Il caso Priebke.
Chi è senza peccato scagli la prima pietra…

Sarò molto franco: la figura di Erich Priebke non mi è mai piaciuta, nè mi ha mai esaltato, anzi. Il prendere parte ad una indegna mattanza quale quella delle Fosse Ardeatine, l’uccidere a sangue freddo degli ostaggi inermi non costituisce un titolo di merito, né è cosa degna di essere in alcun modo approvata, anzi. Se però si è animati dall’intento di pervenire ad una analisi storica obiettiva, in grado cioè di rendere onore alla verità ed alla memoria di quelle vittime, bisognerebbe tentare di procedere senza le distorsioni ed i paraocchi di una propaganda faziosa ed in malafede. Ma vediamo di procedere con ordine.

A sentire una certa vulgata, un bel giorno di tanti anni fa, un indomito “cacciatore” di cattivacci ti scova e riesce “per caso” ad intervistare in quel di Bariloche (Argentina), un “criminale nazista”, ivi ufficialmente residente da decenni, il quale, con stupefacente candore, ammette la propria partecipazione, nel ruolo di ufficiale subordinato ad ordini superiori, all’eccidio delle Fosse Ardeatine. La notizia rimbalza prontamente sino ai lidi italici ove, con una insolita solerzia per un paese come il nostro, scatta la macchina della giustizia. Dopo qualche anno di traversie burocratiche, il Priebke viene prontamente estradato nel Belpaese ove, all’insegna di una propaganda che sembra proprio non voler far sconti a nessuno, da una iniziale assoluzione per prescrizione del reato contestato, si è arrivati, in tempi record per l’italica giustizia, alla condanna all’ergastolo dell’imputato, accompagnata dalle grida e dalle minacce di una piazza scatenata.

Hai voglia a cercare di spiegare che il Priebke in quanto ufficiale e subordinato di un corpo deputato alla repressione dei vari fenomeni di guerriglia, non poteva disobbedire a quei tragici ordini, hai voglia a dire che esiste una Convenzione di Ginevra che stabilisce un diritto alla rappresaglia, (anche se le forze di occupazione germaniche non applicarono alla lettera tali prescrizioni), hai voglia agli appelli ed alle riflessioni controcorrente come quelle di un personaggio del calibro di Indro Montanelli e di altri ancora (non certo imputabili di essere pericolose “belve nazi-fasciste”…), niente da fare! La condanna all’ergastolo viene comminata senza se e senza ma, con somma gioia e delizia di coloro che pensano che, in tal modo, sia stata resa giustizia e soddisfazione per quell’odioso crimine bellico.

Ma a ben vedere, le cose non stanno proprio come lor signori vorrebbero, anzi. Al di là di quelle valutazioni di primo impatto che, a titolo di informazione, abbiamo voluto citare, vi sono altri e più gravi elementi che fanno sì che tutto l’impianto propagandistico di questa vicenda, faccia acqua da tutte le parti. Cominciamo con il dire che puzza, e non poco, il fatto che il Priebke sia stato scoperto con un ritardo di quasi cinquanta anni, in un posto ove risiedeva in veste quasi ufficiale da molti anni. Com’è che Priebke viene stanato proprio nel 1991 e non in un altro anno? Perché il presunto colpevole di un crimine tanto odioso commesso in un paese di rilievo come l’Italia, sino a poco tempo fa, quarta potenza industriale del mondo, intriso tra l’altro di propaganda antifascista sin nelle midolla e la cui magistratura non ha mai lesinato persecuzioni ed azioni giudiziarie nei riguardi di certe parti politiche, non è stato stanato prima? Qualche pressapochista vi risponderà che il Priebke ed altri cattivacci suoi pari, l’hanno potuta far franca grazie alle “coperture” godute sia nell’immmediato dopoguerra che, in seguito, grazie all’aiuto di misteriosi preti altoatesini ed alla presenza di organizzazioni come “Odessa” ed, infine, grazie alla connivenza con i famigerati generali latino americani. Forse che questi ultimi avevano un debole per gli occhioni celesti e le origini germaniche dei vari “criminali”? Ci trovavamo forse, di fronte a conclamati esempi di solidarietà e simpatie di natura ideologica “tra vecchi e nuovi camerati”?

