Piero Sansonetti. La sinistra è di destra…

Quello che segue è  il 7° capitolo del libro di Piero Sansonetti La sinistra è di destra, che sarà presentato a Roma, il 16 maggio prossimo presso il “L’Universale – Galleria delle Arti” Via Caracciolo 12, con inizio alle ore 20,00. Interverranno, oltre all’autore, Fabio Torriero e Miro Renzaglia.

La redazione 

QUALE FUTURO?
Piero Sansonetti 

La sinistra si trova in una selva oscura, senza bussola, e deve trovare la via d’uscita. Le abitudini che ha preso nell’ultimo ventennio la spingono a cercare un aiuto che venga da fuori. Il vecchio vizio: Stalin, l’armata rossa, la Resistenza, Moro, le brigate rosse, Craxi, Blair, i giudici e infine Monti. Se non supera questo riflesso condizionato, se non rinuncia al Deus ex macchina, è spacciata. Morirà.

È immaginabile un Occidente – o comunque un’Europa ‒ senza sinistra, interamente piegato sul liberismo, privo di conflitti consistenti, guidato da una oligarchia incontrastata? Diciamo che è difficile immaginare una simile “stasi” in una situazione di pieno funzionamento della democrazia. La democrazia è un meccanismo che rifiuta l’assenza di conflitti e che comunque produce idee e alternative. Sono cose che stanno nel suo Dna e sono ineliminabili.

L’impressione però è che l’Europa sia entrata in una fase della sua storia nella quale la democrazia è sospesa. Da una parte la velocità imprevista della globalizzazione, dall’altra la quasi scomparsa delle funzioni degli stati nazionali hanno provocato un divorzio talmente rapido tra sovranità popolare e potere di decisione da provocare un vero e proprio collasso della democrazia. È saltato il percorso tradizionale che conduceva dal meccanismo elettorale al potere di Stato, perché è saltato il potere di Stato ed è uscita di scena la politica (esautorata dalla globalizzazione e delegittimata dall’attacco concentrico delle borghesie e della macchina dell’informazione). Con la democrazia in mora, per la prima volta nella storia recente, la scomparsa della sinistra dalla scena è una eventualità tutt’altro che impossibile. La sinistra non sempre produce democrazia ma la sinistra non può vivere senza democrazia.

Perciò è inutile sperare ancora una volta in un aiuto esterno, e cioè nella certezza che siccome in politica non esiste il vuoto, comunque vada una sinistra esisterà sempre. Non è così: il rischio scomparsa è consistente. E la possibilità di evitarlo non è nelle mani del destino ma solo ed esclusivamente nelle mani della sinistra stessa.

Cosa si può fare? Innanzitutto bisogna cercare di individuare gli elementi essenziali che negli ultimi due decenni hanno “tarpato le ali”. Credo che uno di questi sia stato la divisione. E cioè l’accettazione, da parte di tutti i gruppi dirigenti della sinistra, dell’idea che è bene che le sinistre siano due. La sinistra radicale e la sinistra moderata. E che di volta in volta queste due sinistre possano allearsi o invece combattersi. Sulla base di che cosa? Di due visioni diverse del mondo, della società e dell’economia. L’idea che ha prevalso è che questa diversità era la ricchezza della sinistra. Perché le permetteva di tenere al suo interno, pur nella sua articolazione partitica, “pezzi” di società molto diversi.

La convinzione che l’Italia avesse bisogno di due sinistre, naturalmente, ha sempre avuto una motivazione, per così dire, “storica”. Visto che è dal 1956 che le sinistre in Italia sono due e molto importanti. La sinistra comunista, rappresentata per mezzo secolo dal più forte partito comunista di tutto il mondo libero; e la sinistra socialista, più vicina alla sinistra europea, molto attiva ma sempre con la “zavorra”, come si è visto, della sua scarsa forza elettorale. Lo schema delle due sinistre, che ha dominato l’ultimo ventennio, è in gran parte eredità della vecchia diarchia di comunisti e socialisti. Solo che la divisione ha perso la sua forza di origine. Nel senso che la ragione della divisione tra socialisti e comunisti era evidentissima, sin dall’atto di nascita di questa divisione, e si chiamava Urss, Mosca, comunismo reale, culto della libertà. I socialisti non accettavano la dipendenza del Pci da un mondo illiberale che aveva portato all’invasione dell’Ungheria. E infatti la rottura tra Pci e Psi nacque in quei giorni, mentre i carrarmati russi occupavano Budapest per stroncare una ribellione operaia liberale, arrestavano il presidente Imre Nagy, comunista dissidente, e lo impiccavano. La concezione totalitaria della politica che era molto forte nel Pci, specialmente negli anni Cinquanta e Sessanta, era un motivo assai robusto di divisione in due della sinistra. E a rappresentare le due sinistre c’erano due parole fortissime e piene di contenuti, e di storia, e di teorie politiche: riformista e rivoluzionario.

La divisione in due della sinistra, successiva alla caduta del muro di Berlino nell’1989, francamente, è stata assai più fragile. In gran parte era una contrapposizione di nomi, di parole, di bandiere, di gruppi dirigenti. Naturalmente questo non vuol dire che non ci fosse anche una sostanziosa differenza di linee politiche. Chiaro che c’era e che c’è ancora, e riguarda essenzialmente il giudizio che si dà sul liberismo. Ma una differenza di linee politiche si affronta con gli strumenti della politica, e non può essere messa sullo stesso piano della vecchia incompatibilità ideologica, insuperabile, che c’era tra Pci e Psi.

Dunque il primo problema da affrontare è questo: come riunificare la sinistra? E cioè: come ridarle una identità unitaria.  È chiaro che è una questione importantissima. La sinistra certo non può pensare di procedere con una identità fragilissima, costituita dall’antiberlusconismo nella maggior parte dei casi (duro a morire anche il governo Berlusconi non c’è più, e un suo ritorno appare estremamente improbabile), o dal vecchio operaismo, o addirittura da quel che resta di parole antiche come socialismo o comunismo. E tantomeno può recuperare “idealità” archeologiche e ormai fuori dal mondo come quella tanto amata dell’antifascismo. E quando cerca di superare questa assenza di identità, nascondendosi dietro termini del tutto privi di significato come “riformismo” o “ radicalismo”, non fa altro che peggiorare le cose, perché confonde le idee e al tempo stesso dichiara la sua incapacità a definirsi.

Una sinistra che non sappia ritrovare una propria identità unitaria non è in grado di svolgere una funzione autonoma nella società attuale – e nella fase attuale della globalizzazione – e tantomeno può misurarsi col problema, complicatissimo, di candidarsi al governo del Paese.

Non credo però che sia possibile mettere sul tavolo il tema della riunificazione della sinistra pensando che questa possa avvenire sul piano delle trattative, della ragionevolezza o delle tattiche. No. Non si ottiene niente se non si accetta di prendere di petto alcune grandi questioni – che esito a definire ideologiche: si dovrebbe trovare una parola più moderna, ma che gli assomigli – che sono state accantonate tanti anni fa ma che continuamente tornano a galla. O se preferite, se non si accetta di ammettere i grandi errori politici degli ultimi vent’anni.

Il primo errore è stato quello di non affrontare mai, senza tabù, la caduta del comunismo. Sia dalla sinistra moderata che da quella radicale, la caduta del comunismo è sempre stato considerato un po’ come un dato di cronaca, privo di eccessive implicazioni politiche o storiche o teoriche.

La sinistra radicale ha sempre dichiarato che la caduta del comunismo sovietico non era la caduta del “comunismo” cioè dell’idea di Marx, cioè dell’”orizzonte” (dell’orizzonte collettivista). E dunque, dal momento che la caduta del comunismo non cancellava la prospettiva comunista, per la sinistra italiana non cambiava niente.

La sinistra moderata ha avuto un riflesso quasi opposto. In sostanza ha sostenuto che dal momento che il comunismo italiano (quello di Togliatti e Berlinguer) non era mai stato vero comunismo, la caduta del comunismo non riguardava la sinistra italiana. Qualcuno ha ricordato lo “strappo” da Mosca di Berlinguer del 1981, qualcun altro – è molto celebre la dichiarazione in proposito di Walter Veltroni ‒ si è spinto fino a sostenere candidamente di non essere mai stato comunista.

Se ci pensate un attimo, vedete che questi due atteggiamenti sono quasi identici. Entrambi segno di infantilismo. Uno porta a considerare il comunismo immortale, l’altro a negarne l’esistenza, entrambi però hanno lo stesso punto di partenza e la stessa conseguenza: rimuovere il problema e considerare il fatto che per settant’anni una parte assai importante del mondo sia stata guidata dal comunismo ‒ e che questo ha condizionato lo sviluppo di tutto l’Occidente, ha influito sulla correzione del liberismo e del capitalismo, ha modificato la struttura del pensiero e della politica socialdemocratica – come un fatto del tutto irrilevante.

Nessuno, a sinistra, ha mai voluto fare i conti con i due avvenimenti più importanti di tutto il ventesimo secolo: la rivoluzione russa del 1917 e il crollo del muro del 1989. Siccome quei due avvenimenti hanno “riempito” la storia di tutta la sinistra moderna, è chiaro che questa rimozione è una follia, ed è chiaro che se non si mette da parte al più presto questa rimozione, si muore. Sarebbe come se il movimento cristiano volesse ignorare la nascita e la morte di Gesù Cristo.

È assolutamente impossibile parlare della storia della sinistra novecentesca, e quindi delle prospettive della sinistra del 2000, se non si tiene conto del fatto che ogni atto, ogni pensiero, ogni vittoria e ogni sconfitta della sinistra del novecento – in Italia, in Europa, in Asia e in America latina – hanno avuto una relazione strettissima con l’esperienza gigantesca – nel bene e soprattutto nel male – dell’Unione sovietica e del socialismo reale europeo. Come può una sinistra che per settant’anni ha fondato tutte le sue scelte politiche sull’ideologia comunista ‒ o sulle critiche che la socialdemocrazia avanzava all’ideologia comunista – come può immaginare che sia possibile ricostruire una politica di sinistra prescindendo dalla critica del passato? Non basta neanche dire: «il passato era tutto sbagliato». Perché se era tutto sbagliato non esiste il futuro ed è giusto che non esista. Il passato era pieno di errori, ma non era tutto sbagliato, e di conseguenza o riusciamo a distinguere tra errori e verità, tra abbagli e intuizioni del passato, oppure dobbiamo rinunciare all’idea di poter costruire una politica di sinistra “autonoma”.

