The day after. La fine della destra…

Il botto deve essere stato senza dubbio grosso. Che ci fosse malcontento, passi. Che ci fosse disaffezione, passi pure. Che certo raffazzonato populismo la potesse fare da padrone, anche. Ma una sconfitta del genere, questo proprio no, il centrodestra delle veline, dei borghesi della porta accanto, del vecchio e sano anticomunismo di maniera, questo proprio nessuno se lo aspettava.

Le ultime vicende politiche nostrane, a partire dalle politiche, passando per la costituzione del governo Letta, ci hanno mostrato un dato chiaro ed incontrovertibile, costituito dalla progressiva chiarificazione e, se vogliamo, semplificazione del quadro politico nazionale. Il Sistema ha deciso di gettare la maschera e di mostrare, in tutta la sua pienezza, il proprio volto; la costituzione del governo PD-PDL ne è una chiara riprova e stavolta a perdere consensi sono state tutte quelle forze che del chiaro-scuro, dell’ambiguità costitutiva, del giocare a nascondersi dietro a logori feticci ideologici, avevano fatto la propria “way of line”, destra/moderata/estrema/pseudo-social/nostalgico/tradizional/patriottarda italiota, in primis.

A parte i risultati da prefisso telefonico dei soliti noti, su cui non vale neanche la pena soffermarsi, la vera novità è dunque costituita dalla scomparsa della destra post-missottarda, in tutte le sue varietà da giardino zoologico. La scomparsa di Fini, inizialmente applaudita quale catartico momento di liberazione, non ha portato bene ad una certa area, anzi, ne ha rappresentato il “de profundis”, il segnale dell’inizio di una inarrestabile e rapida scomparsa dal proscenio politico. A testimoniarcelo sono i volti scuri degli Alemanno, gli imbarazzati silenzi dell’italo-afratellato La Russa e dei suoi accoliti che, nonostante il tanto conclamato modesto exploit alle urne ed i manifesti con tanto di slogan da marines, hanno ben capito cosa sta accadendo.

Le urne hanno premiato il parlar chiaro, ma anche la stanchezza dell’elettorato per cincischiamenti e giravolte ideologiche. Da una parte Berlusconi, Letta, Bersani, Monti, Confindustria e Compagnia Bella, dall’altra tutti gli altri. Da una parte il liberismo, il turbo capitalismo, l’assoluto e paradigmatico asservimento ai poteri forti, l’obbedienza ai dettami geopolitici USA, dall’altra parte gli altri. Da una parte l’esaltazione del modello di sviluppo occidentale e della sua pretesa unicità ed inamovibilità, a tutti i costi, dall’altra parte gli altri. E per tutti coloro che nicchiano, cincischiano, strizzano gli occhietti, invece, non c’è più posto.

Fine dunque dei “vorrei ma non posso”, dei “tanto siamo tra di noi”, fine dei compromessi e delle transazioni ideologiche. Sbarellamenti, indecisioni e crisi mistiche, non sono più ammessi, ne sanno qualcosa Grillo ed il suo Cinque Stelle, Ingroia, Di Pietro e la sua armata Brancaleone di spioni e vetero-marxisti arrugginiti ma, ancor più, ne sanno i destro-positivi vari, destinati ad una irrimediabile estinzione. L’asservimento all’Hobbit di Arcore ed al suo modello Mediaset-centrico, i rinnegamenti, le capriole e le giravolte varie, non hanno giovato a costoro, anzi ne hanno irrimediabilmente segnato il declino. Certo, “loro” gli “eletti”, hanno potuto profittare, magnare, crapulare, assieme a tutti gli altri, ma lo hanno fatto con l’arroganza e l’inettitudine di chi, segnato da una fame atavica, non sa moderarsi né contenersi, di fronte alla possibilità di maneggiare disinvoltamente il denaro delle pubbliche amministrazioni.

