con l’eccezione, sinora, dei movimenti autonomisti, separatisti, regionalisti – che mentre i candidati alle elezioni politiche o regionali chiedono voti promettendo di rappresentare gli interessi di un blocco, di un partito, di un’ideologia, o dell’intero “paese”, i candidati al parlamento europeo invariabilmente promettono di rappresentare (meglio dei concorrenti) gli interessi del paese in cui si presentano…

Rispetto a ciò, i richiami un po’ rituali all’“Europa dei popoli” rischiano di diventare progressivamente poco più di una foglia di fico, sino a che da parte dei “populisti” viene deliberatamente viene coltivata l’ambiguità se l’obbiettivo sia una lotta per la liberazione ed unificazione del continente – che come noto geograficamente arriva da sempre agli Urali, e geopoliticamente nel XXI secolo a Vladivostok – attorno alle comunità ed identità plurali (ed oggi in parte cospicua infra- e trans-frontaliere) che lo compongono; o non piuttosto l’anelito ad una immaginaria ed antistorica restaurazione degli stati-nazione, ferocemente centralisti esuperiorem non recognoscentes, che si sono affermati gradualmente dopo il trattato di Westfalia e che hanno conosciuto il loro momento d’oro, ma anche il loro definitivo canto del cigno, nelle “tempeste d’acciaio” del centennio a cavallo tra ottocento e novecento.

Di tale restaurazione nessuno beninteso si cura di immaginare mezzi, strategie, risorse, etc., pur indispensabili ad una effettiva indipendenza tecnologica, militare, energetica, alimentare dell’ipotetico soggetto politico coinvolto, tenuto conto ad esempio che sin nella prima metà del secolo scorso proprio uno statista italiano aveva modo di segnalare come già all’epoca non potesse “davvero dirsi indipendente un paese che non abbia uno sbocco sull’oceano”.

Ma come sempre capita nella storia, malgrado tutto il loro afflato romantico, gli aneliti alla restaurazione rischiano di tradursi politicamente in inconfessabili complicità con l’esistente e/o con le forze che si pretende di combattere – nel nostro caso, le amministrazioni coloniali che degli stati-nazione suddetti hanno preso il posto.

Chiaramente, tanto per usare la terminologia di Marx, un autore che curiosamente sta tornando di moda in ambienti impensati, la cd Unione Europea – che non è un unione e che di europeo ha solo (cioè, sino all’eventuale entrata della Turchia…) l’area su cui insiste – è certamente una “sovrastruttura” del potere del Sistema, e come tale merita di essere combattuta. Ma la cd repubblica italiana, che di essa è tra l’altro entusiasta membro fondatore, al pari degli altri soggetti (pseudo)statali che vi partecipano rappresenta invece tuttora una delle strutture fondamentali di tale potere dalle nostre parti.

Per chi davvero sia dalla parte di una “Europa dei popoli”, sostenere la posizione della prima contro quello della seconda è perciò come se un proletario che faceva l’operaio della Fiat avesse considerato cruciale da un punto di vista rivoluzionario non la riappropriazione popolare dei mezzi di produzione, ma l’uscita dell’azienda dalla Confindustria (!) o la sua protezione dalla maggiore efficienza della Volkswagen, sulla base appunto di quella che marxianamente viene definita “falsa coscienza”, e che porta talora il proletario ad ignorare la fondamentale solidarietà di fondo delle varie articolazioni dell’economia capitalista in vista di pur reali, ma contingenti, conflitti di interesse all’interno della medesima.

Viceversa, è certo lecito pensare che nelle istanze separatiste, scissioniste, secessioniste o almeno autonomiste che soffiano dalla Scozia alla Catalogna all’Ucraina, per finire con il Sud Tirolo, il Veneto e la Lombardia (qui oggi con il comitato CoLoR44, largamente trasversale, e visto all’inizio con indifferenza e ostilità dalla Lega, ma oggi sostenuto da innumerevoli firme di cittadini e mozioni di enti locali…) allignino ampiamente mentalità bottegaie, interessi individualistici, mancanza di consapevolezze o volontà autenticamente rivoluzionarie, gravi contaminazioni con le ideologie dominanti, e così via.

Ma tali istanze rappresentano quanto meno l’equivalente del tentativo da parte del suddetto operaio di occupare la fabbrica della Fiat in cui lavora. Cosa che al di là di ogni considerazione in termini di probabilità di successo, e di successo nel tempo, va almeno nella direzione di una liberazione della fabbrica medesima dal controllo capitalista, non in direzione opposta.

E, fuor di metafora, la liberazione (almeno) di porzioni del territorio europeo dal controllo dell’amministrazione e dei fiduciari occidentali competenti per le medesime comporta comunque un azzeramento se non altro iniziale dei trattati e del potere burocratico cui sono oggi soggette.

Il che resta comunque un risultato ed un’opportunità che pare tragicamente miope e stupidamente “estremista” disprezzare nell’attesa mitologica di un crollo simultaneo ed universale delle amministrazioni stesse, o peggio, nella più pura tradizione italiana, nell’attesa che a “liberarci”, davvero o per finta, arrivi un esercito straniero, piemontese, americano o russo che sia.

Stefano Vaj

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks