Giovanni Sessa. La meraviglia del nulla…

Fin dalla prima lettura ancora in bozze del testo di Sessa su Emo, ho valutato importante sia la scelta di una monografia esaustiva sul filosofo veneto, sia il possibile impatto che un libro di tale rigore e coraggio, avrebbe potuto comportare. Infatti l’attuale nostro scenario mentale, ancor maggiormente che in passato per una ulteriore eterodiretta perdita di contatto con la normalità eminente, è determinato sia da una difficoltà a possedere un proprio realmente autonomo pensiero pensante, sia a poterlo collocare potentemente in un contesto allargato d’incidenza effettiva  e quindi – tanto per intenderci bene – in una azione che coinvolga libertà dagli stereotipi da una parte e presenza nel mondo delle relazioni ampie e primarie di tipo civile e geostrategico.

Infatti la libertà dagli stereotipi spesso si impassa in un riflettere che non ammette se non pochi o nessun effetto d’azione e di trasformazione sul mondo reale che ci circonda (la tanto, assieme bistrattata ed amata, turris) e, d’altra parte, la desiderata “incidenza sul/nel mondo allargato” (la disposizione del pensiero civile e geostrategico che ora maggiormente determina posizionamenti e riposizionamenti anche oltremodo interessanti, e del tutto a volte, inediti) vuole o sembra prescindere quasi dal pensiero pensante e si abbarbica ad un finalismo determinato dalla prassi di una lettura tutta spostata sul piano orizzontale delle determinazioni d’azione/reazione, sia pur complicatissime e non certo comunque facilmente decodificabili da una attenzione solo ingenua e/o poco informata o molto (più comunemente) disinformata.  Credo che noi, trascinati volta a volta, dal pensiero teorico o dal pensiero della prassi, non ci si renda ben conto di come, sia nel passato come nel presente, ed ora ancor più immersi nel mondo violentemente unipolare del liberalismo imperialista, con il pensiero di mestiere, un tempo idealistico o materialistico, e con questo schizomorfo di ora, strattonati dalle discipline che richiedevano un diverso status epistemologico, come la sociologia, la psicologia, la geostrategia, (e tutto sotto il concavo ed ipotetico universo di vetro della scienza ultima), venissimo tendenzialmente espropriati dal diritto/dovere di pensare il pensiero come un intero organico, identitario e differenziato, che potesse continuare a coinvolgere il massimo possibile di contestualità, di potenzialità, d’utopia.  Le mode successive hanno poi confermato, sia sul piano del registro alto (perché sicuramente la reazione di chi s’avventura per tale tangente impazzita mentalista non ammetterà mai di aver perso, o di aver rischiato di perdere, il contatto, con una organicità più giustificabile), sia su quello più basso delle idee-forza, (perché sicuramente la reazione di chi s’affanna – ad esempio – nei meandri della criptopolitica non ammetterà di aver perso, o di aver rischiato di perdere – “…ho perso il mio centro a combattere il mondo” – la strada maestra), lo sbandamento interpretativo sempre discentrante, allora come ora, e solo contrato da pochi pensanti fecondi, le grandianime, quelli cioè che meravigliosamente hanno saputo sintetizzare, prima in se medesimi e poi per gli altri, lungo il periplo di una vita (alla fine – ben spesa), visione ideale e prassi di posizionamento politico e geostrategico. Non ne diamo, appunto, una lettura ingenua od edificante; sappiamo di quante imboscate, inganni, illusioni e delusioni sia ricca anche la carriera intima – oltre a quella esteriore – delle grandi anime, ma esse ci servono costantemente per rettificare, per equilibrare il nostro giudizio che precede, segue  – e poi corregge – il posizionamento.  Ma bastano?  Per le novità, ineludibili, dell’ora?

