George Ivanovic Gurdjieff
Un mistagogo dei tempi moderni…

«Monsieur Gurdjieff! Quale personaggio inventato non impallidirebbe al suo confronto! Quale romanzo nero potrebbe mai giungere all’altezza di questa storia vera?».

Queste furono le parole entusiastiche con cui François Mauriac, il celebre scrittore francese premio Nobel, commentò, nel 1954, l’uscita del libro su Gurdjieff di Louis Pauwels, che dell’affascinante Gran Maestro del Caucaso era stato discepolo. Pauwels aveva raccolto testimonianze, frammenti d’esperienza, pareri scettici o negativi insieme a cori d’osanna, e vi aveva aggiunto la propria vicenda personale. Ne veniva fuori un quadro inquietante e ambiguo, che non aveva la pretesa di dare risposte, ma soltanto l’ambizione di suscitare domande. Non si trattava di una biografia. Tracciarla sarebbe stato impossibile. George Ivanovic Gurdjieff aveva un passato oscuro, misteriosissimo.

Originario del Caucaso e forse discendente di greci dell’Asia Minore, sembrava essere apparso di colpo in Occidente, e su di lui si raccontavano le storie più strane. Che fosse stato un agente russo nel Tibet, che fosse stato protettore del Dalai Lama. Al 1917 risalgono le prime notizie sicure quando, con i discepoli, fonda l’Istituto per lo sviluppo armonioso dell’uomo, a Esentuki, nel Caucaso. Da allora, è tutto un girovagare, creando e dirigendo scuole destinate a diffondere le proprie dottrine, fino all’esperimento di Fontainebleau, nel castello di Avon, da lui detto “Prieuré”, o Priorato. Qui, con i suoi discepoli, Gurdjieff mise in atto la sua via iniziatica al “risveglio”, una via priva di rituali magici ma brutale, che passava obbligatoriamente attraverso le privazioni fisiche, la fame, il freddo, il sonno e movimenti meccanici atti a distruggere le abitudini fisiche acquisite. Lo scopo? Svegliarsi a una coscienza superiore, pervenire allo stato di uomo vero, di uomo desto.

«L’illusione suprema è la convinzione di poter “fare”. Tutti pensano di poter fare, tutti vogliono fare, ma in verità nessuno fa niente. Tutto accade. Per fare bisogna “essere”. Essere, significa essere diverso. Con ciò che ci è stato donato dalla natura posso realizzare al massimo il mio destino di abbozzo; bisogna trasformare quest’abbozzo, convertire la natura che ci è stata donata in un’altra natura, acquisire, dentro di noi, un centro di gravità permanente, cioè un’unità, un Io desto».

Ad arte, Gurdjieff provocava nei suoi discepoli dei traumi, sia fisici sia psicologici. La povera Katherine Mansfield, una delle più grandi scrittrici di tutti i tempi, si recò al Priorato già malata, e seguì la disciplina del Maestro con furore da neofita, fino a morirne. Di morti sospette, d’altronde, da ricollegare direttamente o indirettamente a Gurdjeff, le cronache ne registrano più d’una. Persone che avevano “tradito” o “rinnegato” il Maestro, e che inspiegabilmente finirono con lo spegnersi, senza cause organiche apparenti, in uno stato di semifollia e depressione maniacale. Una sorta di mortale ipnotismo a distanza? Gurdjieff affermava di aver trascorso parte della sua vita in un monastero orientale, dove aveva imparato una scienza molto evoluta nell’antichità, la “mekhness”, o revoca di tutte le responsabilità, di cui l’ipnotismo non sarebbe che un’infinitesima parte. E, ancora, sosteneva di conoscere i fondamenti e le regole dell’arte “oggettiva”, di cui oggi si sarebbe persa ogni traccia, e che appropriatamente applicata può dare precisi risultati fisici: uccidere, come anche creare.

La “Ginnastica Sacra” che Gurdjieff insegnava ai suoi discepoli curandone le coreografie su musica “oggettiva” da lui stesso composta, provocava davvero effetti stupefacenti, organici e mentali. Stati di trance e improvvisi arresti cardiaci, modificazione delle funzioni endocrine e accessi maniacali o di creatività. «Il corpo è una macchina» ripeteva spesso il Maestro, «imparare a dominarlo è il primo passo». Il primo passo verso cosa? Dichiaratamente, verso la creazione di un’anima. «Nessuno ha un’anima, alla nascita. L’anima va acquisita. Coloro che non ci riescono muoiono: gli atomi si disperdono, e non rimane nulla. Solo un piccolo numero di uomini riesce ad avere un’anima immortale. Ma sono pochissimi».

Ma che gli scopi veri di Gurdjieff fossero occulti e sconosciuti anche ai più stretti discepoli, furono in molti a pensarlo. Francis Rudolph sostiene che Gurdjieff chiamasse i suoi seguaci “cavie addestrate, venute liberamente a me e inviate dal destino per i miei esperimenti”. Alcune sette alchemiche, invece, considerarono Gurdjieff un genio malefico venuto dall’Oriente per lavorare alla rovina della civiltà occidentale, secondo un piano diabolico stabilito dalla notte dei tempi. E la chiesa ortodossa vide in Gurdjieff addirittura uno dei precursori dell’Anticristo.

A me piace ricordare quest’enigmatica figura di Grande Iniziato con le parole turbate e intense del musicista Pierre Schaeffer, suo discepolo: «Non conoscerò più un cercatore di Dio più sfrontato, un pagano più ambizioso della propria anima. Chi ha osato la tua vita? E chi la compirà? Monsieur Gurdjieff, tu mi hai fatto versare vere lacrime. Ho dovuto amarti».

Susanna Schimperna

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