pagine erotiche… le età di lulù…

<< Alzati in piedi.>>

Mi alzai.

Ci baciammo a lungo, strusciandoci l’uno contro l’altra. Mi arrotolò la gonna e la infilò nella cintura, lasciandomi scoperta il ventre. Gli specchi mi restituirono una strana immagine di me stessa.

<<Siediti e aspettami, ora vengo.>>

Si diresse verso la porta e allora, nonostante il mio stordimento, mi resi conto che dovevo dire qualcosa di importante. Lo chiamai e si voltò verso di me, appoggiando la spalla nell’angolo tra il muro e la porta.

<<Non sono mai andata a letto con nessuno, prima…>>

<< Non andremo in nessun letto, scema, per lo meno per ora. Scoperemo, e basta.>>

<<Voglio dire che sono vergine.>>

Mi guardò un momento, sorridendo, e scomparve.

Mi sedetti ad aspettarlo. Cercai di analizzare come mi sentivo. Ero calda, in fregola nel senso classico del termine.

In fregola. Sorrisi. Mi ero presa centinaia di schiaffi senza capire perché, dopo aver pronunciato questa parola, una delle espressioni più abituali del mio vocabolario. In fregola, suonava così antico…Lo dissi pianissimo, studiando il movimento delle labbra nello specchio.

<<Pablo mi ha messo in fregola.>> Era divertente. Lo dissi di nuovo, e poi ancora, mentre mi rendevo conto che ero bella, molto bella, nonostante i brufoletti sulla fronte.

Pablo mi avevo messo in fregola.

Lui era lì, con un vassoio pieno di cose, che mi guardava muovere le labbra, forse mi aveva addirittura sentito, ma non disse niente, attraversò la stanza e si sedette davanti a me, con le gambe incrociate come un indiano. Pensai che stesse per leccarmi, in ultima analisi me lo doveva, ma non lo fece.

Mi tolse le mutandine, mi attirò bruscamente a sé, obbligandomi ad appoggiare il culo sul bordo del divano, e mi aprì ancor di più, incastrandomi le gambe sopra i braccioli del seggiolone.

<<Su, comincia, sto aspettando.>>

<<Che vuoi sapere?>>

<<Tutto, voglio sapere tutto, di chi fu l’idea, come ti scoprì Amelia, cosa raccontasti a tuo fratello, tutto, forza.>>

Prese una spugna dal vassoio, la immerse in una grossa tazza piena di acqua tiepida e cominciò a sfregarla contro una saponetta, finchè non diventò bianca.

Io avevo già cominciato a parlare, parlavo come un automa, mentre lo guardavo e mi chiedevo cosa sarebbe successo dopo, cosa stava per succedere.

<<Beh…non so. A me lo disse Chelo, ma sembra che l’idea fosse di Susana.>>

<<Chi è Susana? Una alta, castana, coi capelli comlto lunghi?>>

<<No, quella è Chelo.>>

<<Ah, allora…come è Susana?>> Immerse la spugna nella tazza finchè non si riempì di schiuma.

<<E’ bassa, molto minuta, anche lei castana ma più sul biondo, devi averla vista per casa.>>

<<Mmm, continua.>>

Non riuscivo a credere ai miei occhi. Aveva allungato la mano e mi stava insaponando con la spugna. Mi lavava come fossi una bambina piccola. La cosa mi disorientò completamente.

<<Ma… che fai?>>

<<Non sono affari tuoi, continua.>>

<<No, la fica è mia, e quello che ci fai sono affari miei.>>

la mia voce suonò ridicola anche alle mie orecchie, e lui non rispose. Continuai a parlare. <<Beh, Susana lo fa spesso, a quanto pare, infilarsi dentro della roba cioè, e allora raccontò a Chelo che la cosa migliore, quella che le piaceva di più, era il flauto, così decidemmo di provare, anche se a dire il vero a me sembrava una porcheria, da un certo punto di vista, ma lo feci lo stesso a Chelo alla fine no, si tira sempre indietro, insomma, è tutto, il resto lo sai già, non c’è altro da raccontare.>>

Mise un asciugamano per terra, proprio sotto di me.

Mi era impossibile non guardarmi allo specchi, con i peli bianchi, fantasmagoricamente canuta.

<<Come ti scoprì Amelia?>>

<<Beh, siccome dormiamo nella stessa camera, lei io e Patricia..>>

<< Patricia, lei e io…>> mi corresse.

<<Patricia, lei e io…>> ripetei.

<<Molto bene, continua.>>

<<Credevo di essere sola in casa, sola per una volta nella vita, bè, marcelo c’era, e anche Josè e Vicente, ma guardavano la televisione, e visto che stavano trasmettendo una partita, allora pensai…>> Tirò fuori un rasoio da barbiere dal taschino della camicia. <<Che vuoi fare con quello?>>

Mi guardò in faccia con la sua migliore espressione della serie non succede niente, benché per ogni evenienza mi bloccasse con decisione le cosce.

