I fasci del Nautico…

Quello che segue è un capitolo del romanzo di Annalisa Terranova “Vittoria” (Ed. Giubilei Regnani, 2014, euro 15,00, CLICCA QUI).

La redazione

I FASCI DEL NAUTICO
Annalisa Terranova 

Con Paola parlavano in bagno, affacciate al finestrone da cui si vedeva il cancello d’ingresso, oppure lei si metteva a gambe incrociate seduta su un banco, e tirava le maniche del maglione facendoci scomparire dentro le mani mentre conversava, mentre raccontava dei suoi amici compagni o del suo ragazzo.

“Ieri – disse una volta – abbiamo fatto l’amore”. Vittoria era imbarazzata, abbassò gli occhi. “E dai – insisteva quella – è normale, lo fanno tutte. A te chi ti piace?”. “Nessuno”. “Però senti, se continui a metterti questi maglioncini che sembrano quelli di tua nonna quando lo trovi un ragazzo…”. Stavolta Vittoria si era offesa, anche perché il maglioncino che portava secondo lei era bellissimo, e non era di sua nonna ma di sua sorella, con le maniche a palloncino. “Ma guarda che maniche – insisteva Paola – e questo colore, color cacca di cane…”. A quel punto si infuriò: “Ma te, che sei pure compagna, non ti vergogni a guardare uno come si veste? Non lo sai che ci sono famiglie dove la roba da vestire passa da una sorella all’altra perché non ci sono soldi per rifarsi il guardaroba? Non sei amica dei proletari? Fatti raccontare come vivono, allora, i proletari…”. Quella rimase di sasso e non disse più nulla. Il giorno dopo chiese scusa a Vittoria. E Vittoria comprese che non riusciva a farsi diventare antipatica quella compagna impicciona e pure un po’ appiccicosa.

Ma certo non poteva durare. Una mattina Paola le disse, tutta allarmata, che stavano arrivando i fascisti del vicino istituto Nautico, l’unico nella zona che potesse vantare un nucleo studentesco non riconducibile alla sinistra. Sui fasci del Nautico circolavano vere e proprie leggende metropolitane: che erano feroci, che erano violenti, che erano cattivissimi. In realtà erano stati solo protagonisti di scontri non poi così epici in cui i compagni avevano avuto la peggio. Il Keplero era il liceo più vicino al Nautico e gli amici di Paola vivevano con l’incubo quotidiano di un assalto da parte dei fascisti di quella scuola. Fu fatto girare l’ordine di tenersi lontani dalle finestre, fu chiamata la polizia, persino i professori erano scuri in volto per l’attacco che si reputava imminente. Vittoria chiese di andare in bagno e lì si mise comodamente alla finestra ad aspettare i fasci del Nautico, non vedeva l’ora che apparissero nella via deserta che portava al cancello del suo liceo. Uno spettacolo che era un po’ la sua rivincita. Ma quelli non arrivavano. Vittoria si sporgeva dalla finestra per vedere meglio e più lontano ma non successe niente. Di fasci neanche l’ombra. “Sarà per la prossima volta”, pensò.

Paola, passata la grande apprensione, la guardava sospettosa: “Te non c’avevi paura, però, a te non ti fregava niente dei fasci”. “No, infatti, non avevo paura. E perché, i cortei li potete fare solo voi? Se li fanno i fascisti succede un terremoto?”. L’altra, finalmente, capì. Tutt’e due si guardarono i piedi, imbarazzate, tornarono in classe lasciandosi andare ognuna ai propri pensieri, pensieri che avevano preso ormai strade diverse.

Era andata al liceo scientifico per due ragioni sostanziali: riutilizzare i libri della sorella e evitare il greco perché già i primi rudimenti di latino, alle medie, le erano sembrati astrusi e poco divertenti. Poi, voleva incontrare i professori della sorella, quelli di cui lei aveva raccontato a casa, riferendo che avevano parlato male del padre dandogli del fascista. In particolare l’insegnante di inglese, aveva raccontato sua sorella, davanti a tutta la classe, l’aveva apostrofata come “figlia del fascista” e l’aveva quasi fatta piangere. Vittoria si ritrovò nella stessa sezione della sorella, stessa insegnante di inglese, dinanzi alla quale scandì con fierezza il suo cognome, come una sfida, come per dire: “Eccomi qua, sono l’altra figlia del fascista, e ora a noi due…”. Invece quella abbozzò un sorriso, quasi di compatimento: “Ah – rispose – eccone un’altra…”. E siccome quelli come lei erano segnati all’indice, pochi giorni dopo si presentò un tizio con la barba, all’ora di ricreazione, con altri tre con i camicioni a quadri, mentre Vittoria guardava il viale dai grandi finestroni dell’edificio. Il tizio aprì un libro illustrato, e le mostrò con fare minaccioso la foto in bianco e nero di un gruppo di squadristi e si mise a strillare: “Questi sono fascisti, questi ammazzavano la gente, tu sei così, sei come questi?”. “Ma chi sei? Chi ti conosce?”. “No tu lo devi dire adesso, davanti a tutti, se sei come questi, se sei fascista, sei fascista?”. Dietro al tizio si era radunata altra gente, tutti con lo stesso sguardo, di disprezzo più che di minaccia, e Vittoria si sentiva un fenomeno da baraccone e allo stesso tempo percepiva l’ingiuria rivolta alla sua famiglia, a suo padre, al suo cognome. E l’affronto bruciava, le scavava dentro, rafforzava la sua determinazione. Tra sé e sé pensava: “Come gliela racconto a questi la storia delle colonie, del Duce che risponde alla lettera di mia nonna?”. Sostenne con tutta la fierezza di cui fu capace lo sguardo severo del barbuto: “Io non c’entro con questi qui. La mia famiglia è missina e io pure, sono missina…”. “Le piace l’olio di ricino”, sghignazzò qualcuno. “Fai schifo…”, gli fece eco un altro. E quello non mollava: “Tuo padre è fascista, sei fascista, sei fascista…”. “Lascialo stare a mio padre…”, rispose Vittoria provando ad alzare la voce.

Accorse la bidella, piccola, nervosa e irritata per quell’accerchiamento che violava lo spazio da lei vigilato. Fece irruzione nel gruppo, ormai diventato di una quarantina di studenti. “Ma che fate? Vi mettete contro una ragazzina? E siete tutti dell’ultimo anno, ma non vi vergognate? Se non ve ne andate chiamo gli amici della sorella, che sta al V D, al piano di sopra. Basta, andate in classe, che la ricreazione è finita…”. Quelli se ne andarono, mugugnando, lanciandole gli ultimi sguardi di rimprovero, il barbuto sempre con il libro aperto alla pagina della foto degli squadristi. Gliela mostrò ancora, da lontano: “Quelli così – e batteva l’indice sulla foto – quelli come te, li teniamo d’occhio, stai attenta…”. Vittoria se ne tornò in classe triste e pensierosa, con il cuore che batteva a mille per la rabbia e per l’umiliazione. Comprendeva bene in quegli attimi che il suo e quello dei suoi aggressori erano mondi separati, lontani, diversi.

Ma lei ormai non si rammaricava più del suo isolamento, accettò l’emarginazione dai suoi coetanei, la separazione dal resto degli studenti come una cosa naturale, addirittura come un privilegio.

Paola non le diceva più nulla. Si ignoravano, ma una volta che i compagni si misero davanti al cancello per impedire l’entrata agli studenti, Vittoria disse: “Fammi passare, io voglio entrare lo stesso”, quelli assunsero subito un atteggiamento arrogante, e coprivano l’ingresso con un sorrisetto di sfida, e Paola disse qualcosa al suo amore del quinto anno, e allora la fecero passare, limitandosi a sguardi di gelida ostilità.

