G7. Il movimento è morto, lunga vita al movimento!

«Es nuestra convicción y nuestra práctica que para rebelarse y luchar no son necesarios ni líderes ni caudillos ni mesías ni salvadores. Para luchar sólo se necesitan un poco de vergüenza, un tanto de dignidad y mucha organización».

«E’ una nostra convinzione ed una nostra pratica che per ribellarsi e lottare non siano necessari né leader né capi né messia né salvatori. Per lottare serve solo un po’ di vergogna, un tanto di dignità e molta organizzazione»

Subcomandante Marcos
Entre la Luz y la Sombra

 

Anno dopo anno si riuniscono i Grandi della Terra. Gli Otto Grandi, i Grandi Otto. Gli Otto. G8. Eh, solo che quest’anno sono Sette. Com’è che ne hanno dimenticato uno? E mica è piccola, tra l’altro, la Russia di Putin! Non è che te la dimentichi nella tasca «dell’altra giacca».

Una fortezza protegge i Grandi della Terra. Questa volta, però, nessuno l’assedia. Questa volta, però, non ci sono gli altro-mondisti, non ci sono le Tute Bianche, non c’è l’Arcobaleno delle Sinistre. Questa volta, però, il Movimento non c’è. E’ assente. E’ scomparso. E’ morto?

***

Il 40° G7, il vertice dei sette paesi più industrializzati svoltosi a Bruxelles il 4 e 5 giugno, è stato il vertice dei primati. E’ stato il primo, dopo 17 anni, a non vedere coinvolta la Russia, sospesa dal consesso in risposta all’annessione della Crimea da parte di Mosca. Doveva svolgersi a Sochi, nella cornice delle magnificenti strutture volute dal Presidente Vladimir Putin per le Olimpiadi invernali, ma è stato spostato a Bruxelles. A presiedere, ospite d’eccezione, l’Unione Europea. Sebbene sin dal 1981 il Presidente della Commissione partecipi alle riunioni, l’UE non aveva fino ad ora il diritto a presiedere l’incontro, né a ospitarlo nella sua capitale (ufficiosa), Bruxelles. Da oggi, forse, l’Unione può considerarsi membro a pieno titolo del Gruppo. Ma non sono i risultati e le conseguenze del G7 l’oggetto di questo articolo, bensì ciò che da sempre lo circonda: le proteste contro di esso. O meglio, le proteste che non ci sono state.

Bruxelles non è nuova a imponenti misure di sicurezza: ogni tre mesi circa si riunisce il Consiglio Europeo, riunione tra i Capi di Stato e di Governo dei 28 paesi membri dell’Unione, il «vertice UE». Il «quartiere europeo» – quella parte del centro di Bruxelles dove hanno sede le istituzioni comunitarie – viene chiuso al grande pubblico e l’accesso è ristretto a funzionari, giornalisti, residenti; il traffico nella zona circostante viene limitato. E se i disagi sono numerosi, durano poche ore e sono facilmente sopportati dalla città, poiché gran parte dell’economia si regge sulla cosiddetta «bolla europea»: immobili, scuole, ristoranti, che altrimenti non avrebbero clientela da servire.

Ma, come a marzo quando venne in visita ufficiale in Belgio, è per il Presidente americano Barack Obama che l’espressione «perimetro di sicurezza» assume un significato completamente nuovo. Da accesso ristretto a poche persone nei maggiori palazzi delle istituzioni, si passa al blocco totale di un intero quartiere nel raggio di alcuni chilometri: due stazioni della metropolitana chiuse con annessi cestini della spazzatura sigillati; accesso vietato ai palazzi delle istituzioni agli stessi impiegati nel tardo pomeriggio; Rue de la Loi, una delle maggiori arterie della città, completamente chiusa al traffico e non percorribile a piedi; accesso garantito ai giornalisti e ad alcuni funzionari muniti di un pass approntato per l’occasione, ma solo da alcuni selezionati ingressi. Un florilegio di fanti a cavallo, filo spinato, vetture della polizia a presidiare ogni altro accesso. Impossibile anche solo vedere da lontano l’arrivo dei Capi di Stato al palazzo del Consiglio che ospita il vertice.

