1914. Il tramonto dell’Occidente…

É nato e muore nel sangue il secolo meraviglioso
Teodoro Moneta 

 In Europa, un periodo di pace così duraturo, non lo si ricorda da lungo tempo. Lo sviluppo industriale, scientifico, economico, tecnologico ha portato a nuove scoperte mediche, ridotto i tempi di trasporto, migliorato le comunicazioni, allargato il campo delle libertà civili e sociali, sviluppato le ricchezze della borghesia. È il 1914, sta per iniziare il più grosso massacro di uomini, donne e bambini, soldati e civili, città, campagne, mari, un periodo di sconvolgimenti che rivoluzioneranno i confini e le forme di governo, gettando le basi per tutto ciò che la Storia racconterà ai propri figli per svariate generazioni fino ai giorni nostri. Ciascuno a suo modo, in trincea o nelle retrovie, tutti i principali protagonisti della vita politica dei successivi decenni parteciperanno direttamente alla prima guerra mondiale: Mussolini, Churchill, Lenin, Stalin, Trocki, Ataturk, Hitler, Rommel, Goering, Hess, Himmler, Von Ribbentrop, Marshall, Patton, Petain, Tito, De Gaulle, Badoglio, Ben Gurion, a cui bisogna aggiungere gli uomini di cultura che sfidarono la morte al fronte, come Junger, Ungaretti, Wittgenstein, Apollinaire, Kokoshka, Maze. Ciò che avvenne in seguito, fu solo la conseguenza diretta e ineluttabile degli eventi accaduti in quei quattro anni in cui il mondo intero fu coinvolto in combattimenti, rappresaglie, bombardamenti, distruzioni, stermini di massa. Alla conferenza di pace a Versailles, un cameriere asiatico immigrato in Europa chiamato Nguyen Ai Quoc, tentò invano di sottoporre al presidente Wilson le rivendicazioni reclamate dal suo popolo. Non fu ascoltato e quarant’anni dopo, con lo pseudonimo di Ho Chi Min, fu tra i leader che cacciarono i francesi dal Vietnam e respinse il tentativo di invasione americano successivo: l’onda lunga della Grande Guerra non aveva ancora cessato di provocare morte e rovina.

L’Esposizione di Parigi del 1900.

L’Esposizione del 1900 segnerà una data importante? C’è da sperarlo: dopo undici anni (dall’ultima, N.d.A.) si cammina tanto presto, oggidì e ci si può voltare indietro un momento. Pensate un po': la navigazione sottomarina, l’automobilismo, l’aria liquida, la fotografia a colori, il telegrafo Marconi e tutte le sorprese di questa maga dei tempi nuovi che è l’elettricità. Immaginate se uno si risvegliasse dopo undici anni (dall’esposizione del 1889, N.d.A.): ed è così poco tempo! (Corriere di Parigi, G.Cena, 16 agosto 1900).

 Le distanze diminuiscono fino a scomparire. In alcune ore sono divorati percorsi che un tempo non si compivano che in giorni, settimane. Il telefono, questo mago, fa intendere al nostro orecchio la parola e finanche il timbro di un amico separato da noi centinaia di leghe! Le epidemie che devastavano le città e decimavano i popoli non saranno più che ricordi spaventosi, come le leggende  del passato. Trionfare dell’ignoranza, vincere la miseria, quale più alto, quale più urgente bisogno sociale? (Alexandre Millerand, ministro del Commercio francese, Discorso inaugurale dell’Expo del 1900).

