Il caso Kyenge e il diritto di cittadinanza in Italia: basta con le commedie!

[…] Calderol’, non ti crucciare:
Vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non insultare


Non me ne voglia male il Grande Fiorentino per aver storpiato parte del Canto III del suo Inferno ma tali parole, se ben si prestarono ad azzittire le rimostranze di Caronte allora ben si presteranno ad acquietare lo zoticume nazionale. Colà dove si puote ciò che si vuole si è deciso di istituire un apposito Ministero per l’Integrazione affidandolo all’oculista italo-congolese Cecile Kyenge. La cosa non è stata digerita dai razzistelli nostrani che, già infuriati per un negro nella nazionale di calcio, mai potrebbero tollerare una “faccetta nera” agli scranni governativi.  Da ciò la sequela di insulti, minacce e ingiurie seguite dalla speculare difesa oltranzista del buonismo multiculturalista.

Dal lato opposto è difficile non vedere l’operazione di smacchiamento effettuata per mezzo di un espediente oggi tanto in voga: il minoritywashing (termine che probabilmente ho coniato io in questo momento), ossia il tentativo di guadagnare consensi ed accettazione da parte di alcuni settori dell’opinione pubblica promuovendo una minoranza etnica, religiosa o sessuale (in Israele si parla di “pinkwashing” per descrivere il modo in cui le autorità ostentano la tolleranza verso gli omosessuali per coprire le politiche verso i palestinesi).

Partendo dal presupposto che un nero non è automaticamente campione d’integrazione, viene automatico chiedersi se lo sia un’oculista. Teoricamente no. Nella pratica tuttavia si è consolidata la consuetudine che vuole, al momento di formare un governo, che i ministri vengano selezionati in base ad accordi politici e non alle rispettive competenze. Perciò sostenendo l’inidoneità del medico-oculista Kyenge, il discorso dovrebbe coinvolgere le centinaia di ministri susseguitisi dall’Unità d’Italia ad oggi che spesso e volentieri poco e niente sapevano del proprio ruolo. A favore della Ministra va comunque ricordato il suo costante impegno per i diritti degli immigrati. Sicuramente non è una sprovveduta. Almeno finché non apre bocca. Le sue dichiarazioni pubbliche (“chi offende me offende l’umanità”, “no al burqa ma valga anche per le suore”, ecc. ecc.) hanno spesso denotato scarsa intelligenza divenendo benzina lanciata a quintali sul fuoco dell’opinione pubblica xenofoba.

Passiamo ai fatti. Il cavallo di battaglia del ministero Kyenge è da subito il diritto di cittadinanza per gli stranieri nati in Italia. La proposta portante del suo programma è l’introduzione del cosiddetto “ius soli”, ossia l’acquisizione della cittadinanza per il solo fatto di essere nati nel territorio nazionale, contrapposto allo “ius sanguinis” che presuppone come requisito per la suddetta acquisizione la nascita da genitori cittadini.

Parlare di ius sanguinis non ha molto senso, difatti il sangue con tale sistema c’entra poco e sarebbe forse meglio spogliare il termine dai richiami etnici per parlare di ius civitatis

Secondo questa nuova impostazione risulterebbero quindi tre sistemi:
– lo ius soli (territorio), per cui è cittadino chi nasce sul territorio dello Stato;
– lo ius civitatis (cittadinanza), per cui è cittadino chi nasce da altro cittadino;
– lo ius sanguinis (sangue), per cui è cittadino chi nasce da chi è cittadino da X generazioni (chi ha quindi comprovati requisiti di sangue);

In Italia la legge sulla cittadinanza è la 91/1992 e sancisce un sistema misto tra ius civitatis e ius soli. Difatti può acquisire la cittadinanza chi nasce da cittadino italiano o chi soggiorna sotto determinate condizioni nel territorio nazionale.

Lo straniero nato in Italia acquisisce automaticamente la cittadinanza se:

– è apolide
– i genitori sono ignoti e non si possa provare un diverso possesso di cittadinanza
– nasce da straniero che ha già acquisito la cittadinanza (scontato, ma giova ripeterlo)
– il genitore acquisisce la cittadinanza

Nel caso nasca da genitore straniero legalmente residente ma non cittadino, può acquisire la cittadinanza soltanto compiuto il 18esimo anno di età qualora abbia ininterrottamente soggiornato nel territorio italiano. Entro un anno da quella data deve dichiarare al Comune di residenza la volontà di eleggere (scegliere) la cittadinanza italiana. La Kyenge ha ulteriormente facilitato il procedimento: difatti davanti a situazioni di ignoranza di questo diritto che impedivano di fatto l’elezione di cittadinanza, con un decreto ministeriale ha stabilito l’obbligo per l’amministrazione di comunicare all’interessato la possibilità di esercitare il diritto al compimento del 18esimo anno di età con la proroga del termine annuale nel caso l’amministrazione sia inadempiente.

