Prospettiva Berlinguer. Intervista a Ivan Buttignon

A parte la ricorrenza del trentennale della morte, cosa ti ha spinto a pubblicare questa miscellanea?

La ricorrenza è solo lo status belli. Il motivo è la simpatia – nel senso più etimologico del termine – che provo nei confronti dei politici sagaci e insieme coraggiosi. Il risvolto della medaglia dell’ammirazione – e qui sgancio la bomba – è la smodata voglia di rilanciare esempi utili all’oggi.

Gli interventi cominciano con un Pietro Folena agiografo che si lancia in una santificazione di Berlinguer paragonata al Papa e a San Francesco e si chiudono con Andrea Colombo e la sua quasi plumbea descrizione del conservatorismo di Berlinguer. Iniziare con la luce e finire con le tenebre è voluto? Vuole sintetizzare l’ancora incerto giudizio sul leader comunista?

Le uniche posizioni volute all’interno della collettanea sono quelle della premessa, della prefazione, dell’introduzione e della postfazione, per motivi protocollari e procedurali. Proprio la postfazione, di fatto l’ultimo contributo, è in perfetta sintonia con l’intervento di Folena. Chiude il cerchio, riponendo il leader comunista in una cornice decorata.

Quale criterio, oltre a quello di descrivere le varie fasi politiche successive di Berlinguer, ti ha spinto nella scelta degli autori?

Tre caratteristiche che li accomuna tutti: la schiettezza, l’intelligenza, la libertà intellettuale (nessuno degli Autori, neppure gli “organici” a partiti, è “allineato e coperto”). Ma anche il fatto che sono esperti – in tutto o in parte, spesso in segmenti profondamente diversi tra loro – della figura di Berlinguer.

Trovo il lavoro positivamente disomogeneo. Hai voluto con questo dare spazio alle molteplici opinioni e ai diversi livelli di lettura del personaggio o cosa?

Qualche mente con velleità tassonomiche ha già definito “libertaria” l’opera, perché concede spazio a diverse letture. Personalmente credo sia “libertaria” anche nelle proporzioni. La condicio sine qua non che posi (l’unica) fu quella della scientificità dei lavori. Raccomandazione superflua, vista l’alta caratura intellettuale e professionale degli Autori.

Di Berlinguer, in estrema sintesi, il più grande pregio e il più grande difetto?

A parer mio rappresentò un Bismack. Favoloso stratega all’esterno; assolutamente carente sul piano relazionale all’interno del partito: è quanto lamentano più o meno tutti i suoi collaboratori organici al Pci.

Alcuni autori hanno giudicato il compromesso storico come un vasto disegno strategico, altri come una mera operazione elettorale. Cosa pensi a proposito?

Buona la prima. Chiaro che i benefici elettorali in termini di consenso elettorale erano comunque previsti ed apprezzati. In altre parole, rappresentavano parte di quel vasto disegno strategico cui accenni. Ed è normale fosse così. Ricordiamo che Berlinguer capeggiava il “grande partito” di Togliatti (secondo la terminologia politologica, partito d’integrazione di massa), non il “piccolo partito” (d’avanguardia) marxista-leninista targato Gramsci Bordiga Bombacci. Il consenso di massa doveva essere un tratto essenziale e imprescindibile del Pci.

Quanto è responsabilità primigenia di Berlinguer il vuoto ideale dell’attuale PD nato da una serie infinita di “strappi”?

Il PD strappa tutto fuorché gli unici aspetti che dovrebbe asportare se davvero aspira a diventare un grande partito riformista e progressista: i metodi autoreferenziali e gli approcci settari. Berlinguer andava nel senso opposto, abbattendo senza pietà le zavorre dei tabù e dei cliché. L’intervento di Miro Renzaglia è illuminante in questo senso. Aggiungo, se mi permetti, che il nuovo Segretario nazionale del PD rappresenta forse il più grande interprete della volontà berlingueriana.

Considero il lavoro che hai curato come un affresco nella terra di nessuno. Condividi il fatto che un giudizio storico su Berlinguer sia ancora prematuro?

Concordo con la tua classificazione. Ritengo sia un lavoro di storia e di attualità, ma soprattutto a metà strada tra questi due ambiti: la fatidica terra di nessuno, appunto. Gli elementi per elaborare giudizi storici esistono e li abbiamo sfruttati in questo lavoro. Auspico sia il primo passo di una lunga camminata. Solo la reazione dei lettori a questo lavoro potrà dire se sia prematuro il giudizio storico che lì coglieranno.

Il tuo primo intervento descrive, in maniera semplice e sintetica, il percorso giovanile di Berlinguer. Hai sentito la necessità di inserirlo perché pensi che oggi Berlinguer, aldilà della santificazione, non sia conosciuto?

Troppi luoghi comuni minano la figura di Enrico Berlinguer Segretario del Pci. Su quelli ho dedicato il secondo saggio. Sul periodo pre-Segreteria, poi, si sa molto poco. Il mio primo intervento vuole gettare un po’ di luce tra le complicate maglie della giovinezza politica del leader comunista. Ricordare, per esempio, l’Harley comprata (di tasca sua, non con i soldi del partito) per raggiungere i compagni della Fgci (cui era Segretario nazionale) di tutta Italia; l’apertura ai giovani neofascisti nel ’50; l’abolizione dell’obbligo di trasferta all’Urss per i frequentanti la scuola di partito alle Frattocchie; la posizione in favore di Trieste italiana; l’avversione nei confronti del Sessantotto e molto altro.

La questione morale è stata una grande anticipazione visionaria o un’involuzione verso un’etica di tipo borghese una volta deciso lo strappo sulla fine della “spinta propulsiva” e l’abbandono definitivo dell’etica rivoluzionaria?

La questione morale rappresenta semplicemente il ripiegamento su una strategia politica alternativa a quella non più percorribile e, di fatto, fallita; vale a dire il compromesso storico. Più interessante è invece l’altro suo cavallo di battaglia, vale a dire l’austerità, sulla quale tanto si è speculato a vanvera (beninteso, sia in senso encomiastico che insofferente) e che si dispiega su due coordinate politiche. La prima, fondamentale in termini di evoluzione ideologica del comunismo italiano, è l’abbandono della visione internazionalista in favore di quella nazionale (perché questa era la dimensione territoriale dell’austerità proposta dal leader comunista). La seconda riflette addirittura tematiche perfettamente attuali: mi riferisco all’anticipazione, almeno in parte, del pensiero decrescentista. Mentre oggi l’austerità è diventata sinonimo di sacrifici della povera gente in favore dei poteri forti (banalizzo per semplificare), nella declinazione berlingueriana si sostanziava in un nuovo tenore di vita, con ritmi diversi e con una maggiore attenzione alla sostenibilità ambientale e sociale. Vivere meglio con minori sprechi.

a cura di Mario Grossi

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