Ancora sulla Strage di Bologna
Sapere è meglio di non sapere…

La lettera di Valerio Cutonilli che segue è la risposta ai commenti e alle osservazioni del sig. Emilio Maserati, in calce all’intervista “Bologna 2 agosto 1980. Una strage all’italiana” [LEGGI QUI]. Gioverà ricordare che il titolo del post corrisponde a quello del libro, di cui è autore lo stesso Cutonilli, edito per i tipi delle Edizioni Trecento.

La redazione
 

Caro Miro, rispondo volentieri al tuo appello. Mi scuso, preliminarmente, con il Prof. Maserati (ma, vedo, anche il Prof. Stanix) per non aver replicato prima alle loro osservazioni che pure paiono brillare per educazione. Purtroppo, nello scorso agosto ero lontano dall’Italia e dalle preziose osservazioni disseminate nel web.

Tuttavia, l’intervista oggetto delle censure richiamava nominalmente il libro dell’ex Ministro De Michelis. Dunque, sarebbe bastato acquistare l’opera suddetta per confrontarsi con la tesi ivi contenuta e che – non me ne vogliano le persone succitate – continuo a citare e a condividere pienamente perché la ritengo molto convincente. Peraltro, le mie affermazioni non riguardavano tanto le iniziali e comprensibili mire sovietiche  (è chiaro a tutti – ritengo anche a De Michelis – che nessuna richiesta venne avanzata ufficialmente da Mosca) quanto gli approdi transattivi del contenzioso Usa-Urss che ne era alla base: il riconoscimento di un contropotere sovietico in Italia rappresentato dal Pci.  Detto contropotere non esisteva – perlomeno nelle medesime forme e dimensioni – nelle altre democrazie occidentali; esso di sicuro non arrivò dal cielo (come pure si dovrebbe ritenere scartando la tesi di De Michelis) ma rappresentò evidentemente l’esito di un “negoziato” tra le superpotenze.

E’ vero che di tale contropotere non mi venne riferito alcunché nelle lezioni di storia di terza media o nei corsi successivi. Ciò non significa però che esso non sia assistito. Lo spiega magistralmente, ad esempio, il giudice Rosario Priore che nel corso della sua intensa lavorativa ne registrò sovente gli effetti. Nella postfazione a un noto libro-intervista di Giovanni Fasanella all’ex brigatista Alberto Franceschini, Priore si sofferma esplicitamente sulla linea simbolica di Jalta che divise la continuità del territorio italiano in certe zone del centro-nord per effetto dell’anomala presenza – egemonica e governativa – del Pci. E’ per tale precisa ragione che i giganteschi finanziamenti per decenni erogati al Partito comunista italiano da un paese nemico dell’Italia come l’Urss (si consiglia la lettura dell’opera monumentale di Valerio Riva Oro da Mosca) non comportarono alcun problema giudiziario per i dirigenti delle Botteghe Oscure. Insostenibile la tesi per cui le autorità italiane e gli avversari democristiani ignorassero il flusso illecito e abnorme di rubli (seppure travestiti da dollari) nelle casse del Pci. E’ più che probabile, al contrario, che tale “sistema” fosse ben noto ma accettato in virtù dell’intesa originaria e compensativa tra le superpotenze.

Il fatto è ancora più evidente nel caso di uno degli apparati clandestini del Pci, impropriamente definito “gladio rossa”. Negli anni novanta, autorevoli magistrati romani – di formazione non propriamente conservatrice o reazionaria – ne accertarono agevolmente l’esistenza, manifestando peraltro l’inquietudine destata dai corsi finalizzati all’uso di armi ed esplosivi. I reati annessi vennero però ritenuti prescritti, a mezzo di un’interpretazione opinabile sul piano giudiziario ma perfettamente comprensibile su quello storico. Del resto, non sarà certo sfuggito all’attenzione di persone così attente la storia non remota di un altissimo ufficiale italiano nella cui abitazione, al momento del decesso, furono trovati diversi quintali di armi sovietiche ereditate dal secondo conflitto mondiale. Senza le osservazioni sinora formulate, tale episodio risulterebbe semplicemente inspiegabile. E continuerebbero a restare insondabili molti degli episodi oscuri della cosiddetta prima Repubblica. Il senso della mia intervista – nella quale veniva evidenziato non solo il ruolo peculiare dell’Italia nella “guerra fredda” ma anche quello parimenti anomalo nello “scacchiere mediterraneo” – era unicamente questo. Lungi da me ledere la maestà degli studiosi e degli storici seri.

Quanto al processo per la strage del 2 agosto 1980, ritengo che ciascuno (non solo gli avvocati) abbia il diritto di occuparsene. Chi ritiene condivisibile la ricostruzione giudiziaria – nella quale agiscono tranquillamente tirolesi residenti a Milano e nati nel Salento – è libero di farlo e  va rispettato. E’ altrettanto ovvio che chiunque possa criticare come meglio crede le mie opinioni sull’esplosione occorsa alla stazione di Bologna. Sarebbe preferibile, tuttavia, conoscerle preventivamente (e magari capirle) queste opinioni. Temo infatti che le mie ricerche, anche quelle più recenti, non si siano affatto sbriciolate.

Ma il tempo, vedrete, si rivelerà galantuomo. Cari saluti.

Valerio Cutonilli

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