<<E’ per te>>, rispose. <<Ti voglio radere la fica.>>

<<Non se ne parla neanche!>> Mi gettai avanti con tutte le forze, cercavo di alzarmi, ma non potevo. Lui era molto più forte di me.

<<Si.>> Sembrava tranquillo come sempre. <<Ora te la rado e tu te lo lascerai fare. Devi soltanto startene buona. Non è doloroso. Continua a parlare.>>

<<Ma…perché?>>

<<Perché sei molto scura, troppo pelosa per avere quindici anni. Non hai la fica di una bambina. E a me piacciono le bambine con la fica da bambina, soprattutto quando sto per corromperle. Non ti innervosire e lasciami fare. In ultima analisi non è certo più disonorante che infilarsi dentro il flauto della scuola, il flauto dolce, o come si chiama…>>

Cercai una scusa, una scusa qualsiasi.

<<Ma poi a casa se ne accorgeranno e non appena Amelia mi vedrà lo andrà a raccontare alla mamma, e la mamma…>>

<<Perché Amelia dovrebbe accorgersene? Non credo che la notte facciate delle cose.>>

No. Ero diventata così isterica che non ebbi nemmeno il tempo di offendermi per quanto aveva appena detto.

<<Ma lei e Patricia mi vedono quando mi vesto e quando mi spoglio, e i peli si notano in trasparenza.>> Questo mi tranquillizzò, credetti di essere stata brillante.

<<Ah, si, ma di questo non ti devi preoccupare, ti lascerò il pube praticamente uguale, voglio raderti solo le labbra.>>

<<Che labbra?>>

<<Queste labbra.>> Vi fece scivolare sopra due dita. Io avevo pensato che avrebbe fatto esattamente il contrario, e mi sembrò che il cambiamento fosse in peggio, ma ormai avevo deciso di non pensare, per l’ennesima volta, non pensare, al passo a cui andavamo il cervello mi si sarebbe fuso quella sera stessa.

<<Aprile tu con la mano, per favore…>> Lo feci, e continuai a parlare. <<Che facesti quando Amelia ti vide?>>

Sentii il contatto della lama, fredda, e delle sue dita, che mi tiravano la pelle, mentre ricominciavo a parlare, a sputare parole come una mitragliatrice.

<<Be’, non so…Appena me ne resi conto, lei era già lì’ davanti, e urlava il mio nome. Uscì correndo dalla stanza, con l’ombrello, sbattendo la porta…>> La lama scivolava delicatamente, sopra quelle cose di cui avevo appena appreso il nome, labbra, come le altre. Non sentivo dolore, era piuttosto come una strana carezza, ma non riuscivo a togliermi dalla testa l’idea che potesse scappargli la mano. Riuscivo appena a vedergli il viso, i capelli, neri, la test china su di me. <<…e io uscii di corsa dietro di lei. Non andò in tinello, meno male, andò direttamente alla porta d’ingresso, con l’ombrello, doveva essere venuta semplicemente a cercarlo. Allora pensai che non avevo altri che Marcelo, e andai a raccontarglielo, avevo ancora in flauto in mano…>> Il rasoio si spostò verso l’esterno, mi stava sfiorando la coscia. <<Lui era nella sua stanza, aveva un mucchio di carte sopra il tavolo e non so cosa ne facesse, si mise a ridere, rise un sacco, e mi disse di stare tranquilla, che ci avrebbe pensato lui a tappare la bocca ad Amelia, che per quello che aveva tutto l’interesse a non fare la spia, e mi parlò come hai fatto tu prima…

Pensavo che non mi ascoltasse, che mi facesse chiacchierare a ruota libera, come quando mi operarono di appendicite, per tenermi occupata con qualcosa, invece mi chiese cosa mi aveva detto esattamente Marcelo.

<<Ma le solite cose, che era normale, che tutti si facevano le seghe e che non succedeva niente.>>

<<Mmm…>> La sua voce si fece più profonda. << E non ti toccò?>>

Ricordai quanto aveva detto prima al telefono (Io al tuo posto me la sarei scopata senza pensarci su >>) e rabbrividii.

<<No…>> Doveva avere dato per finito il labbro destro perché sentii il brivido gelato della lama sul sinistro.

<<Non ti ha mai toccato?>>

<<No. Ma che credevi?>> Le sue insinuazioni mi sembravano fantascienza.

<<Non so, visto che vi volete tanto bene…>>

<<Tu tocchi tua sorella?>> Mi rispose con una risata, ebbi paura che gli tremasse la mano.

