Gianfranco Fini e il mito della governabilità…

L‘articolo che segue è stato pubblicato oggi, 14 giugno, sul periodico Outlet, diretto da Massimo Ilardi.

La redazione

CHI DI GOVERNABILITÀ FERISCE
DI GOVERNABILITÀ PERISCE

miro renzaglia 

Secondo scuole classiche di pensiero politico, la governabilità è determinata dall’equilibrio fra domanda di nuovi diritti civili e capacità di risposta delle istituzioni alle richieste stesse. Al contrario, un eccesso di domanda e un’insufficiente capacità di soddisfazione delle istanze determinerebbe l’ingovernabilità. La storia dice che contro il mito della governabilità purchessia si sono sempre esposti i movimenti di grande riforma fino ai culmini rivoluzionari, mentre a suo favore si sono sempre schierati gli uomini d’ordine, i conservatori se non anche i reazionari di ogni risma e tipo.

Se questo è vero, la vicenda politica di Gianfranco Fini, tranne un breve periodo di cui si dirà, va iscritta a pieno titolo nel mito della governabilità a tutti i costi. Era il 1968 e – come diceva Guccini – «scoppiava finalmente la rivolta», ma il giovane Gianfranco, anziché appassionarsi agli ideali libertari e di trasformazione sociale che agitavano il mondo della sua generazione, si fece illuminare dalla visione del film Berretti Verdi, dove un indomito John Wayne glorificava la sacra missione degli americani contro quei sovversivi dei Vietcong. Tanto si entusiasmò della pellicola che, uscito dal cinema, andò dritto dritto e di corsa a iscriversi al Msi il quale, nei suoi vertici, non brillava certo per virtù ribellistiche: anzi. Da quel momento, il suo percorso fu coerente e lineare. Ricordiamo solo alcuni punti salienti: dalla campagna antidivorzista (1973) alla sua aperta ostilità per quella esperienza di Sessantotto nero che furono i “Campi Hobbyt” (tra il ‘77 e l’81); dalla richiesta di reintroduzione della pena di morte (1984, poi reiterata dalla sua segreteria nel 1992) alla legge Bossi-Fini che ha previsto la galera per gli immigrati clandestini (2002) alla legge Fini-Giovanardi che sanzionava, ancora con il carcere, l’uso personale di sostanze stupefacenti sopra un certo grado di tossicità (2005). Senza dimenticare che, nel frattempo, s’era già distinto nel portare, personalmente in luogo e in tempo reale, sostegno alle Forze dell’Ordine in quella spettacolare azione di macelleria di piazza andata in onda a Genova nel corso del G8 del 2001.

Fin qui, perifrasando un motto che deve essergli stato caro, il suo poteva ben essere (e in effetti era): tutto nella governabilità, tutto per la governabilità, nulla contro la governabilità. Poi, qualcosa in lui deve essersi rotto. Sciolta An, cofondato il Pdl (2008) e diventato Presidente della Camera (sempre 2008) cominciò a cavalcare tigri delle quali, fino allora, pretendeva essere domatore. Fu la stagione delle campagne per i diritti civili che lo avevano visto in passato costantemente agli antipodi. Da registrarsi, fra le altre: il favore per il testamento biologico e per la fecondazione assistita, la proposta di diritto di cittadinanza agli immigrati regolari, la denuncia e il rifiuto del provvedimento che avrebbe creato i “medici-spia” e i “presidi-spia” contro i clandestini, il richiamo alla laicità dello stato, il consenso al riconoscimento delle coppie di fatto, anche gay (lui che, in precedenza, si era addirittura dichiarato ostile al magistero degli insegnanti gay nelle scuole). Addirittura, rivalutò in senso positivo il ’68, che arrivò a definire: «Un’occasione mancata per la destra». Fino al famoso indice puntato e del «Che fai, mi cacci?» rivolto al Capo del Governo (e quindi della governabilità) Silvio Berlusconi, nel corso della fatidica Direzione nazionale del Pdl, il 22 aprile 2010.

Cacciato che fu, lui e una trentina di fuoriusciti fra deputati e senatori diedero vita a quel nuovo soggetto politico, Fli, che un sondaggio dell’epoca accreditava di uno share elettorale compreso fra il 9 e il 20 per cento. Una cavalcata che ebbe durata breve, anzi: brevissima. Si trattò, probabilmente, di un risveglio simile a quello capitato agli affetti da catatonia nel film di Penny Marshall, Risvegli appunto, che restituiti a vita vigile grazie a un farmaco, una volta assuefatti alla cura ricadevano nello stato letargico. Il risveglio di Fini dal mito della governabilità abortì, infatti, nel dicembre di quello stesso anno quando, al mancato voto di sfiducia della Camera al Governo Berlusconi, rifluì all’indietro dando vita ad un Terzo Polo con altri inossidabili dello stesso mito: i papalini Casini e Rutelli. Non solo, ma da quel momento le sue sortite riformiste di segno progressivo si ridussero praticamente a zero, ingabbiandosi sempre più nel ruolo istituzionale che ricopriva.

Qualcuno avanza il sospetto che il riposizionamento all’indietro sia stato determinato dal celebre scandaletto della “casa di Montecarlo”, un immobile lasciato in eredità alla vecchia An e finito in proprietà a prezzi stracciati – pare, si dice – a suo cognato. Il colpo basso montato dai giornali del suo ex alleato, per uno come lui che aveva fatto dell’integerrima trasparenza il vessillo del proprio mandato politico, deve essersi fatto sentire eccome. Poca roba, tuttavia, per giustificare l’auto eclisse che si impose. Un oscuramento che, inevitabilmente, allungò la sua ombra sul partito che aveva fatto nascere. Inutilmente sollecitato dai quadri e dalla base di Fli, a lasciare la poltrona di Presidente della Camera e animare con il suo carisma il movimento di una “destra nuova”, neghittò all’infinito adducendo un superiore senso di fedeltà alle istituzioni, rispetto agli impegni del neonato partito.  Lasciò così ad altri, di gran lunga inferiori se non per capacità sicuramente per visibilità mediatica, il poco onore e il molto onere di traghettare verso le allora imminenti elezioni quel soggetto che, negli auspici, avrebbe dovuto riassorbire la vecchia base di An e andare perfino oltre.

Ma qui i nodi sono venuti al pettine perché, finito Berlusconi, senza un’idea di alternativa alla sua politica è finito pure l’antiberlusconismo di tutti ma, soprattutto, il suo e di quanti gli facevano ala. Un antiberlusconismo che rifletteva le mascherate di Repubblica e de Il Fatto: fuori i bunga-bunga del neo Priapo e il mondo ci sorriderà. Un moralismo di bassa, bassissima lega che nella sostanza politica non voleva dire niente. Peggio ancora fece quando, caduto infine il suo antagonista designato, divenne alfiere per eccellenza del super Governo Monti, appiattendosi sotto l’alto commissario della Bce per l’Italia, fino a rimanerne schiacciato. Non uno dei provvedimenti urgenti adottati da quell’esecutivo, in cui paradossalmente i suoi si ritrovarono ancora una volta abbracciati agli odiati berluscones: dall’abrogazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, all’innalzamento probabilmente post-mortem dell’età pensionabile, dalla vicenda degli esodati, all’Imu; non uno di questi provvedimenti – si diceva – trovarono in lui motivo sufficiente per essere rigettati o almeno opinati.

Con tali presupposti, era fin troppo evidente che ancorato al peggior Presidente del Consiglio e al peggior Presidente della Repubblica (Napolitano) nella storia infausta di questo nostro strano Paese, gli esiti sarebbero stati quelli che sono stati. Era chiaro per tutti, ma non per lui che di tesi politiche, al di là delle strette contingenze immediate quasi sempre fortuitamente centrate, non è mai stato in grado di concepirne alcuna. Senza contare che dallo zelo tutto filogovernativo del suo epilogo politico riscosse solo lo scorno del rifiuto di Monti di assegnargli un seggio sicuro, così come invece ha ottenuto Casini, nella lista di Scelta Civica al Senato.

Verrebbe da dire, anche stavolta con una perifrasi: chi di governabilità ferisce, di governabilità perisce. Del resto, è risaputo che un eccesso d’istituzionalismo crea asfissia sociale e politica nelle masse ma pure nell’individuo. Chissà se, per consolarsi, non gli sia tornato in mente il detto di un celebre sconfitto del secolo scorso, un tempo a lui molto caro, quando, al culmine discendente della sua parabola politica sentenziò: «Governare gli italiani non è difficile, è inutile».

miro renzaglia

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