Risolto il problema delle lentezze burocratiche e della scarsa conoscenza dei diritti, rimane quello dei requisiti per l’acquisizione: il soggiorno ininterrotto e legale nel territorio italiano.  Può difatti capitare che i genitori del minore straniero nato in Italia perdano il permesso di soggiorno o decidano per qualsivoglia motivo di ritornare al proprio paese d’origine. Il bambino, o adolescente, perderebbe in tal modo il diritto di richiedere l’elezione di cittadinanza.

La soluzione inizialmente proposta dalla Ministra di uno ius soli puro è molto discutibile, tant’è che Lei stessa ha dovuto correggere il tiro e parlare di “ius soli temperato”. In un paese a forte immigrazione come l’Italia, introdurre il diritto automatico alla cittadinanza per i nati sul territorio equivarrebbe a creare un fenomeno di via-vai per partorire nel Paese un figlio cittadino con la conseguente possibilità per il genitore straniero di rimanere sul territorio per accudirlo. Soluzione, quella dello ius soli puro, che considera la cittadinanza come un diritto “vuoto” che si ottiene automaticamente senza nessuna integrazione col tessuto sociale e con i valori fondanti di una collettività. Lo Ius soli puro paradossalmente è contrario all’Integrazione. Difatti in tutto il mondo soltanto gli Stati del continente americano, per ragioni storiche, adottano tale sistema. Gli stati europei optano invece per soluzioni miste.

Per risolvere il caso italiano bisogna per prima cosa individuare il luogo dove avviene l’integrazione tra il minore straniero nato in Italia e l’ambiente in cui vive: sicuramente tale luogo è la scuola.

Nel caso i genitori decidano di cambiare residenza per tornare nel proprio paese, bisognerebbe fissare un periodo scolastico (es. le scuole elementari) dopo il quale il minore (che assieme ai genitori cambia residenza) mantiene per un determinato arco di tempo il diritto di chiedere l’elezione di cittadinanza compiuti i 18 anni (si applicherebbe per questo caso l’attuale disciplina con un’attenuazione del limite del soggiorno ininterrotto).  Nel caso, più tragico, in cui il genitore perda il diritto di soggiorno e diventi quindi “clandestino”, bisognerebbe prevedere uno specifico permesso di soggiorno ottenibile sotto la condizione che tutti i figli minori frequentino effettivamente un corso scolastico. In tal modo si eviterebbero bruschi traumi per la vita sociale del minore in una fase molto delicata come quella infantile e adolescenziale.

Fissate tali garanzie si potrebbe lasciare immutata la disciplina attuale (la cittadinanza si può richiedere a 18 anni) smussandone ulteriormente gli ostacoli burocratici (es. innalzando il termine per la presentazione della richiesta al Comune di residenza), oppure stabilire l’acquisizione automatica della cittadinanza alla fine della scuola secondaria di primo grado (la scuola media) con la possibilità di rinunciarvi una volta compiuti i 18 anni (il minore avrebbe quindi un lungo periodo di riflessione per meditare sulla sua avvenuta integrazione).  Ovviamente dovrà essere potenziato ad ogni livello scolastico (e non solo per gli stranieri ma per TUTTI gli studenti) lo studio del sistema costituzionale italiano (quella che viene chiamata “educazione civica” e che, per esperienza personale, posso dire che si fa molto poco) così da rendere la scuola effettiva propagatrice dei valori fondanti del nostro paese.

Detto questo torniamo alle proteste contro la Kyenge.
Principalmente vertono su due punti:

– lo ius soli, in quanto per i denigratori è italiano chi “ha sangue italiano”
– lo sviamento mediatico da problemi ben più seri

Se la contestazione dello ius soli parte da un punto di vista etnico-identitario estremistico (cittadinanza=sangue) allora la protesta andrebbe estesa anche verso l’attuale legge sulla cittadinanza, che consente a chiunque sotto certe condizioni di divenire cittadino italiano senza alcun requisito di “sangue” (come già detto contempla ius soli e ius civitatium ma non ius sanguinis). In tal caso si dovrebbe affermare che solo gli italiani che abbiano la cittadinanza da molte generazioni possano essere cittadini e la proposta dovrebbe essere di una legge sulla cittadinanza che dica semplicemente “è italiano chi nasce da genitori italiani da x generazioni. I non italiani non possono acquisire la cittadinanza”.

