Sandro Giovannini …come vacuità e destino
Mitizzazione esogena del fascismo…

Quello che segue è uno dei capitoli del libro “…come vacuità e destino”,
scritto da Sandro Giovannini per la Heliopolis Edizioni, 2014 [clicca QUI].

La redazione

MITIZZAZIONE ESOGENA DEL FASCISMO

 a Miro Renzaglia

Basta aggirarsi, anche distrattamente, in una delle maxilibrerie tipo Mondadori o Feltrinelli, per rendersi conto di come il fascismo, in tutte le sue forme, sia egemone nella narrativa ancor più che nella saggistica.  E’ un fenomeno inarrestabile, che prolifica paradossalmente alla distanza molto più di quanto non sia avvenuto in prossimità storica.  Per verità, prima di tutto, si tratterebbe di riconoscere il dato quantitativo.  Quindi per tentarne una spiegazione insuperabile, di verificare quest’elemento di partenza.  Per farlo senza possibilità di smentita bisognerebbe poter avere a disposizione prove come le trame o le strutture di diecine di migliaia di novità librarie, sia nel campo della narrativa che nel campo della saggistica.  Quindi una verifica puntuale è al di là delle nostre possibilità.  Resta solo il veloce confronto a vista delle note in ultima, delle prefazioni, postfazioni e dei sommari.  In tal modo si è formata questa convinzione, che parte da un’attenta continua ricognizione, ovviamente sia per particolare sensibilità al riguardo, che per pratica di recensione critica. 

Ma perché dicevamo prima più nella narrativa che nella saggistica?  Perché, per quanto il saggismo sia sterminato al riguardo, il vero fenomeno che ci ha colpito, ultimamente, è scoprire come alla base di moltissime trame narrative risulti il dato del fascismo, declinato nelle sue infinite versioni e metamorfosi, sia al passato, che al presente, che persino al futuro (nella sua versione ucronica o fantascientifica).  A differenza della saggistica che si deve necessariamente occupare di svariatissime dimensioni sembra che ultimamente la narrativa, diversamente ancorata, non riesca ad organizzare una trama convincente che non abbia come sfondo, secondario o primario, un qualcosa che, a vari livelli, direttamente storico-politici o trasversalmente sociali o psicologici non rimandi o non alluda.  E qui già si avvicina la prima impressione; a differenza d’ogni altra dimensione ove il dato della realtà e della complessità inestinguibile regge le sorti di una vocazione, di un’investigazione e d’ogni possibile dimostrazione, nel campo narrativo è come se una sorta di potente attrazione gravitazionale avesse creato un circuito sostanzialmente necessitato.  Ciò si è determinato lungo i decenni postbellici con una progressione inversamente proporzionale all’allontanamento temporale ed alla venuta meno dell’esperienza umana diretta.  A mano a mano che i testimoni si allontanavano in un naturale oblio, la pandemonia della ricostruzione, seguendo un interesse che non si potrebbe che pensare morboso, ha strutturato interpretazioni, tutte condizionate dall’apparente ineluttabilità del giudizio negativo in assoluto.  Tale categoria è il problema centrale, proprio perché l’incontestabilità aumenta con il passare del tempo. 

Il regime democratico, nel suo statuto diffuso e prepolitico, ancor prima che in quello materialmente strutturato, o istituzionalmente declinato, al di là dei primi quasi naturali ostracismi, limitati comprensibilmente ad aspetti puramente formali, ha sentito progressivamente la necessità d’elevare il livello di critica delegittimante oltre l’apparato storico della dittatura.  Ad esclusioni formali e legali (che per propri statutari codici esigono ambiti e limiti) si è venuta sostituendo una totalitaria ostilità, capace di oscurare, rimuovere o  deviare elementi anche innegabilmente positivi.  Per farlo senza sostanziale residuo, ovvero potendo beneficiare di un consenso generalizzato pur in presenza d’innumerevoli proprie difficoltà e d’innegabili intrinseci degradi che avrebbero potuto mettere in crisi il sistema di legittimazione e di correlata delegittimazione, ha proceduto, anche istintivamente e con ambigua discontinuità nei decenni, ad elevare la critica da un livello ideologico, legale e politico, ad uno etico, religioso, metafisico, fino a cercare di creare l’unico efficiente tabù che in una società come quella attuale possa immediatamente funzionare. 