Nulla di tutto questo, la verità è molto più scomoda ed amara e va rintracciata nello scenario venutosi a determinare con l’immediata fine dell’ultimo conflitto mondiale. La divisione in blocchi contrapposti, venutasi a determinare già nelle fasi finali di quel conflitto, rappresentava una sfida esiziale per la sorgente potenza Usa che, per dimostrare ai poteri forti della finanza la propria capacità di succedere alla vecchia Europa nel dominio del mondo, dovevano assolutamente vincere il confronto globale con i propri “competitors” sovietici.

Impensabile, in quello scenario di generale distruzione ed impoverimento di risorse e con il possesso da parte di ambedue i contendenti delle nuove e terribili armi atomiche, lo scatenare un nuovo conflitto mondiale, stavolta contro l’URSS di Stalin, (anche se personaggi come il generale Mac Arthur, spingevano invece nella direzione di un nuovo conflitto mondiale, sic!) nonostante il nuovo ordine determinato dagli accordi di Yalta e Bretton Woods, prevedesse specifiche zone di influenza, gli USA si trovavano di fronte ad una sfida mai affrontata prima d’ora: quella di un avversario in piena espansione che, di una massiccia propaganda e di una logorante guerriglia, faceva i propri primari strumenti di espansione globale.

Ben presto, all’euforia per la vittoria sulle Potenze dell’Asse, si sostituirà la paranoia dell’ “accerchiamento” da parte dell’espansionismo URSS. Gli USA, sino a quel momento abituati ad affrontare guerre convenzionali, dovranno improntare una nuova strategia di contenimento, imperniata sul doppio binario del pieno appoggio politico ai partiti anticomunisti e filo americani da una parte e dall’altra sulla centralità dell’azione militare di anti guerriglia.

Vi erano poi contesti in cui la partita era tutta da giocare, come per esempio in Africa e nel Sud Est Asiatico ed altri invece, in cui non ci si poteva assolutamente permettere cedimenti, come nell’Europa Occidentale, nel suo fianco sud-est ellenico e turco o in America Latina, la cui caduta in mani sovietiche avrebbe potuto determinare in breve tempo, lo strangolamento strategico degli USA. Per questo motivo occorreva avvalersi, senza farsi tante remore morali, della collaborazione e dell’esperienza di tutti coloro che, grazie alle proprie precedenti esperienze belliche, potevano vantare una specifica competenza nel settore dell’antiguerriglia. Tra questi non potevano non primeggiare i reduci delle truppe dell’Asse ed in ispecial modo, quelli delle SS germaniche, che avevano dovuto fronteggiare guerriglie, resistenze e sabotaggi, in uno scenario vasto e differenziato, che andava dall’Italia alla Francia, dal Belgio all’Olanda ed alla Norvegia, non senza passare attraverso ex Jugoslavia, Grecia, Russia e Polonia.

Al pari dell’oramai arcistranoto caso dello scienziato tedesco Werner Von Braun, cooptato senza tante storie tra le fila alleate, a causa delle sue indiscutibili capacità scientifiche, stessa sorte toccò quindi a molti ex SS; solamente che tale cooptazione non poteva avvenire per “chiamata diretta”, come avvenuto invece per il Von Braun, a causa del clamore che ciò avrebbe suscitato. Si preferì invece l’uso di sigle di comodo, come la famosa “Odessa” o l’azione mediatrice degli ambienti più anticomunisti della Chiesa Cattolica.

Priebke, per esempio, al pari di altri suoi colleghi, riuscì stranamente a “fuggire” da un campo di prigionia alleato per poi dileguarsi verso il Sud America. Stranamente, abbiamo detto, visto il clima di isteria e di caccia alle streghe che nell’immediato dopoguerra si era scatenato su tutti i reduci di guerra della parte perdente ( e non solo per i criminali di guerra…), per cui finire sotto processo o davanti ad un plotone di esecuzione alleato, anche se innocenti, era molto facile, figuriamoci poi per un ex SS coinvolto nella tragica vicenda delle Fosse Ardeatine…

L’America Latina, a causa del proprio fondamentale ruolo di “cortile di casa” degli USA, assunse subito al ruolo di base per l’utilizzo e lo smistamento degli ex SS, negli scenari ove più necessaria fosse la loro presenza. L’Argentina, in particolare, ma anche il Paraguay, il Brasile, il Cile ed altri paesi dell’America Latina assunsero pertanto, a tale ruolo, sin dall’immediato dopoguerra. L’iniziale compiacenza ideologica dei vari governi peronisti, non deve però trarre in inganno.