E così il sogno missino di una destra confusionariamente “moderata” ed estremista al tempo stesso, quel progetto, nato nell’immediato dopoguerra, appoggiato dall’OSS di Angleton, da Togliatti e dalla DC, quel frigorifero di voti e consensi, quello strano ed inossidabile baraccone gestito da padri-padroni alla Michelini, Almirante e Fini, in grado di resistere alle rivolte di Genova ’60, alla magistratura togliattiana ed agli anni di piombo, la vecchia puttana madre che ha dato i natali a tanti di noi, è ora finita, superata e sostituita dal più dinamico e mediatico partito berlusconiano.

Ora che il quadro si è definitivamente chiarito, ora che in nome di una sorta di selezione naturale, sono stati eliminati ostacoli, incertezze, ambiguità, ora i fronti e le posizioni sono chiari come non mai. O “con” o “contro”, la Globalizzazione e la sua parodizzazione della civiltà occidentale, volta ad immiserire, sfruttare, affamare ed inquinare i popoli. Ora più che mai, dovere e compito primario di chi, come tanti di noi, si è scelto il ruolo di intellettuale militante, finalizzato al ruolo di educare e formare le masse, è quello di mettersi direttamente alla testa di tutte le realtà antagoniste e di tutti i sommovimenti della società al fine di farle confluire verso un primo grande obiettivo: la creazione di un grande fronte popolare di liberazione, aperto e trasversale, quanto compatto nell’obiettivo primario della lotta alla Globalizzazione ed il cui secondo passo sarà quello della richiesta di un governo di salvezza nazionale, al fine di uscire immediatamente dall’Euro, di sabotare il teatrino di Bruxelles, nazionalizzare le banche centrali e le industrie di rilevanza strategica, colpire duramente i monopoli (come quello indegno di Mediaset nel settore televisivo, sic!), operare in piena libertà politiche di bilancio, abrogare ed annullare i trattati WTO, Lisbona, Maastricht, etc.

A qualcuno queste potrebbero sembrare richieste folli, assurde, in assoluta controtendenza con i tempi che viviamo, invece non è così. Forse l’unico grande vantaggio della Globalizzazione, sta proprio in quella sorta di osmosi in cui le realtà nazionali del mondo intero di trovano avviluppate, per cui il minimo sommovimento di una di queste, è in grado di portare ad una reazione a catena dagli effetti imprevedibili. Se una nazione dall’economia sviluppata come l’Italia si mettesse di traverso, l’intero castello di carte globale ne risentirebbe pesantemente, rischiando un crollo o, quantomeno uno stop veramente senza precedenti.

Alla Rivoluzione prossima ventura, servono intellettuali, poeti, esteti, armati dalla voglia di agire come demiurghi su un mondo che oggi più che mai, ha bisogno di un’azione condivisa netta, risolutoria, decisa, al fine di edificare un nuovo Socialismo. Forse dovremmo ripartire dallo spirito dell’esperienza di Fiume, da quella voglia vitale di riappropriarsi del Presente e del Futuro, da quell’urlo che scosse la sonnacchiosa e biliosa Italietta dei Cagoia vari, da quello iato che unì Nietzsche, Dilthey e Sorel a Marx, Engels e Bakunin. Gioiamo dunque, per l’agonia delle varie destre “terminali” e “moderate”, perché ora davanti a noi sta solo la sfida con il nostro folle istinto all’autodistruzione, di cui la Tecnica rappresenta l’espressione più lampante.

Ma forse sarà proprio quella Tecnica, permeata da un irrefrenabile istinto vitale a salvare l’uomo, incentivandolo, sospingendolo verso quella trasmutazione, quel salto “oltre” la propria limitante dimensione umana, tanto agognato dai Nietzsche e dagli Heidegger vari. E proprio nel nome di questa sfida, protesa a spingersi sempre “oltre”, che ora possiamo e dobbiamo chiedere l’impossibile, dare corpo ai nostri sogni, perché: «Un Dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando pensa» (F. Holderlin).

Umberto Bianchi 

 

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