Vittoria. Intervista a Annalisa Terranova…

Al di là della famiglia missina mi descrivi, se c’è, un episodio chiave in cui Vittoria acquisisce piena consapevolezza della sua scelta?
Forse, e dico forse, quando studia la rivoluzione francese e pensa che i rivoluzionari siano tutti macellai senza cuore.

Nonostante il rapporto conflittuale coi suoi professori il giudizio non è per nulla astioso. Vittoria si ricorda di almeno un professore solidale che le ha permesso questo suo giudizio pacato?
Nessun professore era solidale. Però quello di storia dell’arte provava una compassione sincera e curiosa per la sua alunna fascista.

Il romanzo finisce nel 1978. E dopo che ne è stato di Vittoria?
Dopo Vittoria resta lì, incontaminata. Ad aspettare che qualcuno la racconti

Non credo che sia stato facile parlare degli anni settanta, con tutto quel groppo d’angoscia e dolore che si sono portati dietro, con l’equilibrio che Vittoria dimostra. Come le è riuscito?
Ho riscritto infinite volte, limando angoscia e dolore.

Vittoria legge e crede nei lieti fine. Come consuntivo provvisorio, il suo è stato un lieto fine?
Non si può dire, siamo ancora in cammino.

Vittoria è il Nomen Omen che testimonia la sua vittoria su quegli anni, come azzardo io nella recensione?
Sì è un’interpretazione molto seducente, ma io mi sono ispirata a “Vittoria” di Knut Hamsun per il titolo.

C’è qualcosa che Vittoria non rifarebbe in quegli anni settanta?
Detesto i pentiti, però mi piace chi si trasforma.

Anche se difficile da rendere sullo schermo pensi che si possa trarre un film dal tuo romanzo? Quali trappole sono da evitare?
Un film. Me l’hanno detto anche altri. Magari. La trappola da evitare forse è il cerchiobottismo. Vittoria pensava che la sua parte fosse il bene. Che i compagni fossero il male. Rappresentare questo è difficile, oggi.

Quale attrice potrebbe interpretare Vittoria?
Una sconosciuta ma brava. Vittoria detestava essere al centro dell’attenzione.

Quale canzone sopra le altre per aprire il film?
Ruby tuesday dei Rolling Stones oppure Giulia di Antonello Venditti.

Ora una domanda di prassi per Annalisa: Prossimo passo letterario?
Tante idee, poca voglia di metterle in pratica. Si scrive bene quando se ne sente davvero il bisogno. Viene da dentro, non dalla testa.

E l’ultima sempre per Annalisa: mi spieghi che nesso c’è tra “Camicette nere” e un saggio su Ildegarda di Bingen?
Non c’è nesso. Camicette nere è stato in parte un passo falso, dare fiducia a un mondo femminile che si è fatto sopravanzare dalle veline… tempo perso. Ildegarda è un amore universitario e perciò, quando a quarant’anni e passa ho ripreso a studiare filosofia, l’ho dovuta per forza re-incontrare…

a cura di Mario Grossi

si veda anche:

Annalisa Terranova. Vittoria, una storia nera degli anni 70 (CLICCA QUI)

I fasci del Nautico (capitolo estratto dal romanzo – CLICCA QUI)

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