Non si vuole qui certo mettere in dubbio l’inevitabilità di queste misure: il Presidente Obama è – per l’incarico che ricopre e per la Nazione che rappresenta – un «obiettivo sensibile» e tutto il necessario va messo in atto per garantire la sua sicurezza, e con essa quella di tutti i cittadini di Bruxelles. La salvaguardia dell’ordine democratico e del benessere di tutti passa anche – a volte, purtroppo – dal divieto di accesso.

È però altrettanto inevitabile pensare alle recentissime elezioni europee e al messaggio inequivocabile che hanno mandato. Un nuovo «noi» e un nuovo «loro» hanno fatto il loro ingresso nell’agone politico: la contrapposizione tra «alto» e «basso» ha prevalso sulla tradizionale contrapposizione tra Destra e Sinistra, categorie afflitte da una certa “stanchezza politologica”, com’è evidente dall’affermarsi di numerosi movimenti e partiti «populisti». I potenti della Terra, reclusi in una sorta di «terra di nessuno», paiono sordi allo sconforto e al malcontento che di qua e di là dell’Atlantico serpeggia tra i cittadini; invisibili a cittadini a loro invisibili, perché tenuti a distanza.

Non è stato questo però solo un vertice di primati istituzionali. Nonostante l’occasione potentemente evocativa, questo è stato anche un vertice segnato dall’assenza di proteste, come confermato anche dalle forze dell’ordine sparse lungo il perimetro: «Noi siamo comunque in stand-by, per ogni evenienza. Certo, per noi è meglio, oggi è una giornata leggera». Gli esponenti dell’area altro-mondista sono stati in parte presi alla sprovvista dal cambiamento di sede a pochi mesi dall’evento in seguito ai fatti d’Ucraina, in parte sono rimasti coinvolti nella frenesia pre- e post-elettorale, risultando infine impossibilitati ad organizzare un contro-evento. Anche gli appuntamenti tra UE e USA per discutere dell’Accordo Transatlantico di Commercio e Investimento (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP) hanno avuto un ruolo nello scoraggiare le proteste: il 15 maggio scorso, in occasione dell’incontro dello European Business Summit sul tema, un incredibile numero di arresti – oltre 300 – assestò una sonora batosta al movimento contrario ad un accordo che, secondo molti, finirà per erodere gli standard di qualità del cibo e di salute del Vecchio continente per «adeguarsi» agli standard del Nuovo Continente e favorire così il libero scambio di merci e servizi.

Seppure pienamente legittime e giustificate le cause pratiche contingenti, non si può però dimenticare che il 25 maggio è metaforicamente morto il Subcomandante Marcos, portavoce dell’EZLN. Il movimento indio che da vent’anni lotta contro lo sfruttamento delle risorse del Chiapas e per un maggior riconoscimento della popolazione indigena in Messico ha ispirato molto l’altro-mondismo occidentale. In spregio ad ogni canone di marketing e di comunicazione, lo stesso movimento ha «ucciso» colui che – il viso, come gli altri zapatisti, nascosto da un passamontagna – ne ha sancito la popolarità planetaria, proprio perché esaurito lo scopo di dare notorietà al movimento. La battaglia per l’autodeterminazione indigena è stata del tutto consegnata nelle mani degli indigeni stessi, senza più alcuna guida «esterna», né bianca, né meticcia.

I movimenti, i partiti, le associazioni che costituiscono la galassia altro-mondista hanno forse risentito di questa «morte» eccellente? A protestare contro i Grandi, sotto la pioggia torrenziale, v’erano solo poche decine di attivisti accompagnati da un furgoncino e un soundsystem, coraggiosi partecipanti allo streetrave contro il G7. Marcos è morto, l’EZLN vive. Forse anche «il Movimento» deve trovare il suo Marcos da uccidere, per vivere?

Sebastiano Putoto

 

 

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