Io, castrista che non sono altro…
A Cuba, con luz propia…

Quello che segue è il diario del mio viaggio a Cuba nel 2007. Già postato nel mio vecchio blog, all’indomani del mio ritorno in Italia, ho deciso di riproporlo dopo che La Nuova Alabarda (vedi QUI l’articolo di ieri) ha tenuto a sottolineare scandalizzata il mio dichiararmi “castrista”.

m.r.

CUBA CON LUZ PROPIA
miro renzaglia 

Sono da poco sull’aereo e mi trovo a trastullarmi con questo indovinello pseudo grammaticale: perché quando si va in una qualsiasi altra nazione si usa, in idioma italico la preposizione “in” e quando, invece, si fa rotta su Cuba si usa la preposizione “a”? Si dice: vado in Francia, in Germania, in Russia, in Giappone etc… Oppure: vado a Londra, a Madrid, a Vienna etc… Solo per Cuba, invece, (non mi vengono in mente altri luoghi-nazione…) si va “a” , come se si trattasse di una città…

Speravo (più che temere…) che la mia fama avesse attraversato l’Oceano. In fondo, nel mio piccolo e modestamente, sono un uomo pubblico: scrivo libri, do concerti, faccio conferenze, collaboro a riviste e quotidiani nazionali e, soprattutto, tengo un blog letto in su e in giù dalla linea dell’Equatore, al di qua e al di là dal Meridiano Zero (en passant: il maggior numero di accessi al sito proviene – indovinate un po’? – dagli Usa; l’Italia è solo al secondo posto e ben staccata…) e, inoltre, non avendo mai fatto mistero del mio essere quello che politicamente sono, mi aspettavo – che so? – almeno un fermo alla dogana per spiegare le ragioni del mio arrivo… Macché!!! Nun me se so’ filati de pezza. Neanche un: “Nada da declarar?”… Devo confessare che il mio narcisismo ne ha sofferto non poco…

Metto il naso fuori dall’aeroporto (dove – vivaddio – si può fumare senza essere ristretti in ghetti per schiavi del vizio…) e l’Havana mi respira sul viso un alito di vento dolce da tarda primavera romana… Taxi: “37a estrada, por favor…” (comincio a parlare un neologico renzagliano fatto di quelle quattro parole di spagnolo che conosco, di romanesco puro e di termini italiani allungati con la “s” in coda: il bello è che mi capiscono e io capisco loro. N.B.: anche il virgolettato altrui che troverete nel prosieguo della lettura è traslitterato, dallo ispano-cubano, in renzagliano puro…). Accendo un’altra sigaretta (si può fumare anche in taxi…) e mi guardo intorno… Ai lati della strada che mi accompagna, dall’aeroporto alla destinazione per la notte, non ci sono cartelloni pubblicitari di genere di consumo ma solo enormi gigantografie di propaganda rivoluzionaria: “O patria o Muerte: Socialismo”, (con la faccia del Fidel adelante); “Siempre nel nuestro corazon”, (il Che); “Cuba e Venezuela: medesma trenchea” (con i faccioni del lider maximo e di Chavez sotto a rispettive bandiere nazionali); un classico: “Venceremos”. Bellissima quella (gigantografia…), da me sovranamente apprezzata, con la scritta “Neoliberalismo” che si sgretola in tasselli da puzzle a stelle e strisce, lasciando comparire in fulgida porpora compatta la dicitura: “Solidariedad”, e via di questo passo… Scoprirò, poi, che la prassi della cartellonistica rivoluzionaria si ripete all’ingresso e all’uscita di tutte le città, paesi e villaggi dell’isola… Sempre poi, scoprirò che la pubblicità di consumo non passa né per radio, né sui quattro canali televisivi nazionali… L’unica merce reclamizzata è la revolucion: credo che per contratto, soprattutto alla radio, gli speaker di qualsiasi trasmissione, anche di quelle di mero intrattenimento, siano tenuti a nominarla (la revolucion…) almeno una volta ogni cinquanta parole…

Il taxi mi scarica sotto la “casa particular” che avevo prenotato dall’Italia… Apro un inciso: ovviamente, appena tornato, mi sono fatto premura di leggere tutti i commenti lasciati sotto al mio ultimo post: “Vado a Cuba” e a quello: “Caro Miro ti scrivo”, seguìto per libera e gentile iniziativa di Susanna Dolci. Vorrei per ciò rassicurare chi mi dava in vacanza e gozzoviglio nella “Cuba bene”: io non vado mai in vacanza, io non sono un turista, io non prediligo i posti in cui “si sta bene”. Quando parto, io, vado in cerca di qualcosa (per la verità e a dirla tutta: anche quando fisicamente rimango, sono uno che va in cerca: di cosa, poi, non l’ho ancora capito, ma questo è un altro discorso…). Quando parto, poi, mi auguro eliotianamente: “Non buon viaggio ma: avanti, viaggiatore…”.