La presenza degli ex SS in Argentina, dovette essere accettata per quieto vivere dinnanzi alle improrogabili esigenze geostrategiche USA, senza se e senza ma. E qui arriviamo al nodo centrale dell’intera questione. Se le varie intelligence occidentali o quelle latino americane, direttamente teleguidate dagli USA, hanno fatto largo uso delle consulenze degli ex SS, la cosa non poteva non essere ampiamente risaputa dai vari governi Usa e quindi anche dalle varie lobby loro mandatarie, tra cui, in primis, quella sionista e dai suoi vari emissari, quali Israele con tutto il suo codazzo di “cacciatori” di cattivi.

Questi bei signori NON POTEVANO NON SAPERE ed invece hanno taciuto, in ossequio alle priorità geostrategiche del Globalismo di quel momento. Chiacchiere? Farneticazioni di un esaltato? Manco per niente, perché a parlare qui sono fatti ben precisi. Forse a qualcuno il “Piano Condor” dirà ben poco. Nel momento più duro del confronto USA-URSS nello scenario latino americano, cioè verso gli inizi degli anni ’70, un cittadino di origini tedesco-israelite, tale Henry Kissinger, (uomo di punta del Bilderberg Club e della Trilateral Commission, sic!) approdato alla carica di segretario di Stato USA, sotto la presidenza Nixon, in nome di una strategia di contenimento dell’espansionismo dell’URSS, decise di “puntellare” in modo più deciso, a livello planetario, tutte quelle situazioni che gli USA vedevano ad alto rischio.

Nel Mediterraneo, gli appoggi a giunte militari in Grecia e Turchia ed ai ferrivecchi di Franco e Salazar in Spagna e Portogallo, erano visti quali caposaldi strategici eretti per non lasciare assolutamente cadere quelle regioni in mani sovietiche. Nel Sud Est asiatico, furono rafforzati i governi collaborazionisti di Laos e Cambogia, mentre all’indonesiano Suharto fu dato l’OK all’invasione di Timor Est. In America Latina, il sionista Kissinger si fece fautore di un’aperta alleanza strategica tra le varie dittature militari del continente, includente anche la “new entry” cilena di Pinochet (frutto dei desiderata strategici kissingeriani!), nel nome di una decisa cacciata dell’influenza sovietica da quel contesto.

Qui occorreva organizzare una gigantesca operazione di repressione, che utilizzasse qualunque mezzo per arrivare allo scopo, includente ogni tipo di consulenza e collaborazione. Per farci capire, questa è l’epoca più dura del militarismo brasiliano, della repressione in Cile, da cui si spianerà la strada all’ultima e più sanguinosa avventura golpista argentina: quella della giunta Videla. L’intero continente latino americano diverrà una fucina di repressione e di scuole di tortura. Se S. Carlos di Bariloche in Argentina, diverrà il buen retiro ufficiale dei vari reduci di guerra, da sempre attivi collaboratori in tutte le varie “Operazioni Condor” susseguitesi qua e là nel mondo mentre, alla corte del più dinamico Pinochet, andranno ad addestrarsi alla tortura anche uomini dei servizi israeliani, in dimostrazione del fatto che le lobby sioniste, Israele e compagnia bella guardavano con compiacenza a tutte queste cose, strafregandosene degli ex SS la cui collaborazione, anzi, in quel momento risultò preziosa.

Quello stesso stato d’Israele, d’altronde, nel nome di una disinvolta “realpolitik”, oltre a mandare i propri uomini a scuola da Pinochet, aveva già precedentemente, fruito della collaborazione di alcuni reduci della italiana (e fascista, almeno sulla carta…) X MAS, per organizzare e formare le proprie forze armate alla guerriglia ed al sabotaggio. Non solo. Israele non esiterà a finanziare e ad appoggiare, in funzione anti palestinese, il movimento neofascista e razzista libanese della “Falange”, fondato dal vecchio notabile libanese Pierre Gemayel, rimasto folgorato sulla Via di Damasco, in seguito ad un viaggio nella Berlino hitleriana.