Ciò ha avuto e sempre ha un potente effetto sulla sensibilità narrativa, che risente delle condizionalità dell’attuale, più di quanto – per rispetto – non si dica, anche se lo si creda o sospetti, avendo a che fare col senso comune, maggiormente rispetto a disposizioni razionalmente teoriche come la filosofia, l’estetica, la storia e le discipline di ricerca pure, che anzi, pur non potendosi affatto svincolare dalla propria temperie, praticano (o dovrebbero deontologicamente operare) statuti meno condizionati.  In tal senso hanno potuto, per decenni, dopo la catastrofe bellica, ben sopravvivere, ed usare anche una propria specifica egemonia, contesti filosofici od estetici o scientifici più o meno in antitesi con l’attuale pensiero unico, proprio per l’intrinseca non immediata referenza alla quotidianità includente la sfera gravitazionalmente totalitaria della politica.  Ciò è avvenuto al contrario per il giornalismo e per tutta quella dimensione della cultura che, a diretto contatto con le sorti dell’avventura sociale, non può, non deve o non vuole muoversi ad un livello altro.  Che sia poi quel livello un livello medio-basso, non sta a noi definirlo, al di là della stessa efficace ma parziale e forse reticente celebre definizione centrata sulla differenza tra cultura consolatoria e problematizzante… 

Questa continua elevazione a potenza della delegittimazione dell’avversario, sconfina ormai nel grottesco.  Più si totalitarizza in un altro da sé alieno ed inconciliabile un quoziente metafisico apocalittico e demoniaco, al di là delle stesse indispensabili dimensioni interpretative del pensiero negativo del e sul demonico, più si fuoriesce dalle dimensioni proprie di quella cultura che si voleva affermare come lucidità illuminata e sobrietà raziocinante, ed assieme si costruiscono nuove mitologie con polarità individuate e dove necessariamente il sedicente polo positivo risente non solo di una fungibilità relativa ma di una attrazione fatale per il correlato opposto polo.  Tale costruzione mitologica è perfettamente speculare a quella operata dai totalitarismi storici, con la differenza che essi dovevano (ed ancora debbono o dovrebbero) argomentare formalmente oltreché esperire praticamente e quindi verificare in una disamina fattuale (confrontazione o guerra), mentre questi si basano sul loro intrinseco e consustanziale carisma caotico ed informale, in una sorta di perenne trascinamento epocale che rifugge istintivamente (e sapientemente) da ogni statuto di confronto con il diverso assoluto, se non tramite l’apparato primario della produzione neocoloniale, di quella ideologica massmediale consumistica e consensualmente orientata, salvo poi, quando non più evitabile, in via geopolitica o geostrategica praticare necessariamente modalità del tutto assimilabili, anche se ben dissimulate a livello formale. 

Questo sviluppo pone in evidenza che la mitologizzazione del fascismo è sopratutto esogena. Fallito epocalmente il fascismo storico, col passare dei decenni progressivamente la mitologizzazione negativa del fascismo ad opera del suo avversario vincitore è cresciuta con la necessità stessa di porsi un nemico per sempre (per sempre così funzionale) come modello negativo, come ricatto metafisico e come cartina di tornasole di ogni atto e pensiero.  La mitologizzazione negativa nasce quindi come un’operazione naturale di risistemazione ideale ed ideologica ma diviene progressivamente una sorta di giustificazione globale del sé e del nemico inverando nei fatti se non nella teoria la dizione schmittiana – conseguente alieno altro da sé e non processo comunque alternativo, distorto o deviato della stessa modernità.   Ove esso non può ormai più presentare tratti strettamente identificabili (se non quelli grotteschi di una specie da lupo mannaro) in un crescendo ed in un allargamento epistemologico inarrestabile che probabilmente, prima o poi così continuando, si ribalterà nel suo contrario. Perché quel fantasma, all’inizio unico, si moltiplica in nuvolaglie allargate ad ogni fattore dell’umano e persino del non o dis umano, moltiplicazione a sua volta necessaria per poter confrontare comunque e dovunque un esistente con un comunque e dovunque non esistente, e quindi applicarsi alle nuove fenomenologie del disvalore, naturalmente sempre ripresentabili dall’accadimento storico. 

Il fascismo fosco e crudele – pret â porter per ogni disvalore – deve quindi divenire un paradigma assoluto del male, ma ciò facendo, oltre a perdere ogni contatto reale ed infine anche credibile con la verità storica, e quindi esponendosi sempre più al corretto revisionismo, operazione in realtà però molto più elitaria e marginale del giusto e del comunicabile, si mitologizza in una sorta di koinè nerogotica che consciamente od inconsciamente fa da substrato ad ogni dimensione narrativa.  L’orizzonte dell’attualità occidentale ove una sensibilità nevrotizzata dalla quotidianità senilizzata e medicalizzata dal nuovo conformismo assistenzialista che deve difendere ad ogni costo il livello di benessere raggiunto a detrimento d’ogni questione di verità reale o potenziale, e quindi comunque costruendo nuovi paradigmi di ipocrisia ben più subdoli e coinvolgenti che nel passato, e che infatti condizionano molto più le classi mediamente acculturate (quelli che alcuni duramente definivano “gli stupidi intelligenti”) che quelle popolari, è il luogo ove la fantasia narrativa ormai è invischiata in modo inestricabile.