Per me, a Cuba, le casas particulares non sono state solo un’alternativa economica agli alberghi (peraltro accessibilissimi, rispetto ai prezzi italiani: anche a quelli a cinque stelle…) ma l’opzione prerogativa per entrare in contatto diretto con il cittadino cubano e con la sua realtà… La casa particolare è, anche, una delle poche opzioni alternative private (particular = privato) alla economia di stato (l’altra è la piccola proprietà terriera dei contadini: ci tornerò…): l’incasso dell’ospitalità (25/30 pesos…) è tutta (a parte un piccolo storno erariale…) di chi, all’interno della sua abitazione, ti offre alloggio ed eventuale vitto…

Poggio lo zaino nel piccolo ingresso e Marina e Paco, i miei ospitali, sono tutti per me… La casa è linda e confortevole: ingresso, salottino, tre camere da letto, cucina e bagno… La casa è di loro proprietà, come quasi tutti a Cuba: l’hanno riscattata dallo stato con un mutuo a tasso zero, compatibile con il loro reddito e tale da non costringerli ad ulteriori indebitamenti. Non possono rivenderla ad altri che allo stato… Marina è un’insegnate, Paco un operatore turistico. Sono gentili e cordiali. Chiedo una birra e non ne hanno… Sento di averli messi in imbarazzo. Tiro fuori le sigarette e Paco me ne chiede una: lui se ne compra di rado, sta mettendo soldi da parte per venire in Italia, da turista (a sessantasette anni non potrebbe neanche sognarselo di venire da noi a fare l’immigrato, clandestino o meno…). Sono le undici di sera, ora cubana… In Italia sono le cinque di mattina: sono più di venti ore che non dormo. Ho sonno… Nel saloncino, dove mi fanno accomodare, hanno, incorniciati sotto vetro e in bella vista due poster di Roma: il Colosseo e Via dei Fori Imperiali (nonché: televisione, videoregistratore e stereo-musicale…). Notano che io li noto (i manifesti romani…), e mi fanno sapere di esserci stati, di amare Roma e di desiderare tornarci: apprezzo, ma ho tanto sonno… Sono curiosi di me e dell’Italia: io barcollo, ma loro non mollano… “Vabbeh – dico fra me e me – allora rigiriamo la frittata: se devo stare sveglio, almeno cominciamo il corso di apprendimento. Non sono qui per dare lezioni ma per prenderle…”. Così, me ne esco: “E como està Fidel?” “Se està reprendendo…”, mi risponde Marina sospirando… Non riesco a capire se il sospiro è di fiduciosa attesa o di rassegnazione al fatto che il lider maximo si stia riprendendo… Indago: “Tu la esperi la su guarigion?”. Marina e Paco sgranano gli occhi quasi gli avessi fatto una domanda assurda, tanto è ovvia la risposta: “Claro que sì…”. Amano Fidel, amano Cuba, amano la revolucion e il socialismo, mi sciorinano tutte le conquiste sociali degli ultimi (quasi…) 50 anni, odiano l’America ma non gli americani, attribuiscono a “el bloqueo” (l’embargo statunitense e paesi collegati all’impero…) gran parte delle loro difficoltà economiche, sono fieri della indipendenza e della piena sovranità del loro paese, non vorrebbero vivere da nessun’altra parte che Cuba… Mi dico, senza riferirlo a loro: “Sarà tutto oro quello che luccica?” Guardo automaticamente l’orologio che ho al polso. Sono le due, ora cubana: in Italia sono le otto. Adesso, sono ventiquattrore che non dormo: decisamente troppo per me. Devono aver capito che bramo il letto, si alzano e mi accompagnano nella mia stanza, di fronte c’è la porta del bagno… Oh! i bagni di Cuba meriterebbero un paragrafo a parte… E le finestre delle case non hanno vetri…

Al risveglio, decido di cambiare l’ordine del viaggio: avevo previsto di passare in visita dell’Havana i primi due giorni di permanenza a Cuba ma la voglia della strada mi assale al primo bagliore di luce sui miei occhi (semi…) aperti… Sento la voglia di andare… Paco e Marina ci rimangono un po’ male: pensano che non mi sia trovato bene da loro. Li rassicuro: avrei dormito pure sul pomo di un letto come Eta-beta, figuriamoci sul comodo giaciglio che mi avevano preparato… Gli spiego che tornerò da loro, prima di ripartire e che rimando alla fine quel che mi ero riproposto all’inizio (la visita dell’Havana…). Lauta colazione compresa nel prezzo e digerita, mi incollo lo zaino in spalla e scendo per strada… Proprio di fronte alla casa, a fianco del cinema Acapulco, sulla 26a strada, c’è un autonoleggio. Adocchio una bella moto da turismo. Mi si appressa il noleggiatore, gli chiedo il prezzo e mi spara: ”30 pesos los dias…”. La voglio per dieci giorni… Non c’è problema, ma… non me la dà per uscire dall’Havana: le moto le noleggiano solo per iter all’interno della capitale… Cazzo!!! Dovete sapere che, motociclista dall’adolescenza fin quasi ai quaranta, volevo rinverdire i fasti della mia giovinezza a due ruote proprio in occasione di questo viaggio cubano… Provo a convincerlo: nada de nada…. Provo a minacciarlo di rivolgermi ad un’altra agenzia… Mi spiega, paziente e gentile, che tutte le agenzie sono statali e hanno tutte lo stesso regolamento: niente moto per viaggi fuori città… Sbuffo e mi guardo intorno: le macchine non sono granché: decenti, vedo solo una punto fiat e una vecchia golf wolkswagen decappottabile… Opto per la golf, per via del tettuccio apribile… L’agente mi chiede quanti chilometri penso di percorrere… Mi faccio mentalmente i conti e dichiaro circa duemila… “Nada golf…” “Perché?”, chiedo con montante stranimento: “Golf no tiene mantenimiento por far dumilas chilometris…”. Manco la decappottabile, insomma… Mi becco la punto, pago 60 pesos al giorno, firmo il contratto di noleggio, butto lo zaino nel bagagliaio, metto in moto e via… Mentre i chilometri cominciano a sgranarsi sull’autopista (così si chiama la loro unica autostrada…) smaltisco la delusione con un’altra sigaretta… Accendo la radio: la musica in salsa cubana mi rimette allegria… Punto la punto su Trinidad…

