Abbiamo dialogato con i fascisti… E allora?

L’articolo che segue è stato ripreso del sito online del settimanale “Altri” (LEGGI QUI). Al termine dell’esperienza del periodico, Andrea Colombo spiega le ragioni del dialogo con i “fascisti” avvenuto su quelle pagine, infrangendo il tabù dei tabù: quello della pregiudiziale antifascista.

miro renzaglia 

ANTIFASCISMO
E ODIO PER NOI DELLA SINISTRA ETNICA

Andrea Colombo 

Nella sua in fondo non brevissima storia, questa testata ha collezionato senza dubbio un primato: quello del giornale di sinistra, scritto e pensato da giornalisti di sinistra, più detestato dal “lettorato” di sinistra. Le ragioni sono molte: eravamo nati con l’obiettivo preciso di smantellare (o almeno di provarci) le certezze non dei partiti di sinistra, lavoretto sin troppo facile, ma del popolo di sinistra, faccenda molto più complicata e rischiosa. Tra i molti fronti che abbiamo provato ad aprire, forse nessuno ha destato più ostilità della nostra posizione sull’antifascismo.

In questo caso, non si tratta solo di articoli e riflessioni ma anche e forse soprattutto di una presa di posizione pubblica. La nostra redazione, a partire dal direttore Piero Sansonetti, si è schierata, con un appello pubblico, a favore del diritto di manifestare di tutti, dunque anche dei neofascisti di Casapound, revocato in dubbio da una richiesta di divieto fatta partire da Alberto Asor Rosa, sottoscritta da una marea di docenti e poi sostanzialmente recepita dalla questura di Roma. Non c’era alcun motivo di vietare quella manifestazione. Non si prevedevano violenze. Le parole d’ordine sulla quale era convocata non riguardavano l’esaltazione del fascismo o peggio del nazismo ma faccende squisitamente attinenti al presente. La pretesa di appellarsi alla norma (provvisoria) della Costituzione sul divieto di ricostituzione del Pnf era un’insopportabile ipocrisia, non essendo quella norma (giustamente) mai stata fatta valere per decenni a proposito del solo erede del Pnf, il Movimento sociale italiano. Con quella richiesta di divieto non si voleva proibire che qualcosa fosse fatto ma mettere al bando un’identità politica in quanto tale. Ci pareva inaccettabile e molto più totalitario di qualsiasi apologia di fascismo, e così ci sembra anche oggi.

Tuttavia la vicenda, per alcuni versi tempestosa e per altri dolorosa, impone alcune riflessioni su uno dei cardini della sinistra: l’antifascismo. Dirsi “antifascisti” non significa essere contro il fascismo, cosa ovvia, ma fare del conflitto eterno e per così dire “ontologico” con i fascisti una delle componenti principali della propria identità politica. Questo era senza dubbio giustificato subito dopo la guerra. E’ dubbio che lo sia ancora. Per dirsi “antifascisti”, nel senso fortemente identitario del termine, bisognerebbe infatti partire da una definizione relativamente precisa di cosa voglia dire essere fascisti. Nel suo bel libro Fascisti immaginari Luciano Lanna, che è stato nostro collaboratore, ha dimostrato che esistono più o meno tante concezioni del fascismo quanti sedicenti fascisti. In parte ciò vale anche per i comunisti, essendoci tra un “comunista libertario” e uno stalinista differenze immense, ma per quanto riguarda l’estrema destra la componente “immaginaria” della propria autoidentificazione è ancora più determinante, giacché abbraccia persino i fondamentali più essenziali. Si può essere fascisti e modernisti o fascisti e tradizionalisti. Fascisti in nome della gerarchia o dell’individualismo estremo. Dello statalismo o del neoliberismo. Dell’ordine o del disordine. Della giustizia sociale o della difesa degli interessi delle classi dominanti.

Per questo noi abbiamo scelto di considerare non l’identità ma le posizioni di volte in volte assunte. Siamo contro i razzisti, ma se uno si dice fascista e poi è come noi antirazzista lo abbiamo considerato un interlocutore interessante. Se un’organizzazione neofascista si schiera contro l’omofobia, consideriamo il particolare di un certo interesse. Quando un neofascista difende il garantismo invece che le forze dell’ordine sempre e comunque significa che abbiamo almeno una battaglia in comune. Ma anche quando la differenza è totale, non per questo ritenevamo che andasse negato il diritto a esistere. L’identità politico-culturale è una cosa seria: non ci si può definire democratici, libertari e garantisti ma poi decidere che un’altra identità politica è in quanto tale “fuori legge”.

C’è tuttavia un equivoco che, alla fine di questa esperienza, deve essere chiarito. Se abbiamo parlato spesso, e quasi sempre all’opposto del coro della sinistra, di fascismo e antifascismo, non è stato per un particolare interesse nei confronti dell’estrema destra, ma, al contrario, perché quello era una modalità eminente per discutere sulla sinistra. Pochi elementi come l’antifascismo hanno contribuito a delineare i tratti di una “sinistra etnica”, identificata non sui propri contenuti ma sulla contrapposizione a un’altra etnia. In fondo, il nostro obiettivo altro non era che minare le granitiche fondamenta della sinistra etnica e al proposito poche leve erano scomode, difficili, impopolari ma anche utili e anzi necessarie come mettere al centro della riflessione uno degli elementi più sacri, ma anche più ipocriti e superficiali, dell’identificazione per categorie etniche invece che politiche: quella appunto dell’antifascismo.

Andrea Colombo
Altri online 

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