Il XX secolo si era aperto con la recondita speranza che il Progresso potesse portare le società e i popoli ad una nuova epoca di pace, felicità e prosperità. Gli scambi commerciali fra le diverse nazioni erano più intensi che mai, nel 1901 Guglielmo Marconi trasmise il primo segnale telefonico al di là dell’oceano Atlantico, nello stesso anno fu assegnato alla Croce Rossa Internazionale il Primo Nobel per la Pace,  nel 1903 i fratelli Wright compirono il primo breve volo sui cieli dell’Ohio, nel 1906 fu introdotta in Inghilterra la patente automobilistica e nello stesso una Renault vinse la prima 24 ore di Les Mans alla media di 100 km/h. In questo slancio modernista, nel 1909, fu redatto il “Manifesto del futurismo” di Filippo Tommaso Marinetti. L’orologio del tempo correva veloce dietro alle scoperte immaginifiche della Tecnica. Un tycoon americano, William Hearst, scriveva: “il XIX secolo ci ha portato la ferrovia, la nave a vapore, il telefono, il fonografo, le macchine rotative per la stampa, la fotografia, il sistema di produzione su scala industriale, la trasmissione elettrica. (…) il XIX secolo è stato un nuovo Rinascimento, la mente umana vi è stata stimolata a un grado di attività così intenso quale mai si era raggiunto dai tempi di Pericle e Michelangelo. Il mondo ha compiuto più progressi materiali negli ultimi cento anni che in tutti i secoli precedenti.”. Così recitava lo Zeitgeist all’alba del 1900 e così scriveva l’eminente storico francese Anatole Bealieu: “Il compito del XX secolo, sarà di riavvicinare gli uomini e i popoli (…) così pure di sradicare gli odii nazionali, distruggendo i pregiudizi nazionali, stringere fra gli Stati dei legami morali e materiali, sbozzare se non concludere, per la pace del genere umano, delle unioni e delle federazioni internazionali.”

Fra il 1880 e il 1910, la produzione di acciaio della Gran Bretagna passò da 1,3 milioni di tonnellate a 7,8 milioni; la produzione industriale era cresciuta del 70%, l’aumento del prodotto medio pro-capite del 21%, l’incremento della popolazione passò da 16 a 42 milioni. Nello stesso periodo in Germania l’acciaio prodotto passò da 0,70 tonnellate a 17,6 milioni, la produzione industriale crebbe del 231%, il prodotto pro-capite salì del 60%, la popolazione da 24 a 57 milioni. (Fonte: La Scintilla – Cardini / Valzaina, Ediz. Mondadori).

Eppure, contrariamente a queste speranze di pace e fratellanza e a questa diffusione della ricchezza e del benessere, l’eco dell’occupazione tedesca del suolo francese avvenuta al termine della guerra franco-prussiana del 1870/1871, rimbombava ancora pesantemente nei territori di Alsazia e Lorena, passate sotto il dominio del Kaiser con la pace di Sedan. La revanche francese covava sotto la cenere di una pace fragile come un castello di carte. “Se scoppierà una guerra, dovremo aspettarcene un’intera catena: chi soccombe una prima volta, non aspetta altro che di aver ripreso fiato per ricominciare da capo”. (Otto Von Bismark, 1867). Questo lugubre presagio, di fatto, era già in movimento proprio nei primi anni del nuovo secolo, mentre artisti e intellettuali celebravano le conquiste dell’ingegno umano. Le potenze coloniali già si affrontavano in maniera trasversale fuori dal territorio europeo. Gli inglesi, nel 1901 avevano assediato, scacciato e rinchiuso in campi di concentramento la minoranza boera che aveva occupato i territori del Sudafrica; morirono 7000 soldati e 30.000 civili per gli stenti della prigionia. Sempre negli stessi anni, un contingente unitario composto da europei, statunitensi e giapponesi, soffocò nel sangue la rivolta xenofoba dei cinesi che si opponevano alla penetrazione commerciale e religiosa degli occidentali. Le minoranze nazionaliste all’interno degli imperi zarista e asburgico reclamavano maggiori autonomie e riforme costituzionali sorrette spesso dalle nazioni di analoga origine linguistica, mentre la lenta agonia dell’Impero Ottomano portò alla conquista della Libia da parte dell’Italia, allo sbocco sull’Egeo della Bulgaria e all’annessione dell’Albania della Serbia. Proprio da quest’ultima fase dei prodromi che portarono alla deflagrazione del conflitto mondiale, scaturì una prima reazione dell’Austria che inviò un ultimatum nel quale si intimava alla nazione serba di lasciare il territorio albanese entro 8 giorni. Era il 18 ottobre 1913 e gli slavi furono costretti a obbedire.