Il principale mezzo di trasporto dei cubani è l’auto…stop. Non c’è strada, cittadina o intercity, autostradale o provinciale, di borgo interno o di riviera che non affolli ai suoi margini frotte di autostoppisti… Il bello è che il cubano, auto o moto o camion o calesse munito, si ferma invariabilmente a caricare chiunque faccia richiesta del passaggio per spostarsi… Sui taxi ci vanno i turisti, i bus sono rari, quasi sempre stracolmi e, poi, non vanno dappertutto… A qualsiasi ora del giorno e della notte, ovunque vi troviate, ci sarà sempre qualcuno che a lato della carreggiata vi chiederà un passaggio. La richiesta non viene avanzata come da noi: col pollice alzato in direzione della marcia desiderata, ma con l’indice picchiettante l’aria come quando si sgombera di cenere la cima fumante di una sigaretta… Lo fanno tutti (l’autostop…): uomini e donne, vecchi e ragazzi… perfino i poliziotti… Dopo un po’, ho cominciato anch’io a caricare su gente: un po’ per uniformarmi dell’uso solidale, un po’ per parlare con più indigeni possibile e, un po’, perché con quella scarsa segnaletica che dispongono per via è meglio avere al fianco qualcuno che ti dica che strada devi prendere per andare dove vuoi andare… Indice di onestà del popolo cubano: finito il primo rollino, la mia macchina fotografica non ha più voluto saperne di fare il suo lavoro… Dopo svariati tentativi di ripristino, l’ho sbattuta, con malagrazia, sul sedile posteriore, dimenticandomela lì. Avrò caricato una cinquantina di persone durante tutto il viaggio, spesso più di una per volta, facendo salire il secondo o terzo passeggero dietro. Quando ho riconsegnato l’auto al noleggiatore, ho ritrovato la macchina fotografica dove me l’ero dimenticata: io sapevo che era scassata ma loro, gli autostoppisti caricati, no… L’occasione non ha fatto il cubano ladro…

…ma il poliziotto scemo (e anche arrogante…), sì… Dovete sapere, cari lettori di questi miei appunti, che il sistema di sicurezza cubano è di tale efficienza da aver abrogato, in larghissima misura, la piccola e grande criminalità… La presenza delle “forze dell’ordine” è capillare, continua, massiccia e vigile… Mi avranno fermato cento volte (senza esagerazione…) mentre ero allo guida (qualche volta solo per farsi dare un passaggio, come dicevo sopra…). E mi hanno multato tre volte: due per eccesso di velocità e una per inosservanza di divieto di svolta (a destra…). Ora, a parte che in quest’ultimo caso non c’era alcun cartello di divieto di svolta e, alle mie rimostranze, mi sono sentito rispondere che me lo dovevo immaginare che lì non si poteva girare (sic…); a parte che i rilevamenti di eccesso di velocità avvenivano a vista, senza cioè autovelox o similar estrumento de notificacion e che, alle mie rimostranze mi sono sentito rispondere che dovevo fidarmi dei loro occhi (sic…); a parte tutto questo – dicevo – non avendo io fissa residenza sull’isola, le multe che mi sono peraltro ben guardato dal controfirmare, dove me le recapitano? a Roma? Non vedo l’ora di vedermele consegnare a domicilio per assolvere i miei doveri… (Nota a margine: gli stipendi delle forze di “Policia Nacional Revolucionaria”, comprese quelle di pattugliamento stradale, sono fra i più alti di Cuba: superiori, in qualche caso, anche a quelli di un ingegnere o di un medico…).