Non erano solo loro a guardarla così. Anche la professoressa di inglese, quella per cui la sorella aveva quasi pianto, la guardava spesso con un’aria di superiorità, con uno sguardo curioso e indagatore. Una mattina fu convocata un’assemblea con un’esterna, una femminista, che avrebbe dovuto parlare alle ragazze del liceo del modo in cui dovevano affrontare i primi rapporti sessuali. Alla prima ora c’era, appunto, inglese. L’insegnante aveva fretta di andare anche lei in palestra dove affluivano le studentesse attirate dal tema insolito ma soprattutto dall’idea di saltare la lezione. I maschi della classe se la filarono nei bagni a parlare forse, anche loro, delle prime schermaglie erotiche. Vittoria non si mosse dal banco. L’insegnante la guardava nervosamente finché chiese: “Non vai all’assemblea?”. “No”. “Non ti interessa?”. “Non mi interessano le femministe”. “Le femministe sono donne come te, dovrebbero interessarti”. “Non ci voglio andare”. “Se resti in classe ti interrogo per tutta l’ora”. “Sono pronta”. Vittoria fu interrogata per l’intera ora, e mentre quella chiedeva e lei rispondeva, in un inglese stentato, notò che la professoressa si era messa due scarpe diverse, per sbadataggine, e forse lo sapeva già ma forse non se ne era neanche accorta. A Vittoria veniva da ridere, mentre quella tutta compunta faceva le domande e lei le guardava i piedi così buffi con due scarpe differenti. Quando suonò la campanella Vittoria chiese: “Come sono andata?”. “Sufficiente di sicuro, ma non so se metterò il voto perché oggi la lezione doveva saltare, mi hai fatto perdere tempo…”. “Professoressa, scusi, volevo avvertirla che ha sbagliato a mettersi le scarpe…”. Quella si guardò i piedi e arrossì, poi guardò Vittoria con aria di sfida: “Sì, me ne ero accorta, ma non facevo più in tempo a tornare a casa”. Vittoria taceva. Prima di andarsene la professoressa si girò un’ultima volta verso di lei: “Facciamo così, la prossima volta preparati che ti interrogo di nuovo, ma davanti a tutta la classe perché le interrogazioni solitarie non hanno senso, anche i tuoi compagni devono ascoltare e capire, l’interrogazione deve essere utile a tutti. Intesi?”.

Tornate dall’assemblea, le compagne riferirono a Vittoria sull’esito della riunione. “C’erano tutte, perché non sei venuta?”. “Ma che mi sono persa, scusate?”. “Eh, una cosa importante, la tizia ha detto che dopo il rapporto sessuale, se non vuoi restare incinta, devi metterci un po’ di Coca-Cola, che brucia lo sperma”. Vittoria sgranò gli occhi: “Non ci credo”. “Sì, la Coca-Cola, oppure un po’ di yogurt…”. “E l’ha detto davanti a tutti?”. “Sì, sì, ovvio”. “E che hanno detto?”. “Niente, una ha chiesto ‘Ma quanta coca cola ci devo mettere, mica tutta la bottiglietta vero?’”. Quando Vittoria lo raccontò alla mamma, lei si fece una risata: “Ah, ah, ah… Perdono un’ora di lezione per raccontare queste stupidaggini? Non lo dire a tuo padre, per carità, che a quello gli viene un infarto…”.

Al padre Vittoria non raccontava nulla. Ormai aveva compreso benissimo il suo totale distacco da quel mondo nel quale lei era immersa, ma non partecipe, testimone, ma non coinvolta. Era come guardare un film, ma non dalla parte degli spettatori. Lei stava in mezzo agli attori ma nulla di quello che faceva o pensava influiva sulla trama, che andava via da sé e Vittoria non aveva alcun potere sugli eventi, non poteva cambiare una storia già scritta.

