Margherita Sarfatti e il Novecentismo
Tra fascismo e antifascismo…

Il Novecento sarfattiano

Alla fine del ’22, con Mussolini alla poltrona di presidente del Consiglio, Margherita Sarfatti inizia a tracciare il suo disegno culturale in senso modernista. E’ così che costituisce il Novecento Italiano con il beneplacito del suo Dux, e che va in direzione di una nuova arte nazionale, tutta tesa a reinventare la tradizione italiana. Tradizione che va dalla romanità all’arte medievale, fondendosi con i caratteri della modernità, e che diventa la trasposizione figurativa dell’ideologia fascista.

Ma facciamo un passo indietro. Alla fine del ’19 i futuristi sono artisticamente disorientati e lo saranno anche politicamente dopo la svolta a destra del maggio ’20 di Mussolini. Svolta che sconfessano almeno quanto la scarsa ricettività artistica del movimento fascista, al quale cercano di dare una dignità culturale. E’ proprio nel biennio ’19-’20 che la Sarfatti si persuade che pittori come Funi e Sironi siano i pionieri di una nuova arte. Un’arte che rifletta la tradizione culturale e il formidabile intuito storico squisitamente italiani. Margherita trova i due artisti degli antesignani della “modernità classica”, che certo non si abbassa a imitare sconsideratamente gli stili antichi.

Il fascino che la “modernità classica” esercita su Margherita è dopotutto coerente con i valori culturali e morali che accompagnano la “Vergine rossa” nel suo percorso formativo. Il timore di una rivoluzione bolscevica non fa altro che alimentare queste tendenze. I suoi mentori le hanno insegnato che l’arte rispecchia i valori della società in cui si esprime. Di conseguenza, una società dominata dall’ordine produce un’arte necessariamente ordinata. E che quest’arte, in tutta risposta, suscita il rispetto per l’ordine e la disciplina. E’ proprio per questo motivo che Margherita richiama il ritorno alle tradizioni stilistiche che avevano reso grande l’Italia[1].

La scintilla scocca una sera d’ottobre del 1922, poco prima della marcia su Roma, quando partecipa a un’assemblea milanese alla galleria Pesaro. Lì si riuniscono sette tra i suoi artisti rediletti, e cioè Anselmo Bucci, Leonardo Dudreville, Achille Funi, Gian Emilio Malerba, Piero Marussig, Ubaldo Oppi e  Mario Sironi[2]. Scopo dell’incontro è quello di formalizzare il gruppo artistico concepito e agognato da tempo proprio dall’ex “Vergine rossa”[3]. Di questo inedito movimento, Margherita diventa l’agente ufficiosa, deputata della gestione della pubblicità e delle recensioni. Durante un secondo incontro, tutto teso a dare un nome al gruppo, Anselmo Bucci suggerisce “I candelabri”, visto che gli artisti sono sette. Ma Margherita e Pesaro sono ebrei e considerano rischiosa la soluzione, possibile causa di commenti sfavorevoli da parte dell’opinione pubblica. Bucci allora lancia una seconda proposta: chiamare il movimento come il secolo in cui si scopre e opera: il Novecento. E Novecento sarà[4].

Sono gli anni, questi, in cui Margherita dirige “Gerarchia” e “Il Popolo d’Italia” e si occupa del servizio stampa estera del futuro Duce. Tutti compiti che svolge da Milano, vicino alla sua famiglia.

Durante i primi incontri organizzativi di Novecento la Sarfatti evita volutamente riferimenti espliciti alla politica e al fascismo, sebbene riferimenti del genere sarebbero piaciuti al fascistissimo Mario Sironi, illustratore ufficiale  del “Popolo d’Italia” e di “Gerarchia” e a Achille Funi, uno dei primissimi sostenitori dei Fasci di Combattimento. I due, assieme a Carrà, salutano euforicamente il nuovo incarico governativo di Mussolini. Lo considero l’uomo capace di riaffermare la supremazia dell’arte italiana sul resto del mondo[5].

Quando Novecento decide di tenere la prima mostra collettiva nel marzo del ’20, Margherita convince il Capo del Governo a inaugurare l’evento.

Mussolini tiene quindi un breve discorso, probabilmente scritto da Margherita. Così tuona: «Non si può govarnare ignorando l’arte e gli artisti. L’arte è una manifestazione essenziale dello spirito umano; comincia con la storia dell’umanità e seguirà l’umanità fino agli ultimi giorni. Ed in un paese come l’Italia sarebbe deficiente un governo che si disinteressasse dell’arte e degli artisti. Dichiaro che è lungi da me l’idea di incoraggiare qualche cosa che possa assomigliare all’arte di stato. L’arte rientra nella sfera dell’individuo. Lo stato ha un solo dovere: quello di non sabotarla, di far condizioni umane agli artisti, di incoraggiarli dal punto di vista artistico e nazionale. Ci tengo a dichiarare che il governo che ho l’onore di presiedere è un amico sincero dell’arte e degli artisti»[6].

