Umberto Bianchi. Il fascino discreto dell’Occidente

Se cerchiamo nelle sterminate biblioteche una storia del percorso del pensiero che ha dato origine all’Occidente, dai suoi albori mitici fino alle ristagnanti risacche della modernità che come liquami scolano verso la cloaca postmoderna, ci accorgiamo che gli scaffali sono pieni di opere affollate di volumi corposi e pesantissimi che sondano, in una presunta profondità, tutti i meandri e tutti i rivoli che lo hanno composto.

Opere che, per la loro sterminata vastità, rischiano di essere inservibili per chi si accosti all’immane materia senza una traccia, un filo di Arianna che permetta al povero malcapitato dilettante di orientarsi in quell’oceano senza punti di riferimenti che la materia costituisce.

D’altra parte chi ricorda la sua frequentazione dei banchi di scuola ha ben presente che esistono esili e svuotati compendi, dei riassunti, i famigerati “Bignami”, che, tutto riducendo, essiccano a tal punto la polpa, da essere inservibili, se non per passare un modesto compito in classe.

Che qualcuno si prenda la briga, con una forma agile, rispettosa, al contempo, del succo della storia che va dipanandosi, di superare questa dicotomia, per presentare al pubblico dei lettori un saggio operativo, una traccia che non affondi nelle sabbie mobili dello specialismo, né tenti di superarle con un insignificante frullo d’aria, è opera meritoria.

Meritoria e pericolosa, perché trovare il giusto bilanciamento tra le due sponde, indicare una via che non si perda nella bulimia senza predicare l’anoressia, è per me opera ardua che necessita di una prima grande caratteristica: la passione elevata a scopo della ricerca filosofica come primo motore della ricerca di senso.

È per questo che mi sono accostato con stupore e curiosità a Il fascino discreto dell’Occidente di Umberto Bianchi che di recente è stato dato alle stampe dalle Edizioni La Carmelina.

Il testo non ha alcuna velleità di completezza, rifugge la facile strada dell’accademismo, si pone come scopo quello di disseminare, lungo un percorso tortuoso, pieno di crocevia fuorvianti, di false piste, di Sirene ammaliatrici, dei piccoli sassolini che costituiscono una sorta aiuto a chi si voglia avventurare per via.

Per fare questo si affida alla compilazione di brevi, succosi capitoletti che servono a fissare passaggi, a sottolineare momenti di svolta, a illuminare le inversioni a U e i ripensamenti di un pensiero, quello che ha forgiato l’Occidente, che tutt’altro che lineare rischia di confondere più che di far capire.

Il rischio di queste operazioni è che i capitoli risultino delle schede a se stanti, slegati tra loro, zoppicanti nell’incedere del discorso, scollegati dal quadro d’insieme.

Nel caso in questione, il problema non si pone. Il filo soggiacente alla narrazione (perché di narrazione si tratta) risulta sempre in tralice, spesso esplicito, mai ingombrante a saldare come una trama sottile e tenace che tiene insieme i vari fili dell’ordito.

Quello che ne risulta è una lettura che si presta ad un duplice scopo. Da un lato offre la possibilità di leggere saltabeccando da una pagina all’altra trovando in ogni singolo capitolo una compiutezza in sé, dall’altro permette di ricostruire le varie fasi della speculazione filosofica che ha informato l’Occidente in un tutt’uno di rara compattezza.

È così che, a partire dalle mitiche tribù indoeuropee, passando per i presocratici, per Aristotele, il Neoplatonismo medioevale, il Rinascimento, la Modernità, il Novecento con i suoi Totalitarismi, la rivolta generazionale del sessantotto, si arriva fino all’oggi, ultima spiaggia di questa lunga catena di pensiero che costituisce il nucleo contraddittorio e affascinante dell’Occidente.

Perché se da un lato l’autore sottolinea la formidabile messe di apporti e di agglomerati di pensiero che si sono succeduti, contrapposti, spesso rinnegandosi, dall’altro non si nasconde che tutto il pensiero dell’Occidente è frutto di una costante schizofrenica contraddizione sempre in bilico tra dicotomie che inconciliabili hanno rappresentato le due sponde tra le quali la filosofia occidentale ha rimbalzato.

Fisica e Metafisica, Razionalismo e Irrazionalità, Modernismo e Tradizionalismo, Paganesimo e Monoteismo costituiscono le facce cangianti e mutevoli di quello scontro opposizione che Nietzsche aveva condensato nelle opposte figure di Dioniso ed Apollo.

Appare, in tutta questa sarabanda di posizioni, un ospite scomodo che fin dagli albori ha fatto capolino per poi esplodere nella Modernità.

Quell’ospite inquietante che, come l’autore ci ricorda, unisce con un “fil noir” tutte queste epoche e tutti questi pensatori: il Nichilismo, che molti ritengono inquilino della modernità, quando prepotente con la “morte di Dio” si affaccia sulla scena ma che invece è già ben presente con la sua forza incalzante già nella Grecia preistorica.

Dalla lettura affiora ancora molto ma quello che viene rimandato dalle pagine del saggio, oltre a questo, è un senso un po’ straniante rispetto a quello che il pensiero più politicamente corretto ci ha voluto imporre.

Si ha la netta sensazione (a noi ben nota) che la linearità del percorso dell’Occidente sia solo fittizia, costruita ex post per avvalorare una tesi, ormai scialba e contraddetta dalla realtà dei fatti, che la storia del pensiero e dell’Occidente sia una linea retta inclinata che da una profondità oscura e barbarica cresca indefinitamente verso un futuro radioso e alto. Una storia priva di coni d’ombra, senza deviazioni, senza reale opposizione, senza false piste, senza inversioni. Insomma una storia, seppur segnata da contrapposte vedute, compatta ed uniforme.

La realtà che giustamente ci viene spiattellata sotto gli occhi è invece un’altra. Si tratta di una Storia da cui sono stati espunti tutti quei nodi più problematici, tutte quelle contrapposizioni non conformi alla “vulgata”, tutte quelle posizioni che non possono a vario titolo far parte del Canone che i sacerdoti del “politically correct” non possono sopportare. E a tal proposito risulta didascalico il riferimento alla Gnosi e alla espulsione dei Vangeli gnostici dal Canone ufficiale della Chiesa che si stava costituendo come modello unitario e totalitario.

Ne risulta un’altra contrapposizione tra il libero pensiero e la Chiesa (qualunque essa sia), libero il primo di pensare al di là di schemi e schieramenti, forte la seconda del numero crescente di adepti e della potenza della scomunica.

Un saggio che oltre ad indicarci molti spunti di riflessione ci permette di inquadrare le vicende da un punto di visto privo dei paludamenti e delle limitazioni che il Canone impone.

Un saggio che rivaluta la speculazione filosofica che, per dirla con Manlio Sgalambro, “ è un cavaturaccioli, deve aprire buchi nel pensiero e far saltare i tappi in modo che vengano fuori capricci e variazioni”.

Un cavaturaccioli che, in questo caso, stappa una bottiglia di buon vino che, come si sa, va centellinato stilla a stilla e goduto un poco alla volta.

Un vino da meditazione!

 Mario Grossi 

 

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