Mentre viaggio per Trinidad, mi fermo ad una “gasolina” per fare il rifornimento di benzina. Un addetto si informa della mia destinazione e, caso vuole, che lui, finito il turno, stia cercando proprio un passaggio per Trinidad. Sale e cominciamo a parlare… Si chiama Ariel, ha 25 anni, capisce bene l’italiano: ha una fidanzata a Roma, dice. Finiti gli studi superiori non se l’è sentita di andare all’università, ha fatto già il servizio militare (la naja a Cuba dura due anni…) e ora, è dipendente dello stato: addetto alla stazione di servizio dove l’ho incontrato. Guadagna nove pesos al mese… Gli chiedo se gli bastano: “Mas o menos…”, mi risponde. Gli chiedo anche se è soddisfatto del lavoro che fa; mi dice di sì: “Perché lavoro solo due giorni alla settimana, ininterrottamente, escluse quattro ore per dormire di notte…”. Gli chiedo se è contento di vivere a Cuba: mi dice di no… “E donde vorresti viver?” “In America…”, (intesi come: Usa…) mi fa… E, nel dirlo, si solleva il lembo inferiore della maglietta che porta sblusata sui pantaloni, mostrandomi la fibbia della cinta: è una borchia metallica dove reca, sbalzata, una bandiera americana con testa d’aquila in sovrimpressione da neo fasto imperiale… “Non sei comunista?”, gli chiedo “No me entendo de politica… no me interessa…”, mi fa. “E cosa pensi di Castro…” “Pochito bien, pochito mal…”. “Cosa c’è che non va?”, insisto. “No se sono prospective”. “Che prospettive vorresti avere?” “De poter arricchire: mi padre es medico e cuenta 25 pesos al mese…”. “Beh, se lavori solo due giorni a settimana e te ne concedi uno per riposare, potresti fare un secondo lavoro…” “A Cuba el secundo lavoro es illegal… e poi me piase divertirme…”. Taccio e rifletto. Poi, cambio discorso… Gli chiedo se conosce qualche casa particular a Trinidad che mi possa ospitare… Gli sorridono gli occhi: “Seguro… e poi te puerto in el paladar de mi amigo per las sena…” (i paladar sono le cucine fatte in casa per los turisti: hanno lo stesso regime delle case particular…). Capirò, poi, che sui clienti che presenta alle case particular, lui ci prende la stecca di un pajo di pesos. Idem per il paladar che, purtuttavia, mi sazia d’aragosta, gamberoni e mojito a poco prezzo… Parlo un po’ con lo chef, padrone di una casa coloniale spagnola dove, apparecchiato fra una camera da letto a vista e un salone-ingresso che, mentre pasteggio in compagnia di Ariel (al quale pago anche la cena…), alloggia tutta la sacra famiglia del mio ospite: mujera, ninos, suocera e suocero, guardano l’immancabile televisione. Raul, lo chef de los palodar, fa il cuoco in un ristorante (di stato, ovviamente…) e guadagna 8 pesos al mese. Arrotonda, appunto, cucinando in casa per il viandante di turno; ha un invito per recarsi a lavorare in un ristorante di Londra e non vede l’ora di andare; anche lui desidera prospettive economiche diverse. Finita la cena, mi ritiro per la notte. Dalla camera della casa particular che mi ospita, in pieno centro città, chiuso al traffico, mi arrivano le note della Casa della Musica, distante poche centinaia di metri: a Trinidad si balla e si suona dalle ventidue alle cinque del mattino, tutti i santi giorni che ha fatto dio… Nonostante il richiamo della movida, sono troppo gonfio di chilometri, di cibo e d’imbecillità alcolica per cedere alle sirene, stanotte…

Un altro paragrafo a parte meritano le strade di Cuba… L’arteria principale è l’ “Autopista” che attraversa da nord a sud tutta l’isola: una specie di autostrada (gratuita…) a quattro corsie per direzione di marcia ma con incroci e semafori, con segnaletica toponomastica vaga o inesistente, con lo spartitraffico in basso terrapieno che si può tranquillamente attraversare per invertire il senso di marcia a proprio (ed altrui…) rischio e pericolo, con la solita siepe di autostoppisti ad ogni chilometro, con venditori di frutta ed ortaggi vari che si appostano in mezzo alla corsia esterna costringendoti a fare chicane, con un distributore di benzina ogni duecento chilometri o quasi, con punti di controllo poliziotti ogni venti (chilometri), con rari punti di ristoro e per di più con cessi che non scaricano, senza colonnine di s.o.s., con ripetute deviazioni obbligate di corsia per lavori in corso di rattoppo dell’asfalto… Comunque è funzionale e decisamente scorrevole, stante anche la scarsa intensità del traffico (l’automobile privata per il cubano è un lusso quasi proibitivo e qualcuno gira ancora alla guida di vecchie catillac e pontiac anni ’40 o ’50, memoria del passato colonialismo ispano-americano: ho visto una bellissima pontiac completamente restaurata guidata da qualcuno che doveva essere un locale giocatore di baseball – giudico dal fisico e dall’abbigliamento –  loro sport nazionale…). La ramificazione stradale è comunque efficiente: porta da ovunque a novunque, secondo l’ottuplice direzione dei venti… Le visuali dei centri abitativi, soprattutto quelli dell’interno che scorgo attraversando il Paese è, bisogna dirlo, ai limiti della desolazione: villaggi e paesini mostrano i limiti di un’economia pubblica che non vuole indebitarsi: ma l’elettricità e l’acqua in casa ce l’hanno tutti… Nelle città maggiori, inferiori a l’Havana e a Santiago (le due maggiori…), la situazione volve verso la decenza sufficiente all’occhio smaliziato e corrotto dell’occidentale consumista: ivi annesso il degrado aerale di un’atmosfera che si ingolfa dell’anidride solforosa emessa da tubi di scappamento di motori a carbonella e senza nemmeno l’ombra di bollini, non dico blu ma, almeno, men che neri… A tal posta, soprattutto se vi sorpassa un camion pre diluviano, tirare su il finestrino o tapparsi alla meglio il naso sono le uniche azioni di difesa che si possono a salvaguardia dei polmoni…