Quando fu proclamata l’autogestione le finestre del liceo furono pavesate con le bandiere rosse. Vittoria andò a scuola lo stesso perché, disse il padre, “a scuola non si va solo se stai male, e tu non sei malata”. Non si rendeva conto. I professori erano scomparsi. L’edificio era in mano a gruppi di studenti eccitati per quella settimana di protagonismo: alcuni stilavano programmi alternativi, predisponendo lezioni sulla rivoluzione cinese o sul colonialismo in Africa, altri requisivano le aule. In una potevi fumare erba tranquillamente, in un’altra dedicarti all’amore di gruppo, in un’altra ancora furono depositati mazze e bastoni “casomai dovessero arrivare i fascisti del Nautico”. Vittoria ciondolava nei corridoi, sola come sempre e sempre più disgustata dallo spettacolo. La campanella per quella settimana non avrebbe suonato e verso la fine della nattinata fu improvvisato uno spettacolino per gli studenti. Gli occupanti si misero in cerchio, nel cortiletto davanti alla scalinata d’ingresso, e fu acceso un fuocherello. Un compagno parlò a nome del comitato rivoluzionario che aveva esaminato i libri scolastici ed era incaricato di bruciare quelli che erano stati giudicati dannosi per la popolazione studentesca. “Li diamo alle fiamme?”. “Sìììì”. Quello prese la Divina Commedia e la alzò in alto: “Condanniamo al rogo la Commedia di Dante Alighieri, perché era uno stronzo che credeva nell’inferno…”. E pagina dopo pagina alimentò il fuoco. Poi sollevò con la mano I promessi sposi di Alessandro Manzoni: “E questo, compagni, l’abbiamo condannato perché Renzo era un coglione che credeva nella Provvidenza e non nella rivoluzione e Lucia era una frustrata…”. E anche Manzoni finì tra le fiamme. Vittoria non ne poteva più. Tutto quel fanatismo si alimentava di certezze incrollabili, sosteneva atteggiamenti e sguardi prepotenti. Loro erano padroni di tutto, e quel film non prevedeva, per Vittoria, il lieto fine. Guardò verso lo stradone che collegava il suo liceo al Nautico. Ma da lì non sarebbe arrivato nessuno. Doveva liberarsi da sola.

Indietreggiò verso il cancello, che era aperto, e se la svignò. Nessuno ci fece caso. Cominciò a correre, per scrollarsi di dosso quel senso di oppressione, quel senso di fastidio. Aveva bisogno di sentirsi libera, libera di scegliere, di amare la sua famiglia o di non amarla, di accettare il mondo così com’era o di cambiarlo, senza che nessuno impartisse lezioni, senza che nessuno le ordinasse la strada migliore.

