Prospettiva Berlinguer. Un libro collettaneo sul leader comunista a trent’anni dalla scomparsa…

Quello che segue è l’incipit della prefazione di Giovanni Fasanella al volume collettaneo “Prospettiva Berlinguer – Sguardi trasversali sul leader comunista” (Safarà Editore, 2014, € 14,00 – CLICCA QUI) a cura di Ivan Buttignon e con interventi di Pietro Folena, Nicola Tranfaglia, Leonardo Raito, Miro Renzaglia, Luciano Lanna, Fulvio Salimbeni, Dario Mattiussi, Mirko Bortolusso, Noël Sidran, Marco Gervasoni, Paolo Sardos Albertini, Andrea Colombo, Michele Mognato.

La redazione

 

PROSPETTIVA BERLINGUER
estratto dalla prefazione di
Giovanni Fasanella 

Per capire quanto innovativa e “destabilizzante” fosse la politica di Enrico Berlinguer, più di mille analisi, forse aiutano i giudizi dei suoi stessi avversari. I nemici più estremi, irriducibili e determinati nella lotta al compromesso storico, la sua intuizione strategica più moderna e “rivoluzionaria”.

Prendiamo Edgardo Sogno, l’ex partigiano monarchico-liberale, il capo della “Franchi”, una delle reti italiane dell’intelligence britannica durante la guerra, il “golpista bianco” esponente dell’atlantismo più oltranzista, uno degli organizzatori dell’anticomunismo di Stato, l’apparato clandestino per la guerra non ortodossa contro il Pci. Era appena spuntata l’alba dei Settanta, quando lasciò precipitosamente l’ambasciata in Birmania per tornare in Italia, minacciata dal comunismo. Riunì i suoi vecchi commilitoni in una villa lombarda e giurarono che avrebbero impugnato di nuovo le armi e sarebbero tornati a combattere sulle montagne se i comunisti fossero andati al potere anche attraverso libere elezioni. Non solo: avrebbero «sparato pure contro quei traditori democristiani che avessero aiutato il Pci a entrare nel governo». Quando gli uomini della “Franchi” fecero questo solenne giuramento, Berlinguer era da poco alla guida del Pci. Ma era già chiaro che la sua leadership avrebbe cambiato molte cose nel panorama politico italiano. Per questo era temuto. Diversi anni dopo, Sogno avrebbe confessato che, fra tutti i comunisti italiani, riteneva Berlinguer il più pericoloso. Più pericoloso persino del filosovietico Armando Cossutta. Perché? Perché quella figura di comunista atipico, l’«aristocratico che la domenica accompagnava la moglie a messa», esercitava un fascino ben oltre i confini della sinistra, «persino sul mio amico Gianni Agnelli».

Paradossale che le stesse preoccupazioni di Sogno fossero condivise dai brigatisti rossi. Alberto Franceschini, il cofondatore delle BR ha rivelato che lui e i suoi compagni della Federazione giovanile comunista di Reggio Emilia scelsero la lotta armata, entrando nella clandestinità proprio dopo la nomina di Berlinguer alla vicesegreteria del partito, nel 1969, dopo la malattia che aveva colpito Luigi Longo. Benché poco conosciuto dalla grande opinione pubblica, il giovane dirigente sardo a cui erano state affidate le redini del Pci era invece già noto per le sue idee eretiche nei settori filosovietici e stalinisti del Partito. In particolare in quell’area “insurrezionalista” che faceva capo a Pietro Secchia e a Giangiacomo Feltrinelli, in perenne attesa che scattasse la fatidica ora X della rivoluzione popolare. Perciò, ai “secchiani” e ai futuri brigatisti rossi era già chiaro il significato della designazione di un «riformista» e «revisionista» come Berlinguer alla successione di Longo: avrebbe proiettato definitivamente il comunismo italiano fuori dagli ideali rivoluzionari e dall’ortodossia sovietica. E’ noto, del resto, quali fossero le intenzioni dell’editore guerrigliero Feltrinelli quando la notte del 14 marzo 1972 si arrampicò con una bomba su un traliccio di Segrate, rimanendo però vittima di un incidente sul lavoro: voleva sabotare la rete elettrica, facendo mancare la corrente nel palazzetto dello sport di Milano, dove il giorno seguente sarebbe iniziato il congresso del Pci che avrebbe eletto Berlinguer segretario.

Dunque, da un lato, l’anticomunismo della guerra non ortodossa; dall’altro, la sinistra insurrezionalista e terroristica. Due mondi distanti e tra loro inconciliabili, ma accomunati da uno stesso nemico: Berlinguer e la sua politica. L’aspetto ancora più inquietante però è che, oltre al comune obiettivo contro cui combattere, avevano anche un collegamento diretto, se è vero quello che ha rivelato lo stesso Franceschini nel libro-intervista Che cosa sono le Br: proprio all’inizio degli anni Settanta, l’uomo che esaminava le domande di ammissione alle neonate Brigate Rosse e il braccio destro di Sogno erano la stessa persona, il direttore della Terrazza Martini di Milano, Roberto Dotti. Mara Cagol lo incontrava periodicamente per consegnargli i questionari compilati dagli aspiranti brigatisti. I terroristi lo conoscevano come un vecchio partigiano comunista che aveva fatto la Resistenza in Piemonte, il secchiano che dopo la guerra era stato costretto a riparare in Cecoslovacchia, inseguito dai sospetti per l’assassinio del direttore della Fiat Erio Codecà, ucciso nel 1952 da un commando della Volante Rossa, antesignana delle Br. Certo non immaginavano che avesse rapporti così stretti con Edgardo Sogno. Lo scoprirono solo dopo la sua morte, attraverso il necrologio fatto pubblicare sul Corriere della Sera dagli uomini della “Franchi”. E men che meno potevano sospettare che erano stati proprio quelli della “Franchi”, all’epoca dell’attentato a Codecà, ad aiutarlo a espatriare in Cecoslovacchia. Franceschini lo seppe solo diversi decenni dopo, leggendo Testamento di un anticomunista, il libro-intervista di Sogno pubblicato da Mondadori nel 2000.

Personaggio tanto interessante quanto poco indagato, Roberto Dotti: allo stesso tempo, punto di riferimento delle neonate Br e “braccio organizzativo” della “nuova Resistenza” di Sogno contro Berlinguer, ”insurrezionalista” di casa sia nei salotti della borghesia anglofila milanese che nelle scuole dell’intelligence di Praga, dove aveva persino tenuto delle lezioni. Bisognerebbe provare a ricostruire gli aspetti più oscuri della sua biografia, per capire dove potrebbero condurre certi fili. Ma un dato è certo. Il segretario del Pci tanto temuto dalla vecchia rete “Franchi” e combattuto dalle Br, era detestato sia nelle capitali dell’Est comunista che a Londra. Fino a che punto? (…)

Giovanni Fasanella

 

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks