Crisi del lavoro. Quello che le statistiche non dicono…

La disoccupazione in Italia, ad agosto 2013, ha raggiunto il 12,2% della popolazione in età lavorativa, con un incremento dello 0,1 rispetto a luglio e addirittura dell’1,5% su base annua, e un picco del 40% tra i giovani con un’età compresa tra i 15 e i 24 anni. I numeri però non dicono che tra i 15 e i 24 anni i giovani vanno a scuola, all’università, effettuano lavoretti saltuari “a chiamata” o “diversamente contrattualizzati”, e a volte non fanno niente di tutto ciò, restando comodamente a carico passivo di genitori fin troppo premurosi. I numeri, poi, non tengono in considerazione la fascia tra i 24 e i 35 anni, età nella quale si esce dalle università, si finiscono i master, le specializzazioni, l’apprendistato, che probabilmente restituirebbe dati ancor più terrificanti.

I numeri che riguardano la disoccupazione sono strettamente legati a quelli della produzione industriale, in costante calo da smisurati trimestri e ben lontano da qualsivoglia livello di ripresa, e si intrecciano con i dati relativi ai cosiddetti ammortizzatori sociali.

Le ore di Cassa Integrazione, secondo fonti CGIL, anche nel 2013 dovrebbe sfondare il tetto del miliardo di ore, che significa una detrazione di reddito di 2600€ per ciascuno dei 530.000 lavoratori interessati da questi provvedimenti, ovvero più di due mensilità in meno all’anno, e un carico ulteriore di oneri per le già disastrate casse dello Stato.

Ci sono cose che però i numeri non dicono, che non rientrano nelle statistiche ufficiali, che si nascondono nella massa grigia di furbate e necessità di sopravvivenza di aziende e lavoratori e che emergono solamente indagando e chiedendo alle persone direttamente coinvolte. Ecco quindi che, a fronte di una solida maggioranza di richieste di aiuti di stato, si scopre esistere una Cassa Integrazione che serve a tutelare i margini di aziende tutt’altro che in crisi, ma semplicemente in affanno che, pur di non tagliare costi inutili o sacrificarsi, decidono di scaricare sulle spalle di contribuenti e lavoratori la diminuzione degli utili, salvo poi chiedere ai lavoratori stessi ore di lavoro ordinario e  straordinario pagato, ovviamente, fuori busta.

In pratica la solita soluzione all’italiana, che conviene a tutti, ma che poi si ripercuote sulle tasche di ciascuno di noi. In fin dei conti, basta far sparire qualche numero per fare in modo che gli altri numeri, quelli ufficiali e statisticati, non si accorgano di nulla e si possa procedere al più classico trucchetto che da sempre tiene in piedi la nostra economia.

L’arte di arrangiarsi è qualcosa che appartiene intimamente alla nostra nazione da sempre, se poi aggiungiamo un quadro fiscale e legislativo che strozza le imprese e si ripercuote di conseguenza sui lavoratori, approfittare, se così si può dire, di alcune agevolazioni più o meno giustificate, diviene una mera questione di sopravvivenza.

Noi non si vuole giustificare questi comportamenti, che alla lunga causano più danni che reali vantaggi, ma semplicemente portare all’attenzione di chi ci legge una questione di fondamentale importanza: l’attuale livello di tassazione ha superato abbondantemente qualsiasi livello di accettabilità e sta uccidendo lentamente tutti i settori delle PMI, fatte poche e dovute eccezioni. I margini, gli utili, di un’attività commerciale sono talmente risicati che per gli imprenditori non vale più la pena sacrificare decine di ore settimanali dedicate al lavoro.

Attualmente in Italia non stiamo attraversando alcuna crisi economica, non c’è una carenza o un aumento spropositato delle materie prime, non c’è una contrazione di mercato, non c’è una riduzione delle esportazioni che, anzi, sembrano in crescita netta e definita. In Italia è principalmente lo Stato che sta mettendo in ginocchio il mondo del lavoro, con aumenti di tassazione diretta e indiretta, di tributi, di accise, di balzelli che hanno oltrepassato ogni livello di sopportazione.

Non è una questione di ricette economiche, semplicemente quando c’è un cuneo fiscale sul lavoro dipendente del 53% e una tassazione superiore sul lavoro autonomo, vien da sé che di guadagno ne rimane ben poco, considerando che un’attività commerciale ha poi spese e costi aggiuntivi che riguardano l’approvvigionamento dei prodotti da lavorare e vendere che ammontano a circa il 30% del fatturato, a cui si aggiungono l’affitto/mutuo delle mura, eventuali lavoratori assunti, spese per commercialisti e assicurazioni, costi morti come il consumo di benzina e altre variabili dipendenti dai singoli casi e che, nei migliori casi, riducono la percentuale a meno del 10% di guadagno.

In pratica, se un imprenditore lavora 10 ore al giorno, il suo guadagno si riduce all’incasso dell’ultima ora, senza contare che poi l’imprenditore ha una casa e spesso una famiglia da mantenere. Il ricorso a strumenti legali, come gli ammortizzatori sociali, piuttosto che al cosiddetto “nero”, diventano necessità per giustificare la continuazione di un’attività. Come sia possibile che un sistema di questo genere possa andare avanti a lungo, è una domanda che poniamo a politici, opinionisti, professori universitari e moralisti da tivù della domenica pomeriggio. Perchè a margine di ogni considerazione etica che possiamo fare, nel bene e nel male, comunque la si pensi politicamente ed economicamente, ci sono dei numeri che parlano chiaro e ci dicono che andando avanti così, fra poco, la piccola e media impresa, con tutto il suo carico di ricchezza, produttività, specializzazione, indotto, posti di lavoro, andrà a morire soffocata da uno Stato ingordo, cieco e sordo che non riesce a far altro che tassare, tassare e ancora tassare senza avere il coraggio di procedere a riforme che portino il sistema Italia nel terzo millennio. Stiamo solo aspettando di uscirne in qualche modo, strategia tipica nostra, che comprende l’accettazione passiva delle cose e qualche furbata per tirare avanti, nel frattempo, in qualche modo.

Quanto potrà ancora durare tutto questo?

(Post Scriptum. Poche ore dopo aver terminato l’articolo, è comparsa in rete questa notizia: LEGGI QUI     che fa seguito a quest’altra di settembre: LEGGI QUI. Non è un caso, è la realtà quotidiana.

Alessandro Cappelletti

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