Superata Santiago (di cui dirò sommariamente, poi…) punto su Baracoa, descrittami come stella vergine tropicana… Vi arrivo (a Baracoa…) dopo aver superato un vallo montano dall’altezza e dai tornanti simil sperduto appenninici… Mentre ridiscendo il crinale e prima di vedere il mare, mi accoglie una cittadina (sempre Baracoa…) che, vagamente, al primo incedere, mi ricorda il rivierasco di certe coste profondamente calabre… Ma l’incanto dura poco: solo il tempo di rendermi conto che, al di là di una vegetazione tropicana maggiormente fiorente e di un tramonto che mi sorprende alle spalle, il mare tira al marrone di Ostia e Fregene. E senza nemmeno l’ombra di una spiaggia… Sosto un po’ fra il fare e il dire, indeciso se è il caso di restare o di andare… Nessun genius loci mi soccorre… Così, su due piedi e quattro ruote, decido che non resterò a godermi il lido (si fa per dire…). Rimetto in moto e vado: sì, ma dove? Le soluzioni sono due: tornare indietro e rifarmi i sessanta e passa chilometri di tornanti montani che mi separano dalla strada retta per Santiago o andare avanti, verso Moa, il centro cittadino che mi sopravanza… Voi che avreste fatto? Io, che ho una idiosincrasia innata per i ritorni al già noto, ho optato per l’ignoto e sono andato avanti… Appena fuori Baracoa, la strada mi si fa sterrata… Penso: “Vabbeh, sarà un aggiustamento: ora si rifarà d’asfalto…”. Col cazzo!!! Più avanzo e più la strada (?) si trasforma in qualcosa che a definir mulattiera è un insulto alle mulattiere… Per di più, è ormai già sceso il buio e, come in tutte le strade cubane extra cittadine, l’unica illuminazione è quella dei miei fari automobili… Proseguo, a 10 chilometri orari, per uno sterrato che ad ogni dieci metri mi propone voragini larghe tutta la carreggiata… Svio, evito, rallento, inchiodo, supero… Vi esento da tutte le peripezie di una strada (?) che attende, non so da quanto, di essere resa percorribile… Ma la percorrenza, qui, all’estremo Sud dell’isola, deve essere un concetto tanto relativo che prescinde da qualsiasi grado di pericolosità, tanto che andando avanti ho incrociato persino un autobus di linea che faceva il senso inverso: con quale possibilità di riuscita nell’impresa mi è tuttora difficile immaginare… Per fare 35 chilometri (da Baracoa a Moa…) c’ho messo due ore… Quando arrivo, benedico gli dèi tutti per la previdenza del governo cubano che vieta l’uso ai foresti del moto-noleggio per viaggi fuori le mura cittadine… Sono le dieci (ora cubana…) e sono stremato dalla tensione di guida, e dai chilometri (me ne ero fatti già circa 300, da Santiago a Baracoa…). Decido: mi fermo a dormire nel primo buco che mi accolga… Caso vuole che, a Moa, l’unico motel sia sulla strada principale: con tanto d’insegna luminosa al neon ad attendere che io ci vada a sbattere contro, felice per la casualità… Parcheggio e, prima ancora di scendere dall’auto, la gentile oste, fiutando il qual buon vento di pesos convertibili, è già sul portone ad accogliermi… Le chiedo, sempre lì, sulla porta d’ingresso, se ha una camera e cena da servirmi: “Claro que sì…”, mi fa. Respiro di sollievo ed entro… Il sollievo dura poco, giusto il tempo che il mio olfatto, appena entrato nella sala ristoro e accoglienza (?), venga sorpreso da una vampa di ammoniaca marcia… Proprio lì, nella sala di ingresso e accoglienza (?) si apre, senza porte a garanzia di decente riservatezza, il cesso: voglio scappareeeee… Ma la oste mi si prodiga con tanta gentilezza, eppoi ho tanta fame, che non mi oso deludere lei e il mio appetito… Mi accomodo ad un tavolino diametralmente opposto alle latrine, sì, ma a non più di dieci metri: impossibile sfuggire alle esalazioni del water-open… L’ostessa mi porta la carta che non guardo nemmeno: le chiedo di portarmi quello che ha… Lo fa in cinque minuti: non mi oso intuire, nemmeno adesso, quello che ho mangiato… Diciamo che il vitto mi è stato spacciato come maiale in umido: l’umido c’era, sulle probabilità che si trattasse veramente di maiale sospendo ancora, a salvaguardia retroattiva del mio stomaco, il giudizio… Comunque sfamato, riacquisto la mia facoltà di libero arbitrio: chiedo il conto e spiego alla gentilissima oste che ho deciso di ripartire… E riparto… Guardo la carta stradale, la città più prossima è Holguìn, a 200 Km, mas o menos… Sono stanco e stranito, alzo il volume della radio a palla, abbasso tutti i finestrini e mi accendo la centoventiduesima sigaretta: ho avuto il buon senso di non bere neanche una birra (quando si dice l’istinto di sopravvivenza…). Sono stanco, sì: ma la strada mi terrà sveglio…