Questo per non parlare della discutibile alleanza dello stato sionista con il Sud Africa segregazionista e razzista di Botha e compagnia bella. Dunque stiamo arrivando ad un quadro ben preciso. I servizi segreti occidentali e latino americani, a stretta osservanza USA, ovverosia da sempre filoisraeliana e filo sionista, non hanno avuto alcuna remora morale nell’utilizzare in modo massiccio reduci delle SS e di altre unità scelte di truppe dell’Asse (in ispecial modo i reduci dell’italiana X MAS, sic!) e di foraggiare taluni regimi e formazioni politiche di orientamento neofascistoide e razzista, in funzione di contenimento dell’imperialismo sovietico.

Questo, anche e nonostante tutti costoro sapessero perfettamente di avvalersi della preziosa “mano d’opera” di coloro contro cui, sino a poco tempo prima, avevano condotto una lotta senza quartiere. Il fulcro dell’intera vicenda Priebke, sta nell’improvvisa liquefazione del blocco sovietico, avvenuta tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, che non si rivelò un processo del tutto indolore, anzi. Il conclamato fallimento del marxismo di stampo sovietico, determina il riaccendersi di nazionalismi che, sino ad allora erano rimasti sopiti, ma non erano morti, ricoperti sotto una patina di nazional-marxismo.

L’intero blocco ex socialista, dall’Asia Centrale sino alla ex Jugoslavia cade in preda a sommovimenti nazionalisti, sino a quel momento sconosciuti, che rimandavano pericolosamente, nell’aggressivo modo di porsi, ai vecchi nazionalismi dell’ultimo conflitto mondiale. Gli occhi del Dipartimento di Stato USA (e delle lobby sioniste, pertanto…) si spostano dai contesti del Terzo Mondo e dell’America Latina al Vecchio Continente. In Italia, in particolare, la caduta del patto di Varsavia ha determinato un non indifferente sommovimento.

Mentre Tangentopoli sta decapitando quasi per intero la classe politica uscita dal dopoguerra, una serie di radicali istanze di rinnovamento istituzionale attraversano trasversalmente l’intero paese. Bossi e la Lega parlano di un radicale riassetto istituzionale, atto ad accorpare Nord Italia, Sud della Germania, Austria, Slovenia, Croazia e Boemia, in un’unica macro-regione che tanto ricorda la Cacania Mitteleuropea, tanto che dalle pagine di Repubblica, un autorevole commentatore parla di Bossi quale personaggio “dal sapore tanto balcanico…”.

La fine ideologica del Patto di Varsavia determina anche in Italia lo scongelamento di talune istanze nazionaliste, qui confusamente rappresentate dal neofascismo missino e dal suo “frigorifero” elettorale. Questo, mentre in Sicilia, a seguito delle condanne del “maxi processo”, la mafia inizia a preparare una campagna di minacce ed attentati, dal sapore tanto separatista, poi culminati con la morte dei giudici Falcone e Borsellino. Una situazione fluida, dietro la quale non poteva non pesare, quale convitato di pietra, una domanda ed una tentazione che la stessa letteratura di quel periodo ( vedi Francis Fukuyama, per esempio…) non potevano non alimentare.

Se il patto di Varsavia si era liquidato in modo praticamente indolore, perché la stessa cosa non avrebbe dovuto verificarsi con NATO e Patto Atlantico? Nell’ottica di un mondo le cui uniche barriere avrebbero dovuto essere quelle commerciali assieme agli aggregati macro-regionali, che senso potevano ancora avere certe vecchie alleanze strategiche? Bisognava lanciare un segnale ed al contempo sviare l’attenzione dell’opinione pubblica italiota dalla possibilità di certe tentazioni.

Ed ecco allora, come per miracolo, apparire il classico “Deus ex machina”, rappresentato da uno sprovveduto Priebke che, probabilmente, credendo di essere ancora tutelato dall’accordo che sin dal dopoguerra gli aveva permesso di campare libero, si concede ad una fatale intervista, che fungerà da “casus belli” per le sue successive vicende giudiziarie. L’aver servito con tanto zelo gli interessi geostrategici  americani (e delle lobby sioniste, sic!) non salveranno né Priebke, né il suo collega Karl Haas, per decenni collaboratore ufficiale delle intelligence occidentali.

Ciò che di tutta questa vicenda fa maggiormente ribrezzo, è la doppia morale che ha animato l’azione dei vari buonisti di turno. E così, dopo aver allegramente utilizzato per decenni certi personaggi dal passato compromettente, con il cambiar di scenario, si ritira fuori l’antifascismo di comodo e si gettano in pasto all’opinione pubblica, dimentichi dei propri armadi stracolmi di scheletri. Si urla all’antirazzismo ed al buonismo democratico e si fa comunella con regimi di razzisti e torturatori. Si urla all’illegalità della rappresaglia e ci si dimentica delle feroci rappresaglie israeliane sul popolo palestinese, come accaduto nel caso dell’ “Operazione Piombo Fuso”,  in cui MILLEQUATTROCENTO e più civili palestinesi, sono stati massacrati dalle bombe israeliane al fosforo, a fronte dei QUINDICI morti provocati  in otto anni di lanci di razzi Kassam dalla Striscia di Gaza, in una proporzione tra israeliani uccisi e civili palestinesi (93 e passa civili palestinesi uccisi, per ogni vittima israeliana, sic!) tale da far impallidire la violenza di una tragedia, quale quella della strage delle Fosse Ardeatine!

La giustizia, quella vera, non dovrebbe avere due pesi e due misure; al pari di Priebke dovrebbero pagar salato anche i lobbisti responsabili della politica internazionale USA ed occidentale di quegli anni; dovrebbero pagare anche coloro che collocarono l’ordigno di Via Rasella, ben consci della reazione, più volte annunciata, delle truppe germaniche e per i quali, (in osservanza ai diktat stalinisti, sic!) la strage delle Fosse Ardeatine rappresentò la splendida occasione per far togliere di mezzo “su commissione”, la maggior parte degli elementi non marxisti del CLN in quel momento rinchiusi nel penitenziario di Regina Coeli  e (perché no?) anche un certo numero di inermi cittadini di fede israelitica, visto che il vecchio Stalin non lesinava neanche nelle persecuzioni antisemite…. Ed invece niente.

Da parte degli urlatori di professione, la calma più piatta. Non un gesto, non un atto di anticonformistica ribellione morale ad una vulgata che, a ben vedere, fa vistosamente acqua da tutte le parti. Eppure, a rigor del vero, fuori dall’Italia non sono pochi i nomi degli esponenti di certa intellighentzja ebraica, che hanno assunto posizioni di aperta critica rispetto a certe posizioni ufficiali. Parliamo dei vari Noam Chomski, Norman Finkelstein, Gilad Atzmon, Israel Shamir, gli uomini di Naturei Karta e tanti altri ancora. E’ che l’Italia rimane, anche in questo, un paese profondamente conservatore, ove il diritto di critica, l’eterodossia ideologica, non sono ammessi, se non a  prezzo di persecuzioni e discriminazioni tali, da conferire al nostro paese la sinistra aura di una dittatura occulta. A questo punto ci chiediamo, visto che giustizia non è stata fatta, (e che probabilmente mai verrà fatta…) che senso abbia tenere, dopo quasi vent’anni di detenzione, ancora agli arresti domiciliari un centenario che, anche se attivo partecipante a quell’indegna mattanza, di certi ordini fu, però, uno dei tanti tragici esecutori, ma non certo il mandante responsabile.

Rimane, amaro, il senso della beffa verso la memoria delle vittime di questa e di tutte le rappresaglie dell’ultima, ingiusta, guerra mondiale e le cui tragiche vicende sono state strumentalizzate per fini che, con la giustizia, nulla hanno a che vedere. Per questo, oggi più che mai, l’esercizio di una costante e scomoda analisi e rivisitazione degli eventi, assume la veste di un obbligo morale, proprio per evitare di ricadere nelle soffocanti maglie di una informazione e di una vulgata tutta al servizio di quelle lobby e di quei centri di potere, il cui unico interesse consiste, oggidì, nell’assoggettare l’intero genere umano allo status quo USA e dei suoi satelliti israeliani e britannici, tutto imperniato sull’alienante logica del capitalismo globale.

Umberto Bianchi

 

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