<<No, ma si da il caso che mia sorella non mi piaccia…>>

<<E io invece ti piaccio?>> Le mie amiche dicevano che questo a un ragazzo non si deve mai chiedere direttamente, ma io non potei evitarlo. Lui si spostò all’indietro e mi guardò negli occhi.

<<Si, tu mi piaci, mi piaci molto, e sono sicuro che piaci anche a Marcelo, e forse perfino a tuo padre, anche se lui non lo ammetterebbe mai>> sorrise. << Sei una bambina speciale Lulù, rotonda e affamata, ma pur sempre una bambina. Quasi perfetta. E se mi lasci finire perfetta del tutto.>>

Fu in quel momento, nonostante la situazione stravagante, che il mio amore per Pablo cessò di essere una cosa vaga e confortevole, fu allora che cominciai ad avere delle speranze e a soffrire. Le sue parole << Sei una bambina speciale, quasi perfetta>> sarebbero risuonate nelle mie orecchie per anni; avrei vissuto anni, a partire da quel momento, stretta alle sue parole come a una tavola di salvataggio. Lui si piegò di nuovo sopra di me e insistè a voce bassissima.

<<Ad ogni modo credo che una volta o l’altra dovremmo provare a farlo tutti e tre insieme, tuo fratello, tu e io…>> Il rasoio si volse di nuovo verso l’esterno, questa volta dalla parte opposta. <<Benissimo, Lulù, ho quasi finito. E’ stato così terribile?>>

<<No, ma mi pizzica parecchio.>>

<<Lo so. Domattina ti pizzicherà ancor di più, ma sarai molto più bella.>> Si era tirato un istante indietro, per valutare la sua opera, suppongo, prima di nascondersi di nuovo tra le mie gambe. <<La bellezza è un mostro, una divinità sanguinaria che deve essere placata con continui sacrifici, come dice mia madre…>>

<<Tua madre è una stupida.>> Mi uscì dal cuore.

<< E’ vero, senza alcun dubbio…>> La sua voce non si alterò minimamente. << Ora stai buona un momento, per favore, non ti muovere per nessun motivo. Sto finendo.>>

Potevo immaginare perfettamente l’espressione del suo viso anche senza vederlo, perché tutto il resto, la sua voce, la sua maniera di parlare, i suoi gesti, la sua infinita sicurezza, mi erano più che familiari.

Stava giocando. Giocava con me, gli è sempre piaciuto farlo. Mi aveva insegnato molto dei giochi che conosceva e mi aveva addestrato a barare. Io avevo imparato in fretta, a carte, specie al mus, eravamo quasi invincibili. Lui ogni volta barava e vinceva.

prese un asciugamano, ne immerse un angolo in un’altra tazza e lo strizzò sopra il mio pube, che, fedele alla sua parola, era quasi intatto. L’acqua colò giù. Ripetè l’operazione due o tre volte prima di cominciare a strusciarmi per togliere i peli che erano rimasti attaccati. Mi resi conto che da sola avrei potuto farlo molto meglio, e più in fretta.

<<Lascia fare a me.>>

<<Assolutamente no…>> Parlava con grande lentezza, quasi sussurrando, era assorto, completamente assorto, gli occhi fissi sul mio sesso.

Mi baciò due volte, nella parte inferiore della coscia sinistra. Poi, allungò la mano verso il vassoio e prese un vasetto di cristallo color miele, lo aprì e infilò dentro due dita, l’indice e il medio della mano destra.

Era crema, una crema bianca, grassa e profumata.

Sfiorò con le dita le mie labbra appena rasate, depositando il suo contenuto sopra la pelle. Sentii un altro brivido, era gelata. Allora pensai che l’inverno era ancora molto lungo e che i peli avrebbero tardato a crescere. Non sarebbe stato affatto piacevole. Pablo raccolse molto tranquillamente tutti gli oggetti che erano occorsi nell’operazione, e li rimise sul vassoio, che spinse da parte.

Poi anche lui si spostò alla mia destra, togliendosi dallo specchio che avevo davanti.

Il mio sesso mi sembrò un mucchietto di carne rossa e gonfia. Su entrambi i lati della fessura centrale, si allungavano due lunghe strisce bianche. Quella vista mi ricordò Patricia, neonata, quando la mamma le metteva del balsamo prima di cambiarle i pannoloni.

Pablo mi guardava e sorrideva.

<<Ti piaci? Sei bellissima…>>

<<Non me la spalmi?>>

<<No. Fallo tu.>>

Allungai la mano aperta, chiedendomi cosa avrei sentito dopo. I miei polpastrelli incontrarono la crema, che era diventata morbida e tiepida, e cominciarono a distribuirla su e giù, muovendosi uniformemente sulla pelle scivolosa, liscia e nuda, calda, come le gambe d’estate, dopo la ceretta, fino a fare scomparire completamente quelle due lunghe macchie bianche.