E’ probabile che Mussolini non amasse i nudi, i ritratti, i paesaggi, le nature morte e gli oggetti di vita quotidiana rappresentati dai novecentisti. E’ vero però che del movimento artistico apprezza il ritorno all’ordine, dopo i frastuoni futuristi e il nonsense del dadaismo[7].

Nel corso degli anni Venti Margherita denuncia i vari tentativi di dare un marchio fascista alla cultura popolare e alle arti. In un suo articolo celebrativo del primo anniversario della Marcia su Roma spiega lapidaria che il fascismo ispira il “cattivo gusto” e che le uniche opere valide sono il busto di Mussolini creato da Wildt e le vignette politiche di Sironi.

Mussolini, obtorto collo, sembra condividere. Ed è proprio per questo motivo che permette a Margherita di essergli maestra in questioni d’estetica. Non a caso nel ’24, alla conferenza nazionale delle organizzazioni artistiche, spiega che i concetti di “Italia” e di “arte” non possono essere disgiunti. Di più. Dice testualmente: “Per secoli l’arte fu la stessa Patria”[8].

Il Novecento conosce il suo primo grande successo pubblico nel 1924. Quando cioè riceve l’invito ufficiale a partecipare in qualità di gruppo alla Biennale di Venezia. Curiosità: è la prima volta che un gruppo organizzato espone alla Biennale[9].

Il 26 aprile, all’inaugurazione della Biennale, durante il benvenuto di Gentile (in quel frangente ministro della Pubblica istruzione) al Re, un accigliato e scuro in volto Marinetti si mette a urlare “Abbasso Venezia passatista!”[10].

E’ il suo modo per lamentare l’esclusione dei futuristi a quel consesso. D’altronde, molti novecentisti provengono dal suo movimento e ciò lo ferisce ancora di più. Ma quel che gli brucia maggiormente è il fatto che il futurismo non è assurto (né succederà in seguito) a arte ufficiale del fascismo. Anzi, sta diventando marginale a tutto vantaggio di Novecento[11].

Non fosse però che il movimento sarfattiano si disgrega. Nonostante gli autorevoli riconoscimenti che derivano dalla Biennale, Anselmo Bucci, Leonardo Dudreville, Gian Emilio Malerba e Lino Pesaro, probabilmente ostili alla Sarfatti, decidono di lasciare il gruppo. Restano gli affezionati a Margherita, vale a dire Sironi, Funi e Marussig. Ma la secessione porta comunque alla dissoluzione di Novecento[12].

 

Il salotto sarfattiano tra fascismo e antifascismo

Giunti i tempi della pace, Margherita si serve di due “leve” culturali per garantirsi un ruolo di protagonista nell’arte e nella politica italiane. Queste sono la sua rubrica personale nel “Popolo d’Italia” e il suo salotto. E’ qui che agli incontri del mercoledì sera suggella nuovi ospiti. Tra questi, Ada Negri e Alfredo Panzini sono due sue vecchie conoscenze. Le nuove acquisizioni sono invece Massimo Bontempelli, l’illustre professore Giuseppe Antonio Borghese e il direttore d’orchestra Arturo Toscanini[13].

A queste due leve si aggiunge presto la nuova rivista politica lanciata da Margherita e il futuro Duce. “Ardita”, questo il nome scelto dalla “Vergine rossa” in onore del figliolo Roberto ma anche degli ex arditi ora al fianco di Mussolini, esce nel marzo del ’19. Questo mensile letterario in buona parte erede di “Utopia” del ’13-’14, esce con un racconto di Massimo Bontempelli[14].

Nel ’29, il ventunenne Alberto Pincherle, che conosciamo meglio come Moravia, pubblica il suo primo romanzo: Gli indifferenti. L’opera è avanzatissima sul piano sociale. Ritrae infatti, in modo graffiante, borghesi alienati e moralmente corrotti. Giuseppe Borgese, positivamente colpito dalla novità, lo saluta sul “Corriere della Sera” come un’opera importante.

Quando è presentato a Margherita, lei lo accoglie sprezzante e inopportuna con questa battuta: «Lei è cugino di quel porco di Carlo Rosselli!». Sul grado di parentela, e solo su quello, non sbaglia. L’autore de Gli indifferenti è cugino dei due fratelli che saranno trucidati in Francia nel ’37 da agenti di Mussolini[15].

Nello stesso anno, il ’29, Margherita conosce il calabrese Corrado Alvaro. Lo scrittore combatte appena adolescente la Grande Guerra, per poi occuparsi di giornalismo nella Capitale. Nel ’25, durante la sua direzione del foglio liberale “Il Mondo” firma il Manifesto antifascista di Benedetto Croce. L’effetto immediato di questa scelta è la sua espulsione dal sindacato dei giornalisti fascisti. Margherita lo incontra a casa di comuni amici. Mentre Corrado è nell’atto di andarsene, la Sarfatti entra e chiede di lui. La padrona di casa lo indica e lei: “Avrei piacere di rivederla. Io ricevo tutti i venerdì”. Alvaro riflette allora sul fatto che è solo e braccato dagli sgherri del Duce. Inoltre, sa che sotto l’ombrello protettivo della ex “Vergine rossa” troverebbe un efficace riparo. Perciò, gioca volentieri quella carta, frequenta assiduamente il salotto di Margherita e diventa – così si dice – sua amante. Un anno dopo, ma forse è una semplice coincidenza, ottiene un riconoscimento letterario per il suo romanzo Gente d’Aspromonte al concorso letterario con un premio di 50.000 lire in memoria di Giovanni Agnelli istituito dal quotidiano torinese “La Stampa”. Alvaro sopporta l’insolenza e i capricci di Margherita finché non si accorge che esserle amico è rischioso[16].

C’è un aneddoto divertente che lo scrittore calabrese ha più volte ricordato e che la dice lunga sulle tensioni tra Margherita e la famiglia Mussolini. Una sera una signora invita inavvertitamente e con una certa dose di leggerezza allo stesso ricevimento la Sarfatti ed Edda Ciano. Entrata quest’ultima, tutti le si fanno intorno tranne Margherita, Alvaro e Bontempelli. Per lo stesso motivo, l’ex “Vergine rossa” sarà evitata tutta la sera come fosse un’appestata. Incontrandosi faccia a faccia all’uscita, Margherita con un sorriso esclama un “Buona sera, Contessa”, mentre l’altra, dopo un glaciale e lapidario “Buona sera”, chiede volutamente ad altra voce: “Chi è quella donna?”[17].

Questo e altri episodi suggeriranno ad Alvaro che la sua patrocinante non può garantirgli la protezione di un tempo. Così, silente, s’allontana[18].

Parecchi sono gli antifascisti che frequentano il salotto di Margherita. Dalla Francia particolarmente assidui sono l’ex primo ministro e ora ministro degli esteri Louis Barthou e gli scrittori André Malraux, Eugène Marsan, André Gide. Non mancano i fascisti statunitensi sui generis come il drammaturgo Sinclair Lewis (il suo ultimo grande lavoro, Qui non può accadere, It Can’t Happen Here, è un romanzo speculativo che narra dell’elezione di un fascista come presidente degli Stati Uniti) e il poeta Ezra Pound, che incontrerà Mussolini nel ’33[19].

L’estromissione dalle file fasciste della Sarfatti la porta ragionare sulla “ricerca della felicità”. Grazie all’aiuto di amici diplomatici di stanza a Roma, inizia a documentarsi e ad apprezzare sempre più il New Deal rooseveltiano, considerandolo la nuova frontiera politica e la panacea di tutte le crisi. Visita gli U.S.A. nel 1934, studia la realtà in loco e scrive L’America, ricerca della felicità (1937). Risulta chiaro, a una lettura del testo, come per Margherita l’America roosveltiana soppianti il Regime mussoliniano nelle sue sempre fervide speranze politiche[20], fino a richiedere, ma ormai siamo nel secondo dopoguerra, la tessera del Partito socialista…

Ivan Buttignon

 



[1] P.V. Cannistraro, B.R. Sullivan, Margherita Sarfatti. L’altra donna del Duce, Mondadori, Milano, 1993, pp. 292-294.

[2] U. Nebbia, La pittura del Novecento, Milano, 1946, pp. 184-186.

[3] M. Sarfatti, Storia della pittura moderna, Roma, 1930, pp. 123-125.

[4] P.V. Cannistraro, B.R. Sullivan, Margherita Sarfatti. L’altra donna del Duce, cit., p. 296.

[5] “Un omaggio a Mussolini di poeti, romanzieri e pittori”, 3 novembre 1922, in Camerasca e Gian Ferrari, Mario Sironi: Scritti, pp. 67-68.

[6] B. Riccio, La Sarfatti, Mussolini e il Novecento, in “La Repubblica – Mercurio”, 29 aprile 1989.

[7] M. Sarfatti, Teorie, in “Il Popolo d’Italia”, 8 settembre 1922.

[8] P.V. Cannistraro, B.R. Sullivan, Margherita Sarfatti. L’altra donna del Duce, cit., p. 311.

[9] Catalogo della XII esposizione internazionale d’arte della città di Venezia, Milano, 1922, p. 3.

[10] R. Bossaglia, Il “Novecento Italiano”, Milano, 1979, p. 72, pp. 86-87.

[11] C. Salaris, Storia del futurismo. Libri giornali manifesti, Editori Riuniti, Roma, 1985, pp. 127 e segg.

[12] R. Bossaglia, Il “Novecento Italiano”, Milano, 1979, p. 72.

[13] P.V. Cannistraro, B.R. Sullivan, Margherita Sarfatti. L’altra donna del Duce, cit., p. 211.

[14] Ibidem, p. 212.

[15] Ibidem, pp. 375-376.

[16] A. Spinosa, Alla corte del duce, Mondadori, Milano, 2001, p. 15.

[17] R. De Felice, Mussolini il duce, I: Gli anni del consenso 1929-1936, Einaudi, Torino, 1974, 519-533.

[18] P.V. Cannistraro, B.R. Sullivan, Margherita Sarfatti. L’altra donna del Duce, cit., pp. 377-379.

[19] Ibidem, pp. 379-381.

[20] S. Urso, Margherita Sarfatti, Dal mito del Dux al mito americano, Venezia, 2003, p. 213.

 

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