PROSPETTIVA BERLINGUER
L’INCIPIT DELL’INTERVENTO DI MIRO RENZAGLIA…

Quello che segue è l’incipit dell’intervento di Miro Renzaglia nel volume collettaneo “Prospettiva Berlinguer – Sguardi trasversali sul leader comunista” (Safarà Editore, 2014, € 14,00 – CLICCA QUI) a cura di Ivan Buttignon e con interventi di Pietro Folena, Nicola Tranfaglia, Leonardo Raito, Miro Renzaglia, Luciano Lanna, Fulvio Salimbeni, Dario Mattiussi, Mirko Bortolusso, Noël Sidran, Marco Gervasoni, Paolo Sardos Albertini, Andrea Colombo, Michele Mognato.

La redazione

BERLINGUER, L’ANTICOMUNISTA
miro renzaglia 

 Accadde il 12 giugno 1984, in Via delle Botteghe Oscure, a Roma. Migliaia di persone (il giorno del funerale, in Piazza S. Giovanni, se ne conteranno oltre un milione) provenienti da ogni dove, erano in attesa di poter rendere omaggio a Enrico Berlinguer, il piccolo padre del comunismo italiano, morto il giorno prima. Affollavano la strada che conduceva alla sua camera ardente, allestita nella storica sede del Pci. L’aria era ferma, come si addice alla commozione che lascia scorrere solo le lacrime della perdita definitiva. Alto era il silenzio nel rispetto del riposo di un uomo che, pur attraverso la mitezza dei modi e un sorriso malinconico ai limiti della dolcezza, aveva ispirato in quei cuori passioni ardenti e speranze vive di riscatto sociale. L’Unità, nelle mani dei lettori che sostavano lì davanti, titolava semplicemente: “E’ morto”, inutile specificare chi. E uno striscione immenso che campeggiava trasversale, da un lato all’altro del marciapiede, esprimeva il sentimento doloroso di quel popolo verso l’uomo che li aveva guidati “Ti vogliamo bene, Enrico”.
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La bandiera rossa sventolava a mezz’asta dal balcone del palazzo, pigramente mossa dal vento leggero di quella tarda primavera romana, radiosa e calda ma languida nel lutto. E poi, fiori, molti fiori a ornare il cammino che conduceva alla sua bara, dove Giancarlo Pajetta, Nilde Jotti, Pietro Ingrao e Giorgio Napolitano, su un quasi attenti rigido, vegliavano. Sfilavano tutti: politici e impolitici, uomini dello stato e semplici militanti, simpatizzanti, uomini e donne del popolo e figli di quella borghesia illuminata che aveva voltato le spalle ai padri e si era donata alla causa del proletariato.E poi, e ancora: giovani coppie di aspettative libertarie e anziani partigiani di una rivoluzione mai compiuta. Tutti sfilavano attenti a non incrinare quell’atmosfera tesa nella solennità del momento. Quasi un fermo immagine durato ore e ore.
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A un certo punto, però, quell’atmosfera si ruppe: la folla ondeggiò in un darsi di gomito, in un indicare a mento qualcosa o meglio, qualcuno. Si alzò un brusio, non un vociare, tanto meno un vociare di protesta, ma un sommesso brusio di stupore. Quello stupore che sorge dall’inaudito da quel qualcosa, insomma, che proprio non ti aspetti e non avevi previsto. Un uomo politico, senza scorta, a piedi, con un abito grigio segue l’itinerario corteale dell’omaggio al defunto. E’ lui, l’uomo che non ti aspetti: Giorgio Almirante, segretario in auge del Movimento sociale italiano, già sottosegretario della Repubblica di Mussolini, anticomunista a un tempo razionale e viscerale, che allinea i suoi passi fino alla sosta davanti alla salma di quello che il luogo comune indicava come suo acerrimo e irriducibile nemico. La sosta fu breve: un chinar la testa e un segno della croce e poi via, da un’uscita secondaria. L’atto era compiuto.
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La leggenda dice – per testimonianza della moglie, Donna Assunta – che alla notizia della morte di Berlinguer, Almirante pianse. Dice anche che, quella mattina, all’autista che lo attendeva sotto casa e che gli chiedeva come al solito dove doveva portarlo, Almirante rispose semplicemente: “A via delle Botteghe Oscure”, ottenendo in cambio dal fido collaboratore uno sguardo di paura ma la pronta obbedienza al Capo. Dice, inoltre, che avesse preventivamente informato delle sue intenzioni Giancarlo Pajetta, ricevendo l’assenso alla visita. Tant’è che proprio lui – l’ex capo partigiano “Nullo” –  era lì, sul portone, ad attendere il presunto “fucilatore di partigiani”. Dice infine che, all’uscita dalla camera ardente, Almirante dovette ripetere due volte il gesto per soddisfare la siepe dei fotografi appostati a immortalare lo storico evento. Intervistato dal regista Luigi Magni, dirà: «Non sono venuto per farmi pubblicità, ma per salutare un uomo estremamente onesto».
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L’onore al nemico – come si sa – è un atto nobile. Ma siamo sicuri che Almirante e Berlinguer fossero effettivamente nemici politici? Se sull’anticomunismo del primo non ci piove, sarebbe forse ora di indagare anche su quello dell’altro (…)

miro renzaglia

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