Questo che sembra un preambolo problematico, serve forse a dirci che il libro di Sessa su Emo inaugura una nuova linea di lavoro per il cantiere del pensiero pensante, e lo possiamo dimostrare facilmente con pochi riferimenti, che non vogliono cioè ribadire quei VII punti o note (la nostra tavoletta heliopolis a commento del libro primario) che abbiamo altrove enucleato per favorire ulteriore riflessione dialettica sul testo di Sessa, quanto cogliere velocissimamente alcune tra le tante anomalie fondamentali e fondanti (del pensiero di Emo e della riflessione libera di Sessa su Emo):

– La compresenza Cristo/Dioniso. Essa spiazza ogni tipo di vantato confessionalismo e di ferma disposizione pregiudiziale, ovunque s’annidi… Instaura la potenzialità di ciò che sta prima del giudizio, in re, ed apre alle confluenze più determinanti: Heidegger, Evola, Kerény, Colli, Noica…

– La vigenza dell’origine. Ch’è pulsione utopista ed azzardo urfuturista, ma anche tragico attuale (beffardo del monopensiero democratico) ma che non suda sangue e non impone livree… ed è il sempre/possibile

– Il  tempo sferico con il suo presente/eterno che non è ‘solo’ la classica anticoccidentale od estremorientale ‘distanza rammemorante’, ma la trasparenza del Nulla, come motore immobile del reale, non ‘negazione logica’ o peggio ancora ‘negazione blasfema’, ma affermazione della continua carenza, cruciale, innegabile e voraginosa ed in essa, della continua affermazione. Il sempre/transitabile… come potenzialità, ma il sempre/certo come trasparenza. Non per nulla Sessa intitola: meraviglia

– L’ermeneutica del tragico come originario e immediato auto negarsi, ma che vive e si afferma nella libertà – dalla parte del soggetto ma che s’afferma eminentemente come dimensione oggettiva (regolarità erga omnes) – dell’inseparabilità di positività e negazione.

Ora uno mi potrebbe dire, che cosa conta tutto questo con gli avvenimenti in Ucraina/Crimea, (ad esempio … parliamo di cose serie), sui quali si ribaltano gli stereotipi di giudizio, rimescolando i nazionalismi e gli internazionalismi e sorprendendoci (di nuovo) grandemente e lasciandoci nudi?  (…ed alquanto vergognosi).

Le riserve che ci saranno, all’esempio ed al libro, si daranno – secondo questa postura – soprattutto a partire dal dato caratteriale, (si sarebbe detto in passato, elemento spirituale o disposizione animica), ovvero dall’indisponibilità certa di alcuni a reagire secondo l’alto parametro emiano, che è il  parametro dell’accettazione incondizionata della condizione nichilista ma con una forza di penetrazione e rilevamento tale da ridonare interi, coraggio ed onore, alla spaurita mente europea contemporanea… dico approssimativamente ancora dato caratteriale e non visione ideale perché lì si smarca – ancor prima e forse più fondatamente – la generosità esistenziale (grandeanima) che ha compreso – in Uno – la vacuità ed il destino…    Questo, sempre a mio discutibile avviso – e capisco bene che questa posizione può essere facilmente fraintesa – non prescinde  ma presiede – d/alla visione ideale, (ideologica, confessionale…), perché può  basarsi su una,  addirittura appunto anteriore, disposizione a comprendere e verificare…  Qui quindi non si tratta di una postura romantica d’anima bella, ma d’un rigoroso assetto a verificare tutto, pur avendo ben certa e cara la nostra provenienza di terza forza e contemporaneamente aperti i propri orizzonti ideali ed estetici verso nuove e giuste sintesi.

Noi possiamo comprendere questo se vogliamo veramente che il lavoro di Sessa sia un pilastro come è e come dovrebbe essere accolto… e non si riduca alla favoletta del nichilismo mistico, ed infatti il fuoco della controversia non ci preoccupa, mentre invece ci preoccupa  grandemente la faciloneria saccente o la malevolenza disinformata… ma resta certo in ogni caso che Sessa ha dato prova di una grande capacità di stare sui dati reali, quelli culturali e quelli materiali, assieme.

Sandro Giovannini

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