Tenete presente che le note di questo paragrafo sono frutto di una raccolta, in loco, dalla vox popolo di: autostoppisti, gestori di case particular e di palador, contadini, sbirri, baristi, tassinari, benzinai, etc… e che, quindi, pur essendo di prima mano, non hanno attendibilità scientifica e/o statistica (come se i rapporti scientifici e/o statistici fossero attendibili…). Lo dico per pararmi il culo da ogni eventuale obiezione di soggettività e/o parzialità (come se antropologi e sociologi fossero privi di soggettività parziale…). Dunque: Cuba è povera, molto povera… Non è povera per via dell’insensatezza (?) del regime socialista che la governa: è povera per penuria di risorse naturali. Non ha petrolio, non ha oro, non ha diamanti, non ha ferro, non ha gas, non ha produzione da terziario avanzato… Non ha tutto quello che fa ricca una ricca nazione occidentale… Inoltre, l’embargo (“el bloqueo”…), inflittole dagli Usa e nazioni vassalmente collegate, le impedisce un import/export a costi sostenibili con la loro economia… Pur tutta via, è, sì, povera: ma non è miserabile… Tutti hanno casa¸ tutti hanno un lavoro, tutti godono di un’istruzione obbligatoria e gratuita fino alle medie superiori e con lode fino alla laurea, tutti godono di un sistema sanitario capillare: dalla metropoli al più sperduto villaggio dell’interno; tutti hanno diritto alla pensione: a sessant’anni gli uomini, a cinquantacinque le donne (di contro, gli attuali italiani, in attesa di riforma in pejus, vanno in pensione: a 65 anni gli uomini e a 60 le donne…); tutti hanno in casa energia elettrica (Revolucion Energetica…) e acqua. Tutti hanno, insomma, quel che basta a una vita che non sia di miseria assortita al degrado della rispettabilità umana… Guardate quel che succede nei paesi non socialisti dell’America Latina: laddove impera il capitalismo e dove le condizioni di ricchezza delle risorse naturali sono analoghe a quelle di Cuba; guardate cosa succede nei paesi del terzo mondo, come l’Angola ad esempio, che pure di risorse autarchiche per vivere più che decorosamente ne avrebbe a iosa ma che le sono defraudate dallo sfruttamento capitalistico dell’Occidente… Guardate… Guardate… Vi prego, guardate: guardate la miseria… A Cuba si è poveri, NON miserabili: come nei sobborghi di New York, di Brasilia, di Buenos Aires, di Roma, di Londra, di Parigi, delle città africane, dell’estremo, medio e vicino est asiatico… Cuba vive delle sue risorse, che sono poche e non consentono voli economici epici: ma non è indebitata con il Fondo Monetario Internazionale, con la Banca Mondiale, con le finanziarie che ti fanno stare meglio oggi ma ti tengono sotto cappio usuraio fino alla fine dei tuoi giorni, consegnando ai tuoi posteri un debito pubblico che li costringerà per sempre a una politica nazionale da vassalli. Cuba è una nazione sovrana e il popolo cubano è fiero di essere solo, sì, ma sulla cùspide della sua libertà (dal debito e dal signoraggio…). Il cubano è un popolo che gestisce autonomamente le sue risorse, il suo presente e il suo futuro (fino a prova e ad eventi contrari…). I contadini sono proprietari della loro terra, ricevono dallo stato un salario prefissato: se producono di più, spartiscono gli utili; se producono di meno, il minimo salariale non gli viene decurtato… Idem per gli operai delle poche industrie isolane: stabilito in consiglio di fabbrica il piano di produzione, ognuno ha il suo, secondo necessità e responsabilità d’impresa: se la produzione va oltre le previsioni, gli utili in eccesso si dividono fra i lavoratori, se va male: anche qui il salario minimo garantito è… garantito… Se non è socializzazione questa, poco ci manca… Ci manca – a dirla tutta – che il fornitore di capitale non sia, prerogativamente, quello statale ma chi lo dice che questo limite non sia superabile? Gli esperimenti delle “case particulares” e dei “paladares”, non sono forse un esperimento di iniziativa privata nell’ambito della neo (in quanto introdotta da poco…) industria turistica cubana? È vero, il sistema è in taluni casi, semi arcaico: se uccidi un cavallo te becchi 25 anni di galera; se ammazzi un cristiano, e l’omicidio non è particolarmente efferato, te ne prendi 10 o 15… Ma tutto rientra in una logica: l’equinicidio volontario è un sabotaggio all’economia della nazione… L’equino, infatti, è nominalmente di proprietà dello stato, utile alle necessità di trasporto dei lavoratori, quindi pubblico, quindi di tutti; l’omicidio, quando è occasionale, rientra negli accidenti della vita privata dei soli coinvolti… Possiamo obiettare fin quanto si vuole sull’equità cubana del rapporto giustizialista equino-umano, ma non trarremmo un ragno dal buco: così è…

Fidel Castro, a quanto ho capito, non si tocca… Riferisco: in uno dei miei concessi passaggi autostoppanti, ho caricato in auto una mamma con due bambini in età prescolare per mano… Stavo andando in spiaggia… Lei doveva tornare al sobborgo di Boca: a una decina di chilometri da Trinidad e qualche chilometro oltre il lido da me ambito per il culto del “già che ci sono: un bagno e due ore en plain air sulla battigia ce le facciamo o no?”. Mi acconcio volentieri a trasferire lei e i suoi figli fino a destinazione… Intreccio una conversazione nel mio improbabile spagnolo (e molto autentico renzagliano…). Mi spiega che risiede là, dove la sto portando, per via dell’ultimo uragano (l’anno scorso…) che ha investito l’isola e che le ha distrutto la sua casa di Trinidad. “Castro me ha prestado la casa…”. “Castro es bueno?”, le chiedo… “Oh, sì… Castro es muy bueno: me ha prestato casa por mi e por mi niños… Lu es muy, muy bueno… ”. Fermo dove mi dice di fermare e la casa che Castro le ha “prestato”, in attesa della nuova in costruzione, è proprio… una casa vera: non un container come sono abituati i nostri ricorrenti terremotati, alluvionati e disastrati vari… Andateglielo a spiegare voi a questa giovane mamma cubana che Fidel è un feroce dittatore, e poi fatemi sapere… Riferisco ancora: la sera dopo il mio arrivo a Trinidad, mentre mi stavo facendo un’improbabile doccia nella stanza da bagno della casa particular che mi ospitava, avverto un repentino cambio di sottofondo acustico: niente più vibrar di note caraibiche, niente più vocìo di ragazzini in strada a giocar di baseball: ma un’oasi di religioso silenzio… Chiudo il rubinetto della doccia, mi avvolgo un asciugamano alla vita esco e tendo l’orecchio a quel silenzio che m’assorda… “Fidel… Fidel… Shhhh…”, mi fa il padron di casa indicandomi la televisione accesa. Penso che sia giunta la notizia che Fidel è morto. Tutt’altro: Fidel è vivo; Fidel appare al notiziario della televisione; Fidel con Chavez; Fidel che chiede e beve un’aranciata; Fidel con los pelos (qualcuno temeva che la cura chemio, in realtà mai fatta, lo avesse reso calvo…); Fidel in piedi, come sempre… Poi, chiuse le immagini, la strada esplode in grida ed applausi: la gente si abbraccia, urla: “O patria o muerte: socialismo….” “O patria o muerte: venceremos…”. I miei ospiti mi abbracciano e mi offrono da bere: “Es vivo… Es vivo: Fidel es vivo…”. Brindiamo a Bucanero Max (la cerveza nacional…): “Hasta la victoria siempre: viva la revolucion…”.