Sorgerebbe un problema: come regolare la condizione giuridica dello straniero qualora non si decida di espellerli tutti manu militari? Bisognerebbe creare uno status giuridico inferiore a quello di cittadino (che potrebbe essere chiamato “hospes” od “ospite”) che a differenza dell’attuale corrispondente (ossia lo status di immigrato) è immutabile e che comporta un godimento limitato dei diritti civili. Si formerebbero in tal modo corpi sociali di “hospites” che potrebbero reagire in due modi: o auto-isolarsi e costituire un gruppo di stranieri senza alcun legame con la patria a cui è comunque consentito espandersi socialmente (e in tal caso costituirebbero una potenziale minaccia all’ordine costituito che si dovrebbe ulteriormente martoriare con pesanti limitazioni alla vita privata ed economica); oppure si potrebbero integrare nel tessuto sociale con la conseguenza che prima o poi reclamerebbero lo status di cittadini con l’appoggio dell’opinione pubblica. Per tenere separate le due componenti (cives ed hospites) si dovrebbero difatti imporre divieti (matrimoniali, commerciali, ecc.) intollerabili, prima che per gli estranei, per i cittadini stessi.

E’ un sistema destinato ad implodere che storicamente non ha mai retto per lunghi periodi di tempo. Gli stessi nazisti non riuscirono a porre in essere un progetto simile e la società italiana dopo le leggi razziali era lungi dall’accettare simili separazioni. Oltretutto oggi è completamente contrario ad ogni principio di diritto internazionale nonché ad una mentalità ben radicata nella società occidentale per cui l’uomo va valutato in base a ciò che compra e ciò che vende e non in base alla religione che professa o alla razza a cui appartiene.

Tuttavia gli etno-identitaristi sono pochi e la contestazione è rivolta non contro il principio che chiunque può diventare italiano ma soltanto contro il modus con cui si può ottenere la cittadinanza. Sotto tale prospettiva l’oggetto della discussione si sposterebbe da un piano etnico (la cittadinanza deve corrispondere al sangue?) ad uno amministrativo (quali procedure e limiti vanno stabilito per l’acquisizione della cittadinanza da parte di uno straniero?).

Il dibattito sul tema è ampio ma scevro di fanatismi nazionalisti (o peggio ancora razziali). Si possono proporre criteri più espansivi, più restrittivi ma su una cosa si è d’accordo: la cittadinanza non ha niente di biologico.  La prima critica è quindi fallace: nel caso si proponga lo ius sanguinis puro, si è nell’utopia; nel caso si contesti un’applicazione troppo espansiva dello ius soli, ne è implicita l’accettazione e ci si apre ad una discussione in cui anche la Ministra ha abbandonato posizioni oltranziste.

La seconda critica è più fondata.  In effetti, seppur il problema sopra esposto è importante, il Paese ha purtroppo questioni ben più serie la cui mancata soluzione potrebbe portare a conseguenze catastrofiche per tutti, cittadini e non.  La questione della cittadinanza, sulla spinta di alcune figure istituzionali (la Kyenge ovviamente, ma anche la Boldrini) e della propensione alla distrazione di massa tipica dei media, ha preso una rilevanza mediatica poco giustificata.  Chi contesta questa situazione tuttavia non fa che rafforzare tale rilevanza fino a farla divenire quasi monopolio: lanciare banane e prodigarsi nella ricerca dell’insulto più pesante, di certo non sposta l’attenzione su argomenti più importanti (anche se dubito che chi contesti la Kyenge lo faccia per amore delle “cose più importanti”).

Per evitare episodi del genere consiglierei comunque alla Ministra di limitare le uscite pubbliche, onde evitare di sparare altre clamorose stronzate. Fatto questo, non vedo appigli per contestarla: fa il Ministro dell’Integrazione e il suo lavoro è proporre soluzioni sul tema, condivisibili o meno ma in ogni caso criticabili.

Ai denigratori che hanno a cuore le “cose più importanti” consiglio….di parlare di cose più importanti. Del resto secondo l’aforisma di Wilde “Parlatene male, purché se ne parli”, la migliore arma è in molti casi l’indifferenza. Solo in questo modo cesserebbe il clamore mediatico e finirebbe questa commediola da quattro soldi.  Sarebbe allora possibile affrontare il problema nel modo più veloce e soprattutto ragionato. Cosa, il ragionare, che distingue un orango da un essere umano.

Cristian De Marchis

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