I professori, alcuni professori, non erano meno fanatici, nella propaganda ideologica, degli studenti che bruciavano simbolicamente i classici della letteratura. A Vittoria studiare piaceva, le avevano detto che bisognava prendere appunti e lei ci provava ma, in alcuni casi, avvertì un totale senso di estraneità rispetto a ciò che si diceva in classe. Fu il supplente di italiano, che aveva preso il posto del primo, quello fissato con Virgilio, a provocare in lei il primo dubbio critico: non è che i professori dicono anche loro stupidaggini? Non è che quella raccomandazione paterna a rispettarli, a seguirli, era da non tenere in conto? Quello, in effetti, le diceva, le stupidaggini, e in abbondanza. Fresco di laurea, soprannominato Barbarossa per via della peluria fulva, occhialini tondi, maglioncini shetland girocollo, un foulard rosso, imperversava con le sue lezioni alternative e nel liceo era celebrato come professore particolarmente vicino alle esigenze degli studenti. Sedeva direttamente sulla cattedra, dondolando i piedi, mentre parlava alla classe di quello che voleva lui, ignorando il libro di testo. Dante? “L’unica cosa buona che ha fatto è stata l’invenzione della terzina, sapete la rima così e cosà, quella roba lì insomma. Il resto, per carità, genere medievale, commedia per gli imbecilli”. Anche Paolo e Francesca? “Anche Paolo e Francesca, ma scusate… celebra la loro passione però li mette all’inferno lo stesso, li tratta da peccatori, perché in realtà era un maschilista, uno secondo cui le tradizioni non si toccano”. Vittoria aveva letto nelle note della Commedia commentata da Natalino Sapegno che l’amore di Paolo e Francesca era talmente forte e potente da riuscire a infrangere le leggi dell’aldilà, infatti le due anime continuano ad essere unite anche dopo la morte. Provò a dirlo al Barbarossa, che le rivolse uno sguardo di compatimento. Dipingeva l’età di mezzo, il Medioevo, come l’epoca del trionfo dell’oscurantismo. “Altro che castelli e cavalieri. Lo sapete che era considerato peccato anche trattenere la pipì?”. Vittoria, a quelle uscite, sgranava gli occhi, il resto della classe rideva. E perché? “Perché se una donna trattiene a lungo la pipì quando poi la fa prova piacere, e una donna non doveva provare piacere. O faceva figli, o si faceva monaca. Basta”. E gli uomini? “Gli uomini facevano quello che gli pareva”.

Un giorno Barbarossa venne in classe deciso a rivoluzionare il programma: disse che avrebbe spiegato Marx e la teoria del plusvalore, perché se non si capisce l’economia non si capisce nulla della vita, della storia, della politica e il potere proprio questo voleva, l’ignoranza delle masse. Dettò infine la sua definizione del plusvalore: “Quella parte di lavoro in più eseguita dal lavoratore e che non viene pagata, andando a costituire il profitto del capitalista”. A Vittoria tutte quelle parole ronzavano poi nella testa. Era inevitabile il confronto tra ciò che aveva ascoltato a casa e quanto veniva propagandato al liceo. Chiese dunque alla sezione di suo padre se avevano libri su Marx. Non ne avevano.

In verità in sezione c’era un unico libro, Arcipelago Gulag di Solgenitsin, una copia impolverata, gettata sugli scaffali del sottoscala, accanto ai rotoli di manifesti. “Leggi questo qua, è importante per capire quanto il comunismo sia disumano. E non lo rovinare, lo devi restituire”. Vittoria lo trovava già abbastanza rovinato ma non disse nulla e se ne tornò a casa col suo Solgenitsin, che risultò per lei di difficile lettura. E poi, che i comunisti mettevano i dissidenti nei campi di concentramento lo sapeva già. Avrebbe voluto argomenti da contrapporre a Barbarossa. Avrebbe voluto parole e concetti per scalfire il modo insopportabile in cui quello propinava le sue assolute, adamantine certezze. Ma nella biblioteca paterna trovava solo libri su un mondo finito nel ’45 e si rese conto di quanto fosse difficile contrapporre al “sol dell’avvenire” il mito crepuscolare degli ultimi fascisti in piedi tra le rovine.

A Paola aveva detto che non gli piaceva nessuno, ma non era così. Uno c’era. Alto, bello e sempre sorridente. Ultraripetente, frequentava ancora il primo anno, pur avendo quasi diciassette anni. E faceva strage di cuori. Era sempre circondato da ragazzine adoranti e Vittoria si accontentava di osservarlo da lontano. Finché un giorno avvenne il “miracolo” e il bellissimo le rivolse la parola, la invitò ad andare a scuola insieme, appuntamento alle 8 al bar Arancio, quello dove i gruppi di studenti si smistavano per poi andare tutti nella stessa direzione, attraversare il ponte Marconi e raggiungere il liceo. Vittoria era incredula e passò l’intera giornata a domandarsi come mai il bellissimo avesse invitato proprio lei, poi trascorse la notte a pensare che non avrebbe dovuto fare tardi e a cosa doveva indossare. Non chiuse occhio e quando arrivò in vista del bar, alle 8 in punto, non vide lui tra i tanti capannelli che già si erano formati. Aspettò oltre dieci minuti, incerta sul da farsi: “Le donne non aspettano”, diceva sempre la madre, rinfacciando al padre un famoso ritardo di quando erano fidanzati che lui poi si era fatto perdonare regalandole un libro di poesie. “A me, le poesie…”, diceva la mamma, con un sospiro di scetticismo, come a dire: “Dei miei gusti non ci ha mai capito nulla…”. E intanto il bellissimo non arrivava.