Dall’areroporto dell’Havana fino a Santiago, dal più piccolo villaggio dell’interno alle città medie, dalla prima pagina della Costituzione cubana alla toponomastica, il nume terrestre più riverito è quello di José Martì (1853-1895), “apostolo” e martire della indipendenza nazionale. José Martì: un misto di d’Annunzio e di Mazzini che visse, e scrisse, e lottò, e morì in combattimento per la sua terra, e che covava in seno partoriente il nucleo concepiente di Ralph Waldo Emerson, il pensatore che nel mentre ispirava lui (Martì…), putacaso, servì da innesco incendiario a quel tal Friedrich Nietzsche che conosciamo sicuramente meglio… Se pure è vero, come è vero che a Martì, nella Costituzione cubana, vengono affiancati i nomi di Marx e Lenin, forse, proprio in virtù dell’Emerson che ne fu maestro (di Martì, nonché di Nietzsche…), NON di un “socialismo” tout court possiamo parlare ma ad un socialismo al qual l’aggettivo “nazionale” non fa certamente scomodo… Ero partito con, anche, l’intenzione di chiedere le modalità per iscrivermi al Partito Comunista Cubano. Non dico che lo avrei fatto (iscrivermi, intendo…) ma, almeno, mettermi in crisi di possibilità, sì… Sapete come sono fatto: mi piacciono le sfide al contrario delle certezze acquisite come inespugnabili coerenze al dado che non si è mai tratto indietro… A Santiago, ho sbattuto, per caso, il naso davanti alla sede provinciale del partito… Sono entrato ed ho chiesto: nessuna obiezione allo straniero ma, come per il cittadino cubano, per iscriversi è necessità imprescindibile essere presentati da altri iscritti che attestino la tua credibilità e benemerenza rivoluzionaria. Insomma, il PCC, non è un partito di massa: l’iscrizione non né coercitiva né obbligatoria. Tutt’altro: bisogna meritarsela ed essere testimoniata da già iscritti. Ahimè, le mie credenziali rivoluzionarie sono attestabili solo da italiani non particolarmente noti ai caraibi… E manco da tutti… Ora, a parte lo scorno, mi viene da aggiungere: non è che Nicola Bombacci con il suo credo, “…eppure giorno verrà, in cui il soviet, permeandosi di spirito gerarchico, e la corporazione, di risoluta anima rivoluzionaria, s’incontreranno sopra un terreno di redenzione sociale”, abbia trovato a Cuba una sua pur parziale realizzazione? Sarà, quello cubano, uno dei criteri per connettere anima rivoluzionaria e spirito gerarchico?

Il resto è cosa da touristi per la gioia dell’andirivieni di cercatori comodi di lidi propri alle virtù della vacanza fuori stagione e a tempo perso… Santiago, la Moncada, Plaza de Marte, Plaza de la Revolucion dedita, stavolta, al culto dell’eroe d’indipendenza Antonio Macéo, 26 volte ferito con colpi d’arma da fuoco (…e mi lamento io delle mie misere 4 revolverate…). Altrove: le spiagge di Varadero e di Guardalavaca, il mausoleo del “Che” a Santa Clara (roba delle ultime ore: sembra che i resti scheletrici del “Che”, ivi esposti, non siano i suoi…). Altrove, ancora: l’Havana Vieja, i mausolei e la onnipresente Plaza della Revolucion, con l’immane coreografia gueverasca, nota in tutto il globo terracqueo, sulla facciata esterna del Palazzo (e come ti sbagli?) de la Revolucion, fronteggiata dalla colonna altissima in memore dell’immancabile José Martì… Lo studio del “Che” alla Fortalezza de San Carlos de la Cabana, fronte agiata dalla Fortalezza del Morro… E poi: la Plaza de La Catedral, il Malècon, il Miramar e la Marina Hemingway, ospitale l’albergo dove lo scrittore concepì l’ultra noto “Il vecchio e il mare” e la casa del, per un certo tempo residente, Victor Hugo; il Capitolio Nacional, copia del Palazzo del Congresso a Washington (retaggio della sudditanza coloniale yankee…), eccetera, eccetera, eccetera… Cuba è piena di fasci, lo sapevate? Innumerevoli colonne e steli sono ornati con inequivocabili e ben visibili fasci littori, benché rechino in vetta non la nostra ascia ma il cappello frigio che, da Roma anticamente nostra alla Rivoluzione francese, è simbolo di libertà…

Se sono belle, allora, le donne cubane sono bellissime. Se non sono bellissime (e di bellissime ne ho incontrate percentualmente poche…) beh, da gentiluomo qual io reputo essere, è vero, diciamo che il colpo d’occhio non ti rapisce. Inoltre, dopo i quaranta (años…), tendono allo sfaldamento e al sovrappeso localizzato nei fianchi, glutei e ventre… D’incendiario, restano gli occhi e una grazia femminile, non spocchiosa e sempre sorridente che, comunque, non perdono… Non sono andato a puttane ma di puttane, nonostante il mito che aleggia sull’isola nelle fantasie erotiche dell’italiano tristemente arrapato, ne ho viste poche… Diciamo che c’è una diffusa disponibilità femminile ad intrattenersi con los pepes (il foresto…). A l’Havana, l’ultima notte di soggiorno, ho fatto il giro dei locali dove si suona, si balla e si beve… Io a ballare sono un orso stronco e, quindi, in genere mi astengo per pudore verso me stesso. Anche in Italia, quando mi trovo in tali guise, mi siedo in disparte e guardo gli altri farlo… Ma, siccome a bere me la cavo abbastanza: bevo… Sorseggio mojito e aspiro un montecristo… Ovviamente, miro quel che c’è di grazioso da mirare… Il cervello sollevato dall’alcol comincia a surfeggiare sulle sinuose onde dei ritmi caraibici… Alterno mojito e daiquiri… E il montecristo mi va spesso di traverso… Una creola dalla bruna aureola mi circonda a passi di habanera… le sorrido… lei mi prende la mano invitandomi a ballare… le faccio segno di no con l’indice a tergicristallo ma la invito a sedersi… Si siede… parla veloce, troppo veloce e la musica è troppo forte: non capisco una beneamata acca… Le chiedo a gesti, indicandole il mio bicchiere, se vuole bere qualcosa: “Sì… sì…”, batte velocemente le mani e poi le unisce portandosele in grembo, fa spallucce e, unendo le ginocchia, spinge in fuori i talloni, come fanno le bambine quando vogliono mostrare contezza… Mi porge la mano e si presenta: “Estèr…”, mi fa. “Miro…”, replico stringendogliela (la mano…). Lei confonde il mio nome con la voce spagnola del verbo “mirare”: guardare… “Que?” mi fa. Io non colgo subito: “Que che?”, le rimando. “Que miri?”, replica. Finalmente, colgo lo slittamento di senso e mi viene da ridere… Cerco di spiegarle: “No, non miro de los ojos: Miro es mi nome…”. Estèr capisce il precedentemente frainteso e ride, portandosi subito, però, la mano sulla bocca, a soffocare il cristallo in frantumi del fresco sorriso che le sovviene… Le faccio maramao sulla punta del naso… Beviamo… Lei, sporgendosi in avanti, si accosta al mio orecchio chiedendomi se voglio andare in un altro locale dove la musica è più bassa e si può parlare… Annuisco, pago il conto ed usciamo… Mi cammina a fianco facendo strusciare, di tanto in tanto, l’esterno del suo braccio destro col mio sinistro… La notte brilla lievemente “con luz propia”: la luna è piena di assoli danzòn e… buonanotte al secchio di tutti i luoghi comuni dell’antisentimentalismo… Ci sediamo al tavolino di un pianobar all’aperto, sotto un fresco pergolato di avvinghiate e rampicanti flore tropicali… Ordiniamo da bere… la musica pacata favorisce il dialogo… Mi snocciola la sua biografia: figlia di un avvocato e orfana di madre, non è dell’Havana: è qui per studiare psicologia all’università, ha un fratello più piccolo, cadetto dell’Accademia militare di Santa Clara (o Villa Clara…). Le chiedo com’è l’università di Cuba: “Muy buena…”; “Quanto costa studiare a Cuba…” “Nada”; “E i libri?” “Nada”; “E la mensa?” “Nada”; “E l’hospital donde yu dorme?” “Nada de nada”… Il pianista manda ad uso turistico un ballo della mattonella… Alle prime note, lei si alza scattando dalla sedia, mi prende la mano e tenta di tirarmi su: “Esto sì… esto sì… baila co’ me… esto yu pote bailar…”. Resisto un po’ ma sono abbastanza ebbro da lasciarmi convincere. Estèr incatena le mani dietro la mia nuca e io le poggio le mie (mani…) sui fianchi… Mi accorgo solo ora che è alta quasi quanto me… Mi sento ridicolo ma l’alcol fa il suo giusto lavoro anti-inibizione… Sento gli apici dei suoi seni puntuali sul mio petto… Lei ruota dolce e flessuosa intorno a me: l’asse goffo che vacilla… Mi mormora all’orecchio: “Te quiero…”. Non rispondo subito… La musica cambia… Torniamo al tavolo… Le sparo a bruciapelo: “Quanto vuoi?” sperando che si offenda… Invece, abbassando pudicamente gli occhi con mossa sicuramente studiata ma comunque suadente, mi fa: “Sinquantas pesos convertibli…”. Tergiverso lo sguardo obliquo sui palinsesti appetiti… Metto la mano in tasca e tiro fuori un foglio da “sinquanta” pesos (convertibili…). Lo metto sotto il fondo del mio bicchiere e le dico: “Desidi yu: o sesso o pesos. No me gusta fare a l’amor con jinetera…”.

Sull’aereo che mi riporterà a Roma, via Madrid, mi riprende l’alambicco pseudo-grammaticale dell’incipit: perché in italiano si dice, con preposizione semplice, “torno da Cuba”, anziché con le articolate: “dal/dalla”, come vale per tutte le altre nazioni del mondo?

miro renzaglia

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