Poi, mi rifiutai di smettere. la tentazione era troppo forte, e lasciai che le mie dita scivolassero dentro, una volta, due volte, sopra la carne gonfia e appiccicosa. Pablo mi si avvicinò, mi infilò dentro un dito molto delicatamente, lo estrasse e me lo mise in bocca. Mentre lo succhiavo, lo sentii mormorare.

<<Che brava bambina…>>

Era inginocchiato per terra, davanti a me. Mi prese per la vita, mi attirò a sé, bruscamente, e mi fece cadere dal seggiolone.

L’urto fu breve. Mi maneggiava con grande facilità, nonostante che fossi, che sia ancora, molto alta.

Mi obbligò a girarmi, le ginocchia per terra, la guancia appoggiata sul sedile, le mani sulla moquette. Non potevo vederlo, ma ascoltai le sue parole.

<<Accarezzati finchè non cominci a sentire che vieni, allora dimmelo.>>

Non avevo immaginato mai che sarebbe stato così, mai, eppure non sentii la mancanza di niente. Mi limitai a seguire i suoi ordini e a scatenare una valanga di sensazioni note, chiedendomi quando dovessi fermarmi, finchè il mio corpo cominciò a dividersi in due, e mi decisi a parlare.

<<Vengo…>>

Allora mi penetrò, lentamente ma con decisione, senza fermarsi.

Da quando lo aveva annunciato, da quando mi aveva avvertito <<scoperemo e basta>>, mi ero proposta si sopportare, sopportare qualsiasi cosa, senza aprire bocca, sopportare fino alla fine. Ma mi stava rompendo. Bruciava. Io tremavo e sudavo, sudavo molto.  Avevo freddo.

La mia resistenza fu effimera.

Prima che potessi rendermene conto, gli stavo chiedendo di tirarlo fuori, di lasciarmi stare almeno un momento, perché non ce la facevo più a sopportare.

Non mi rispose né mi diede retta. Quando fu arrivato in fondo, rimase immobile, dentro di me.

<<Ora non ti fermare, anatroccolo, perché comincio a muovermi e ti farà male.>>
La sua voce distrusse le mie ultime speranze. Non sarebbe servito a niente protestare, ma non potevo nemmeno rimanere lì ferma, a soffrire. Non sono fatta per sopportare il dolore, per lo meno non in grandi dosi. Non mi piace. Perciò decisi di seguire le sue istruzioni, un’altra volta. Cercai di recuperare il ritmo perduto. Lui mi imprimeva un ritmo diverso, da dietro. Aggrappato ai miei fianchi, entrava e usciva da me a intervalli regolari, attirandomi e respingendomi lungo quella specie di sbarra incandescente che ormai non somigliava per niente all’innocuo giocattolo a molla che mi aveva riempito la bocca un paio di ore prima, e ancora meno, molto meno, al celebre flauto dolce.

Il dolore non svaniva, ma, senza smettere di essere dolore, acquisiva tratti diversi. All’entrata continuava a essere insopportabile, il quel punto mi sentivo squarciare, mi sembrava strano non sentire lacerare la pelle, tesa fino alla trasparenza. Dentro era diverso. Il dolore si diluiva in note più sottili, che si manifestavano con maggiore intensità man mano che mi adattavo a lui, muovendomi con lui, contro di lui, mentre anche le mie manovre cominciavano a dimostrare la loro efficacia.

Il dolore non svanì, rimase lì a pulsare tutto il tempo, fino alla fine, finchè il piacere non se ne staccò, crebbe e, finalmente, ebbe la meglio.

Mentre sentivo ormai gli ultimi spasmi, e le mie gambe smettevano di tremare, Pablo crollò sopra di me, emettendo un grido affogato, acuto e roco al tempo stesso, e il mio corpo si riempì di calore.

Rimanemmo così per un bel pezzo, senza muoverci. Lui aveva nascosto la faccia nel mio collo, mi copriva i seni con le mani e respirava profondamente.. Io ero felice.

Si separò da me e lo sentii camminare nella stanza. Quando cercai di muovermi fui completamente invasa dal dolore. Mi girai faticosamente perché qualcosa di simile ai crampi per la stanchezza, dei crampi spaventosi, mi paralizzava dalla vita in giù.

Lui mi aiutò ad alzarmi,. Quando gli circondai il collo con le braccia per baciarlo, mi sollevò per la vita, mi mise le gambe intorno al suo corpo e cominciò a camminare con me in braccio, senza parlare.

a cura di Cosimina Viscido

 

 

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