Lo scacchiere internazionale si muoveva, nonostante le cancellerie cercassero di moderare i toni e alleggerire la tensione. Ancora nel 1914, infatti, Churchill, allora ministro della Marina Reale, tentò di convincere il proprio governo a intavolare trattative con il pari ruolo tedesco, ammiraglio Tirpitz, per diminuire la “malsana concentrazione di flotte nelle acque territoriali britanniche”. La proposta fu respinta per evitare di dare giustificazioni “alle ambasciate presso il Foreign Office e di smentire alla stampa sulle varie intenzioni che ci verrebbero attribuite” (Sir Edward Grey, ministro degli Esteri della Corona Inglese). Se la politica, alla luce del sole, tendeva a ignorare le tensioni che si stavano generando fra le Nazioni Europee, i corrispettivi stati maggiori già elaboravano piani di guerra dettagliati per far fronte a ciò che sembrava inevitabile. Nel 1905 fu architettato il Primo Piano Schlieffen, che prevedeva lo scontro su due campi di battaglia: a Est con la Russia e a ovest contro gli eserciti franco-britannici. Nel 1911 il Generale Von Moltke, subentrato a Schlieffen nel 1906, elaborò il XVII Piano nel quale si delineava, a scopo preventivo e per contenere l’esercito francese ritenuto sempre più minaccioso, l’occupazione del Belgio neutrale, il rafforzamento delle difese nell’Alsazia-Lorena e sul confine russo, rinunciando all’originaria strategia di invadere anche l’Olanda per aggirare e tagliare fuori dai rifornimenti le armate di Parigi. Allo stesso modo, Gran Bretagna e Francia strinsero ancora di più i legami che avevano portato entrambe le nazioni a concludere nel 1904 l’Intesa Cordiale, che regolava i rapporti fra i due stati nei territori coloniali, allargando l’accordo, nel 1907, alla Russia proprio a scopo contenitivo nei confronti dell’aggressività espansionistica di Guglielmo II.

Si definivano così i futuri schieramenti che si sarebbero affrontati nella più disastrosa e sanguinosa guerra mai combattuta prima. I popoli, che celebravano le nuove scoperte abbagliati da tanta modernità, ignoravano che proprio a causa di quelle scoperte, la guerra avrebbe spostato in avanti il confine di morte e distruzione. Fu infatti nella Prima Guerra Mondiale che esordirono sui campi di battaglia i primi carri armati, sommergibili, aerei bombardieri ed anche le armi chimiche. La paranoia, la brama di conquista, l’illusione di essere stati investiti della missione di portare nel mondo una nuova era di civiltà, la chimera di poter concludere una guerra rapidamente con poche perdite, piegando facilmente la volontà dei nemici, trasformarono il frutto dell’ingegno umano, che avrebbe dovuto portare a una nuova era dorata, a ritorcersi contro l’umanità stessa.

Il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip uccide l’arci duca austriaco. Il 23 luglio l’ambasciatore austriaco Wladimir Giesl consegna al governo serbo l’ultimatum di Vienna, abbandonando precipitosamente Belgrado subito dopo. Il 28 luglio l’Austria attacca la Serbia. Il 30 luglio la Russia dichiara la mobilitazione generale, seguita due giorni dopo dalla Francia. É il segnale che dà inizio alla Prima Guerra Mondiale. Il 31 luglio la Germania dichiara guerra alla Russia e il 2 agosto alla Francia. Il novecento, sbocciato da un’alba di grandi conquiste umanistiche dalle quali si definì il concetto di Occidente come luogo politico, culturale, sociale ed economico, breve come la fioritura del ciliegio, lasciò il posto a un lungo, arido, inarrestabile tramonto.

Alessandro Cappelletti

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