John Dee. Il padre del pensiero rosacrociano…

«Improvvisamente un’atmosfera morta e gelida occupò l’ambiente; le candele rimasero ferme, come colpite da un alito letale; le loro fiamme, irrigiditesi, sembravano non irradiare più alcuna luce. Nel silenzio di tomba risuonò una chiara voce infantile: “Mi chiamo Madini e sono una povera piccola bambina”. Vidi, sospesa in aria fuori dalla finestra, la figura di una graziosa bambina sugli otto anni; i capelli, ricci sulla fronte, le ricadevano lunghi sulle spalle; indossava un abito di seta a strascico. Il viso dagli occhi spalancati senza ciglia era di un’immobilità indescrivibile. Qualcosa di terribile eppure di quanto mai emozionante si sprigionava da quello sguardo, Le labbra dell’Angelo, rosso rubino, erano rialzate agli angoli da un sorriso strano. Domandai, a un tratto: “Chi sei?”. L’Angelo disse: “Sono IL, il Messaggero della Porta d’Occidente”».

Così Gustav Meyrink, nel romanzo intitolato, appunto, “L’Angelo della Porta d’Occidente”, descrive l’apparizione che ebbe il professore e alchimista John Dee il 21 novembre 1582. Si tratta di un episodio documentato dallo stesso Dee, e intorno al quale, nel corso dei secoli, moltissime leggende e congetture si sono intrecciate.

John Dee, eminente personalità inglese del XVI secolo, era già professore al Trinity College all’età di 18 anni. Matematico, fisico e astronomo, si vide assegnare da Edoardo VI un vitalizio per le sue teorie cosmologiche. Quando a Maria Tudor successe Elisabetta I, questa volle che fosse John Dee ad indicare la data più propizia per la sua incoronazione. Tra Dee e la regina si stabilirono rapporti quasi amichevoli. Spesso Elisabetta si recava a visitarlo nel suo castello in campagna, e s’intratteneva a lungo con lui, interessandosi alle sue collezioni di oggetti antichi, alla sua biblioteca di quattromila volumi, e ai suoi discorsi sulla pietra filosofale.

Padrone delle conoscenze cabbalistiche e appassionato cultore di alchimia, John Dee usava gli insegnamenti tradizionali per evocare gli spiriti, ma i risultati delle sue operazioni non lo soddisfacevano del tutto. Due avvenimenti stavano però per cambiare radicalmente la sua vita.

Il primo, l’incontro con Edward Kelley. Il secondo, il fortuito ritrovamento della “polvere grigia”, la polvere alchemica indispensabile per compiere la Grande Opera, cioè la trasmutazione del metallo in oro.

Kelley. Un nome su cui gli storici tutt’ora discutono. Fu un impostore o un semplice ingenuo? Un vero medium, dotato di facoltà metapsichiche, o un truffatore che cercò soltanto, con freddezza

diabolica, di sfruttare John Dee in tutti i modi e infine di rovinarlo? Di sicuro si sa che Edward Kelley, ai tempi in cui fece la conoscenza con Dee, era un venticinquenne dal passato burrascoso e dal presente altrettanto incerto. Alcolista, era stato in carcere e aveva avuto le orecchie mozzate perché riconosciuto falsario. Si era poi dedicato alla cristallomanzia, cioè all’arte di divinare le cose occulte autoipnotizzandosi davanti a una sfera di cristallo. Era ventriloquo, e probabilmente molti dei fenomeni apparentemente inspiegabili che impressionavano il suo pubblico erano da attribuirsi a tale particolarità. Tra i due, il brillante erudito e il giovane avventuriero, si stabilì un legame immediato, e fortissimo, sancito, pochi mesi dopo il loro incontro, dalla famosa apparizione del 21 novembre.

Di fronte alla finestra rivolta a occidente della sua biblioteca, apparve a John Dee un angelo, sotto forma di bimba, che gli consegnò una pietra simile a un cristallo nero. Questa pietra, che oggi si può ammirare al British Museum, donava il potere di ricevere visioni dai mondi dell’aldilà.

Da questo momento, i due occultisti terranno innumerevoli sedute, compiendo pratiche magiche le più diverse, dalle nozze ermetiche per ricostruire l’androginia spirituale ai culti misterici della Luna Nera, dalla trasmutazione del metallo in oro all’evocazione di angeli e demoni. La pietra veniva posta sopra una tavola ornata di simboli, e le evocazioni avvenivano seguendo una metodologia complessa, che lo stesso John Dee, insieme al Kelley, perfezionò e arricchì nel tempo, e che tutt’oggi costituisce la base rituale di chi si dedichi alle pratiche magiche.

Gli spiriti evocati comunicavano con gli adepti in un idioma definito da John Dee “enochiano”, lingua che sarebbe stata parlata da Adamo nel paradiso terrestre. Innumerevoli sono i fenomeni, documentati, che ebbero a testimoni John Dee e il suo aiutante Kelley. La sparizione improvvisa della pietra mentre, durante una seduta, levitava ad altezza del soffitto, e il suo successivo rinvenimento sotto il cuscino del professore. Oppure il misterioso riapparire dei diari delle sedute, ritrovati intatti dopo che Dee stesso, obbedendo agli ordini dell’angelo-guida, li aveva bruciati.

Per dedicarsi ai suoi esperimenti, e sotto la deleteria influenza del Kelley, l’illustre professore trascurò pian piano i su

oi interessi professionali e sociali. Trascinato dal compagno a compiere riti di magia nera, convinto da lui persino allo scambio delle mogli e infine tradito, derubato e abbandonato, si ridusse in miseria e cadde definitivamente in disgrazia con l’ascesa al trono di Giacomo I, che aveva in odio tutti i maghi e i negromanti.

Edward Kelley non ebbe sorte migliore. Spacciatosi per alchimista alla corte dell’imperatore Rodolfo II, fu scoperto nelle sue imposture e condannato al carcere a vita. Morì precipitando dal muro della prigione mentre cercava di evadere.

Sulla figura di John Dee non si è smesso di congetturare. I suoi libri, tra cui l’importantissimo “Monas Hierogliphyca”, contengonointuizioni, spunti ed esoterici messaggi sui quali per secoli storici e studiosi dell’occulto hanno meditato, speculato, fantasticato. L’origine dello stesso simbolo della “monas” è oscura. Forse si ispira al cabbalista francescano Giorgi, secondo cui la “monas” è l’Uno, a partire dal quale procedono i numeri da 1 a 27, che formano l’armonia universale. John Dee usò un diagramma curioso, pieno di significati esoterici, per esprimere quest’armonia. In una combinazione dei simboli dei 7 pianeti allora conosciuti, più il geroglifo del segno zodiacale dell’Ariete, è probabilmente celata la chiave della Grande Opera alchemica, il metodo per pervenire al fine. Questo fine, secondo i Rosacroce che s’ispirarono per la loro dottrina proprio ai libri del Dee, altro non sarebbe che l’infinito potere dell’uomo sulla natura e su se steso.

Non è strano che gli scritti del professore inglese e il suo famoso diagramma magico ancora suscitino tanta curiosità in studiosi che sarebbero disposti a tutto, pur di svelarne il segreto.

Susanna Schimperna

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