Crisi finanziaria e crisi del credito
La colpa non è solo delle banche…

Abstarct: Questa crisi che effetto ha avuto sull’attività del commercio al dettaglio e del piccolo artigiano? Chi sono gli attori del sistema? La responsabilità di alcuni disastri è solo delle banche o sono coinvolti anche altri soggetti? Attraverso un’analisi, il più possibile attenta e dettagliata, si cercherà di dare una risposta a queste e ad altre domande che potranno sorgere.

Tutto cominciò nel 2007 con l’entrata in vigore dell’accordo Basilea 2.

In virtù di questo accordo le banche dei paesi aderenti avrebbero raggiunto un livello di solidità maggiore rispetto al passato agendo sui loro requisiti patrimoniali da un lato, e su una migliore classificazione della clientela impighi dall’altro. Il raggiungimento di questi obiettivi saebbe stato assicurato attraverso procedure di valutazione trasparenti, sia per ciò che riguarda la definizione della  struttura patrimoniale e organizzativa della banca, sia per quanto concerne l’iter della pratica di affidamento.

Cosa vuol dire tutto ciò?

Lasciamo perdere i due interrogativi che le banche si pongono: “quanto erogare?” e “di che requisiti patrimoniali ci si deve dotare?” in quanto queste problematiche riguardano la singola banca e influiscono sulla valutazione del cliente solo in modo indiretto: nel senso che, se la banca ha un margine di autonomia inferiore, probabilmente avrà anche dei limiti nel far fronte alle richieste di affidamento, vuoi per dimensione, vuoi per forma contrattuale di impiego.

Vediamo invece ciò che per il cliente ha  un’ influenza diretta:  lo svolgimento dell’istruttoria della pratica di affidamento.

In virtù di Basilea 2, le banche si impegnano ad organizzare meglio la loro attività valutando la rischiosità del cliente in base ai dati del suo bilancio, all’andamento del settore a cui appartiene, al comportamento passato con il sistema bancario, ecc … Ogni banca può dare, ad ognuno dei fattori  presi in considerazione, un peso diverso e la calibrazione dei pesi per singolo fattore può essere anche diversa da banca a banca.

La definizione di queste procedure costituisce uno dei punti cardine dell’argomento trattato in quanto queste, una volta definite, lasciano poco spazio a margini di flessibilità del direttore di filiale.

Confrontandomi con molti direttori su questo aspetto il riscontro che ho avuto è sempre stato il medesimo: “Una volta valutavamo il merito di credito dell’impresa in base alla conoscenza anche personale dell’imprenditore, guardavamo come si comportava sul lavoro, qual’era la sua reputazione tra i clienti oltre a, naturalmente, valutare garanzie e puntualità nel far fronte ai propri impegni. Oggi non è più così, contano solo i numeri e i dati oggettivi da cui scaturisce il rating e tanti margini di flessibilità non ci sono più”.

Questo è quindi il mutato panorama di fondo all’interno del quale il piccolo imprenditore o il negozio sotto casa si trova ad operare.

Ci sono però altri fattori che hanno influito sull’accentuarsi di questa crisi. Da un lato, se le prerogative per ottenere credito sono cambiate, dall’altro non è cambiato il modo in cui l’imprenditore si presenta in banca.

Fino al 2007 chi redigeva i bilanci dei piccoli imprenditori lo faceva con un unico obiettivo: presentare dei risultati che consentissero, nel rispetto della normativa fiscale, di non aver problemi in sede di accertamento. Il consulente fiscale, sempre nel rispetto delle normative di riferimento aveva un modo diverso di presentare la stessa impresa al soggetto fisco e al soggetto banca.

Nel momento in cui in banca i margini di autonomia vengono meno allora occorrerebbe presentare dei numeri diversi anche al fisco, cercando di descrivere una realtà realmente reale, specialmente se l’impresa funziona bene. Questo tipo di adeguamento però non so’ se si sia verificato.

Un altro fattore che ha contribuito a mettere in ginocchio molte imprese è costituito dalla stretta creditizia da parte delle banche nel momento in cui l’impresa vantava un credito nei confronti della pubblica amministrazione. Questo aspetto che di per se non riguarda tutti gli imprenditori ha però contribuito a generare scarsità di liquidità nel sistema coinvolgendo, a catena, anche altri soggetti.

In un panorama di questo genere un ruolo di aiuto lo poteva avere l’intervento dei confidi. I confidi sono consorzi di garanzia tra imprenditori che si impegnano nei confronti della banca per conto degli associati.

Questi consorzi, inizialmente avevano un ruolo marginale e intervenivano solo nei limitati casi in cui la banca richiedeva il loro intervento e in caso di difficoltà momentanea dell’imprenditore.

L’impresa garantita, da un lato pagava una commissione fideiussoria per ottenere la garanzia dal consorzio ma dall’altro otteneva, da parte della banca garantita, delle condizioni di favore in virtù di apposite convenzioni stipulate tra banca e consorzio.

Anche questo strumento è degenerato per  due motivi fondamentali: in primo luogo una volta l’intervento veniva chiesto laddove ve ne fosse effettiva necessità e non sempre e indistintamente come succede oggi; in secondo luogo le convenzioni tra consorzi e banche sono saltate per cui la banca se concede il credito lo fa  con l’intervento del consorzio ma non in base alle convenzioni inizialmente stipulate.

Questo processo ha portato quindi ad una restrizione del credito e ad un incremento del suo costo e si badi bene, non perché i tassi siano aumentati ma perché sono aumentati gli spread applicati dalle banche sia sulle operazioni a breve termine che quelle a lungo termine.

Da quanto esposto fino ad ora sembra che i maggiori responsabili  della crisi che ancora oggi attanaglia le piccole imprese siano le banche, la realtà però è molto più complessa: da un lato le banche hanno chiuso i rubinetti ma dall’altro consulenti e imprenditori non hanno saputo cogliere il cambiamento che stava avvenendo nel settore bancario, il risultato è stato un impoverimento generale aggravato dal fatto che molti imprenditori, senza l’appoggio bancario, non sono più riusciti a far fronte ai ritardi della PA nel pagare i propri debiti, dalla circostanza che le misure amministrative poste in essere (potenziamento del ruolo dei confidi, moratorie sul credito …) non sono state efficaci e le banche hanno continuato ad erogare poco utilizzando i fondi concessi per investire in titoli di stato e non in attività creditizia.

In questi anni molti operai che lavoravano come dipendenti hanno perso il l’impiego e dovendo comunque mantenere se stessi e le loro famiglie sono diventati piccoli imprenditori artigiani aprendo nuove partite IVA. Queste nuove posizioni sono state chiuse dopo poco tempo perché i soggetti in questione, pur avendo una preparazione tecnica ineccepibile, non avevano i requisiti dell’imprenditore che non è solo un tecnico ma un vero e proprio manager di se stesso, attento agli incassi, alle scadenze, alla produttività e ai conti in genere.

Forse bisognerebbe fare tutti un passo indietro e compiere scelte più ponderate.

Giuseppe Galletta
Libera Consulenza 

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