Vittoria si decise a prendere la via del liceo delusa, assonnata e imbronciata. Quando si incrociarono a ricreazione lui la salutò da lontano con la mano. Vittoria gli fece segno di avvicinarsi. Quello arrivò. E lei: “Ma non dovevi venire al bar Arancio alle 8?”. E lui: “Ah certo, ci passo tutte le mattine…”. “Ma non avevamo un appuntamento?”. Risata. “Un appuntamento. Ma come sei carina… mi hai aspettato? Ma io dicevo così, se passi lì alle 8, facciamo la strada insieme, è la strada che fanno tutti. Mi hai aspettato? Poverina, io ho fatto tardi oggi, tutta di corsa me la sono fatta. Facciamo domani eh? Andiamo con tutto il gruppo?”. “No grazie, domani prendo l’autobus”. E intanto Vittoria pensava: “Che stronzo”.

Mesi dopo le compagne di classe le mostrarono un giornale, tutte agitate. In un trafiletto, a fondo pagina, c’era la foto del bellissimo: arrestato per spaccio e morto in carcere. Overdose. Vittoria ci pensò per giorni, a come andava il mondo, a come andava il suo tempo, a come lei non riusciva a tenere il passo, a entrare dentro il meccanismo, a come non si capissero per niente, lei e il mondo, come quando si erano dati il non appuntamento con il bellissimo. Faccia da bravo ragazzo e invece… Sempre a ridere, sempre a scherzare e invece… tante ragazze che gli facevano il filo e invece… ma lei la droga, quell’erba che “le cresceva tutto attorno”, non l’avrebbe mai toccata. Non la attirava, anzi la spaventava. Tra tutte le cose del suo mondo e del suo tempo che non capiva quella era la più incomprensibile e la più distante. Poi, col passare dei giorni, il bellissimo divenne un ricordo sfocato, ma che faceva sempre un po’ male. Ce n’era un altro, in classe di Vittoria, di cui dicevano che era sempre fatto. “Ma solo spinelli, no roba pesante”. Anche lui ripetente, arrivava sempre in ritardo. Profitto disastroso. Gli piaceva ingaggiare battaglie dialettiche con la professoressa di religione: “Professorè, ce deve dimostra’ l’esistenza di Dio, sennò che professoressa di religione è?”. Quella lo ignorava e lui si rivolgeva alla classe allargando le braccia, come un guitto: “Non è capace,visto?”.

Le femmine le chiamava tutte “Lella”, perché secondo lui era più confidenziale. “Lo so, so’ un coatto, e che male c’è? Prendete esempio da Pasolini, prendete… i coatti so’ i mejo, perché so’ sinceri, non te la danno la fregatura”. Una volta Vittoria, impietosita, cercò di passargli il compito di latino. Lui a ricreazione la ringraziò: “A Le’, grazie, ma quella roba non fa proprio per me, poi oggi c’ho un sonno… comunque grazie eh…”. Vittoria sorrise e stava per andarsene, ma quello le offrì una Marlboro: “Voi fumà?”. “No grazie”. “A Le’, ma è vero che sei fascia? Ma nun è possibile, dai… te sei troppo forte come fai a esse fascia? Accannali a quelli, lassali perde”. Vittoria non disse nulla e tornò in classe.

Annalisa Terranova

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks