Ugo Ojetti. Ovvero
dubitare di se stessi come segno d’intelligenza….

Un giornalista socialista di nome Ugo Ojetti scrive un articolo sulla biennale del 1901. Non è un contributo qualsiasi, ma una vera rivelazione giornalistica che lascia un segno indelebile sulla critica d’arte italiana. Il giornalista rosso è famoso nell’ambiente della critica giornalista, tant’è che solo due anni prima ha vinto un premio per i suoi reportage sulla III Biennale.

Questo Ojetti, come la biografa del Duce Margherita Sarfatti, ritiene che il Partito socialista debba “agitare” l’arte come strumento per risvegliare la coscienza dei lavoratori. Ecco quindi che al Congresso del Partito nel 1902 la coppia Cesare Sarfatti (marito di Margherita) e Ugo Ojetti perora la causa del “proletariato artistico” sfruttato[1].

Ma chi è Ugo Ojetti?

Scrittore, critico letterario, giornalista italiano, Ojetti nasce a Roma nel 1871.

E’ figlio del noto architetto e restauratore Raffaello Ojetti (1845-1924), figura di spicco della Roma culturale a cavallo dei secoli, ideatore e direttore di riviste, di mostre, fondatore dell’Associazione degli Amatori e Cultori di Architettura, oltre che maestro di Armando Brasini, Duilio Cambellotti e di molti altri famosi architetti[2]. Dal padre Ugo eredita la passione per le arti figurative e la questione estetica.

Figura di cultura vastissima, Ugo Ojetti collabora a diversi giornali, come l’”Illustrazione italiana” (con lo pseudonimo di “Conte Ottavio”), la “Tribuna” e il “Corriere della Sera”, foglio del quale cura la rubrica artistica e sarà direttore fra il 1926 ed il 1927. Nel 1898 diventa socio del Gabinetto Viesseux.

Organizza prestigiose mostre d’arte e crea apprezzate riviste come “Le più belle pagine degli scrittori italiani” per l’editrice Treves (’33) e progetta la celebre collana de “I Classici italiani” per la Rizzoli (’34).

Da giovanissimo sposa le idee socialiste e condivide ragionamenti politici con Pascoli, che gli scrive: “Veramente la parola socialismo, come la parola anarchia, ha preso dei significati così vari, a volte pusilli, a volte larghissimi: e non c’è da fidarsi. Ma nel senso, diremo così, etimologico, io sono socialista, e in quello che scrivo, applico il pensier mio”[3].

Nel 1894, assieme ai suoi primi articoli sulle riviste romane “Tribuna” e “Nuova Rassegna”, esce il suo importante lavoro di narrativa Senza Dio. L’anno successivo scrive con uno stile a metà strada tra la critica ed il reportage, Alla scoperta dei letterati. Opera degna di menzione, al tempo fa parecchio discutere, soprattutto perché svolge un’acutissima analisi sulla letteratura corrente (caso straordinario per un ventiquattrenne), prodotto da interviste a prestigiosi letterati quali Fogazzaro, Carducci e Gabriele D’Annunzio. Altre opere narrative sono Mimì e la gloria (1908) e Mio figlio ferroviere (1922).

Ojetti partecipa come volontario alla Grande Guerra col grado di tenente. Il governo gli affida l’incarico di vigilare per la salvaguardia degli oggetti d’arte e dei monumenti.

Durante l’affaire Matteotti si esprime in questi toni: “Proprio vi sono due morti, Matteotti e Mussolini. E l’Italia è divisa in due: quelli che piangono per la morte dell’uno; quelli che piangono per la morte dell’altro”[4].

Nel ’25 è tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti. Nel 1930 viene nominato Accademico d’Italia.

Studioso e vero cultore d’arte, Ugo Ojetti pubblica sul tema diverse e significative opere: Ritratti di artisti italiani (nei due volumi, del 1911 e del 1923), I nani tra le colonne (1920), Raffaello e altre leggi (1921), La pittura italiana del Seicento e del Settecento (1924), l’Atlante di storia dell’arte italiana (nei due volumi del 1925 e del 1934) e La pittura italiana dell’Ottocento (1929).

Nel 1920 fonda la rivista d’arte “Dedalo” (che terminerà le pubblicazioni nel 1933). Dirige la rivista letteraria “Pan” dal ‘33 al ‘35, erede della fiorentina “Pègaso”.

Fa parte sino al 1933 del consiglio d’amministrazione dell’Enciclopedia Italiana.

Ojetti deve la fama anche ai suoi aforismi e alle sue massime, in molta parte contenuti nei trecentocinquantadue paragrafi di Sessanta, scritto dall’autore per i suoi sessant’anni.

Nell’estate del ’37 Ugo fa visita a D’Annunzio al Vittoriale. Rimane colpito per gli stati in cui versa il Poeta, che il 12 marzo prossimo, data infausta della penetrazione germanica in Austria, avrebbe compiuto 64 anni. Ojetti rompe gli indugi e spiega le cose come stanno. D’Annunzio non è più il giovane (o giovanile) poeta “bello, snello, elegante, profumato, insolente”, ma è un vecchio “senza denti, con la lingua grossa tra le labbra rientrate… Su una palpebra un poco d’eczema. Tutto rughe, eppure sembra gonfio… Anche la stessa sua lindura, talvolta esagerata e abruzzese, più vistosa che elegante, adesso ha ceduto. Ha scarpe vecchie, mal allacciate, i pantaloni e la giacca, pesti.” Insomma, Ugo non ha peli sulla lingua e non esita a colpire un mito. Che poi è il suo mito[5].

Terminata la Seconda guerra mondiale, spira dopo pochi mesi di pace a Firenze, il 1º gennaio 1946[6].

Quante pillole di amara verità avremmo ancora gustato, se non se ne fosse andato a settantacinque anni, l’Ugo. Quanti attacchi al vetriolo, quante scosse polemiche, quanta saggezza critica, ci siamo persi. E, forse, anche il suo ritorno al socialismo dopo la parentesi fascista.

Ivan Buttignon

 



[1] U. Ojetti, Diritti e doveri del critico d’arte moderno, in “Nuova Antologia”, Serie IV, XCI, 16 dicembre 1901.

[2] S. Crifò, Raffaello Ojetti. Architetto nei primi cinquant’anni di Roma capitale, Mauro Pagliai, Firenze, 2005.

[3] Lettera di Giovanni Pascoli a Ugo Ojetti del settembre 1894, in http://www.miela.it/default.asp?pag=evento&id=683, consultato in data 05/10/2011.

[4] A. Spinosa, Alla corte del duce, Mondadori, Milano, 2001, p. 21.

[5] I. Montanelli, M. Cervi, Italia dell’Asse 1936 – 10 giugno 1940, Premessa di Sergio Romano, Rizzoli, Milano, 2011, pp. 127-128.

[6] In http://www.vieusseux.fi.it/biblio/fondi/ojetti.html.

 

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