Troppa materia del fiabesco, del rimosso, dell’inconscio, del substrato fertile e stratificato di un altro da sé, medicalmente poi ben controllabile e neutralizzabile nella sua sostanziale inaccettabilità, per non attirare la curiosità interessata dei creativi.  L’alterità assoluta viene quindi percepita come un quid che non può non esercitare un fascino torvo e crescente, fino ad affermarsi nel paradosso anche di riuscire, in molti casi di marginalità sociale o di comune devianza, (in quelli che altri non meno duramente definirebbero “gli stupidi deficienti”) a costituire esso per primo il materiale formativo di un’identità a contrariis.  Ma  probabilmente solo da un tale eccesso di delegittimazione il processo avrebbe potuto trarre così forza e verità nel tempo. 

Chi crede, in buona fede, che il positivo insito nel fascismo si sarebbe potuto prima o poi almeno dimostrare nel procedere storico (senza per questo necessariamente ipotizzare alcun ribaltamento di poteri o di valori dominanti, determinati sempre da ben altri processi storici), in forza di una sua autonoma verità, ipotizza ingenuamente uno scenario sostanzialmente neutro o quasi, uno scenario (ad esempio) da anni cinquanta, in Italia, (ma il processo è assimilabile, con varianti non decisive in tutto il mondo occidentale) ove il livello della contrapposizione era sostanzialmente formale, legale od istituzionale, o – in altra dimensione – direttamente passionale o totalmente irrazionale, ma non aveva acquisito nessuna delle caratteristiche di un’autentica formazione di un tabù mediatico, di una ipostasi teologica, di una negazione escatologica.  Non aveva neanche avuto il supporto  più banale del tempo che è elemento basale d’ogni mitologizzazione.  Anzi la vicinanza storica, non troppo paradossalmente, fungeva da lente d’allontanamento. 

Certo l’obiezione corretta a tale interpretazione è che il fascismo, nella sua più profonda e consapevole versione, non nei suoi cascami massivi, ambisse proprio ad una dimensione totalitaria degna di ogni presa sul serio e che quindi la dimensione democratica  in fondo non abbia compiuto che la più necessitata delle opzioni, (dal suo paranoico punto di vista), anche se non la più veritiera.  La scelta giusta comunque sarebbe stata probabilmente quella di permanere in quella neutralità (da anni cinquanta) e questo non è ovviamente dimostrato da una logica che non si è affermata quanto dalla semplice considerazione che nel momento di massima tensione  postbellica, quando sembrava che il modello democratico prefascista (più o meno rivisitato e risistemato nel postfascismo potesse avere dalla sua l’avvenire, il futuro, il benessere, la libertà, la concorrenza ed ogni altro fattore di entusiasmo che la ricostruzione, materiale ed animica, dopo una sconquasso inimmaginabile imponeva), potesse corrispondentemente porre il fascismo definitivamente alle spalle.  Pur esso essendo vicinissimo in ordine di tempo ed in ordine di mentalità, ben rifluito, a diverso titolo ed in diverse modalità,  nei vari statuti sociali ed ideologici e fenomenologici del dopoguerra. 

Il materiale umano del fascismo negli anni cinquanta era ancora il tratto saliente d’ogni educazione sentimentale (sia recto che verso e questo necessariamente per le configurazioni culturali postrisorgimentali e nazionalistiche che – prima della sconfitta – sembravano aver superato maggioritariamente la scissione marxista e per una società ancora antropologicamente sostanzialmente tradizionale pur nella straordinaria accelerazione, organica alla propria ideologia ma spesso incongrua negli esiti – “la nazionalizzazione delle masse” – che il ventennio aveva impresso alla nazione). 

Quel cogente stile, proprio allora (e solo allora ci verrebbe da dire) sembrava ben superabile e superato.  Mano a mano invece che quel materiale umano veniva naturalmente meno e che parallelamente aumentava fino a livelli parossistici, nel sessantotto o nel settantasette, la mitologizzazione antifascista in qualità di titanica costruzione eminentemente artificiale, ed avanzava il nuovo materiale umano molto più debole e molto meno messo alla prova dagli accadimenti epocali, (ci verrebbe da rivisitare – non senza una risentita ironia – il mitologhema della decadenza morale e fisica del romano all’epoca d’un Ammiano Marcellino) il modello fascista ha ritrovato una sua cupa e smarcante centralità.  Nel prima, all’interno della sua stessa normalità fenomenologica, dei suoi tratti caratteristici di quotidianità inconscia, quando tutta una società era naturaliter d’abitudine fascista, ancora il fenomeno fascismo poteva essere politicamente inattivo, benché virato ad altri codici formali, quanto invece vivo e virulento imaginalmente diviene proprio nella sua forzosa eidetica soppressione reiterata (grottescamente) ad infinitum.  La non verità sulla cosa in sé, in definitiva, produce il male come procurato karma inarrestabile prima o poi nel proprio stesso inevitabile procedere ciclico.  Ciò crediamo dimostri sostanzialmente la nostra tesi.  (Con qualche conseguenza).

Sandro Giovannini

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