Emanuel Swedenborg. L’erudito veggente…

Nel 1744, Emanuel Swedenborg aveva cinquantasei anni, ed era considerato uno degli uomini più dotti dell’epoca. Laureato in filosofia, inventore, appassionato di meccanica, studioso di chimica, ottica, astronomia e geologia, aveva progettato sottomarini, mulini e persino strumenti musicali. Conosceva alla perfezione nove lingue e, in veste di curatore delle miniere di Svezia, da anni viaggiava ininterrottamente per tutta l’Europa allo scopo di apprendere nuove tecniche minerarie da introdurre nel proprio paese. A Londra aveva frequentato le lezioni del grande Newton e, valendosi delle proprie conoscenze matematiche e astronomiche, era pervenuto ad una cosmologia che, alla luce delle teorie più recenti, contiene inaspettati spunti di attualità. Un esempio assolutamente strabiliante: l’intuizione di far risalire l’origine dell’universo ad un punto privo di dimensioni, intermediario matematico e concettuale tra l’infinito e la realtà finita.

Un uomo fuori del comune, dunque, questo svedese il cui nome era rispettato e ammirato in tutta l’Europa, dai nobili e dagli studiosi, dai capi di stato non meno che dai filosofi. Ed ecco, nel 1744, la grande visione. Non è la prima, perché già da qualche anno Swedenborg aveva iniziato ad annotare nel suo diario i sogni e le visioni che lui stesso, ad arte, aveva imparato a provocare. Ma è la visione più importante, che costituisce il punto culminante di una crisi spirituale, lo spartiacque tra la vecchia e la nuova vita; vita che, a partire da questo momento, si svolgerà praticamente su due piani, o meglio, tra due mondi, come Swedenborg stesso ebbe a scrivere: «Mi è stato concesso dalla Divina Misericordia del Signore di essere da alcuni anni continuamente e ininterrottamente in compagnia di spiriti e angeli, udendo i loro discorsi e, a mia volta, parlando con loro. In questo modo mi fu dato di udire le cose meravigliose dell’altra vita, che prima non erano mai state conosciute da nessuno».

La grande visione è del Cristo, che appare allo scienziato svedese come figura-simbolo che improvvisamente illumina le sue ricerche, fornendogli la chiave per risolvere la contraddizione tra realtà cosmica e mondo sovrasensibile, umano e divino, uomo e Dio. Da questo momento la dottrina delle “corrispondenze”, che Swedenborg aveva elaborato ispirandosi a ideologie neoplatoniche e cabbalistiche, e che stabiliva un’analogia tra sfera divina intellettuale e fisica, verrà alimentata dalle visioni, considerate l’unica via alla conoscenza perfetta.

La tecnica per ottenere quella che all’epoca si definiva estasi mistica e che noi oggi attribuiamo ad uno stato di autoipnosi, era stata da Swedenborg pragmaticamente messa in atto in gioventù, quindi l’aveva successivamente perfezionata, attraverso il rilassamento corporeo, la concentrazione mentale e, infine, il volontario rallentamento della respirazione. E’ un metodo ben conosciuto dalle pratiche yoga, e che dovrebbe sfociare, nella sua più alta espressione, nella “Samadi” o illuminazione, stato nel quale, appunto, è possibile accedere a informazioni che per vie normali non potrebbero essere acquisite.

Si aprono prospettive avvincenti, inquietanti: chiaroveggenza, preveggenza, bilocamento. Il più famoso episodio di questo tipo di cui fu protagonista Swedenborg avvenne nel 1756. Mentre l’erudito si trovava a più di 400 chilometri da Stoccolma, “vide” chiaramente e nei dettagli l’incendio che stava devastando la sua città. Infiniti, poi, sono gli esempi di fatti comprovati che lui non poteva in alcun modo conoscere, ma che, diceva, gli erano stati confidati da defunti nel corso dei suoi “viaggi nell’aldilà”: la regina Ulrica di Svezia sostenne che lui gli aveva riferito, da parte di suo fratello Guglielmo di Prussia morto tre anni prima, cose di cui nessun vivente era al corrente.

La coscienza di essere l’apostolo di una nuova religione, chiamato a rinnovare l’opera del Messia, indusse Swedenborg a ritirarsi in eremitaggio e a trascorrere  così il resto della vita, dedicandosi alla reintepretazione delle Sacre Scritture sotto l’ispirazione e in consiglio degli angeli, con i quali, diceva, era in continuo contatto.

Attraverso i “viaggi nell’aldilà”, di cui ci restano i suoi resoconti particolareggiati, Swedenborg pervenne a una teosofia complessa e originalissima, di cui i racconti delle gerarchie celesti, dei diversi stati dell’anima dopo la morte e di scene del giudizio universale a cui avrebbe assistito, non costituiscono che un aspetto, anche se indubbiamente molto intrigante. Nulla di male, perciò, se anche noi, pensando al grande mistico del ‘700, ricordiamo più quelle escursioni con le descrizioni del paradiso e dell’inferno che le sue dottrine filosofiche. In fondo, proprio da tali descrizioni personalità come Goethe, Kant e Emerson si lasciarono impressionare. E sir Barrett, professore di fisica e fondatore della Society for Psychical Research, mitica istituzione che permise lo sviluppo su basi scientifiche della moderna parapsicologia, si lasciò affascinare anche lui. Al punto da consigliare la lettura delle opere del veggente a tutti coloro che desideravano informazioni dettagliate sull’aldilà.

Susanna Schimperna

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