E allora, diciamoci la verità: se vogliamo affrontare davvero il nodo del comunismo dobbiamo prima di tutto spazzare via una ipocrisia enorme: quella che tra marxismo e socialismo reale sovietico non ci fosse nessuna relazione di “necessità”. Nel senso che il marxismo non fosse destinato a produrre quel tipo di società, e nel senso che la società comunista sovietica sia stata una specie di tradimento delle idee, delle aspirazioni e delle indicazioni del marxismo. In genere si dice così: nella sua struttura il marxismo non era totalitario,  il totalitarismo è stato un accidente non previsto e che ha rovinato tutto. La colpa è di Stalin. La colpa è dell’accerchiamento imperialista che  ha costretto la Russia a sospendere la democrazia. Oppure (i più coraggiosi) la colpa è di Lenin.

È chiaro che non è vero. Cioè, è chiaro che nella natura e nella struttura del marxismo era insito lo sbocco autoritario. E se non si capisce questo errore genetico del marxismo è impossibile ripensare la sinistra, perché si rischia di renderla meno robusta della vecchia sinistra ma che ripercorre gli stessi errori. Dove era il difetto di origine? Io penso che l’autoritarismo e l’illiberalità siano iscritti nell’economicismo. Cioè che il difetto del marxismo sia quello di porre  l’economia e il lavoro al centro di tutto. E di considerare l’unico conflitto possibile il conflitto di classe. Il far maturare tutte le dinamiche della politica dalla contraddizione tra Capitale e Lavoro (che è considerata la contraddizione principale, cioè la madre e l’essenza di ogni conflitto). Dentro questa idea c’è il germe dell’illiberalità, perché nell’idea stessa di lavoro e nella centralità del lavoro nella vita umana c’è necessariamente un elemento di autoritarismo. L’autoritarismo “economico” del capitalismo viene sostituito da un “autoritarismo” politico, o di programmazione, o di organizzazione sociale eccetera eccetera. La semplificazione della vita umana, e della storia umana, a contrasto tra capitale e lavoro, proprio perché è una semplificazione grandissima, e sbagliata, porta con se la necessità dell’illiberalità, della cancellazione delle differenze, delle sfumature e alla fine dei diritti. I diritti diventano essenzialmente diritti economici e essi stessi diventano diritti derivati dal lavoro. Scompare la contraddizione tra femmine e maschi – cioè la più antica e la più nitida e incomponibile della storia – scompare la contraddizione tra dirigenti e diretti, tra giovani e vecchi, tra insegnati e studenti,  tra religioni, tra culture, tra popoli, tra natura e produzione, tra consumo e produzione, tra Nord e Sud eccetera. Qualcuno obietta: non è vero che il marxismo cancella queste contraddizioni, semplicemente le ordina, considerandole tutte subalterne alla contraddizione principale, cioè quella tra capitale e lavoro. Già, è proprio questa pretesa di gerarchia immodificabile, questo rifiuto della complessità e della orizzontalità, che inevitabilmente produce autoritarismo. Qualunque grande idea basata sulla gerarchia e sulla subordinazione è realizzabile solo con mezzi autoritari. La contraddizione “totale” può essere affrontata solo col totalitarismo. E la lotta di classe, vista come madre di tutti i conflitti e dunque come motore unico della politica, è a sua volta la madre non solo di soluzioni illiberali ma è madre della violenza. Pensare che si possa cercare una via non violenta alla trasformazione (alla rivoluzione) senza rinunciare alla vecchia idea marxista della lotta di classe, è infondato. La lotta di classe è una idea che parte dalla constatazione del dominio di una classe su un’altra (della borghesia sul proletariato) e propone non l’abolizione del dominio, ma il suo rovesciamento, e dunque la perpetuazione del dominio. La nonviolenza, come idea a e pratica politica, esiste solo in quanto negazione del dominio. Non solo critica ma demolizione del dominio e in ultima analisi del potere. Come si può fare nonviolenza ammettendo il dominio?

Questi, naturalmente, sono solo rapidi appunti che riguardano il problema della critica al comunismo. Del tutto insufficienti. Servono solo a dire questo: se la sinistra non saprà affrontare la critica del comunismo non potrà mai rifondarsi. E dunque non sarà in grado di recuperare gli elementi forti, e ancora validi del marxismo. E cioè la critica del capitalismo e l’egualitarismo.

E invece sta succedendo esattamente il contrario. Perché se da un lato abbiamo una sinistra radicale che si rifiuta di mettere in discussione il comunismo, dall’altra c’è una sinistra riformista che del comunismo mette in discussione proprio gli aspetti più moderni. E cioè la critica al capitalismo e al liberismo. E così crea un paradosso nel paradosso.

Il paradosso sta nel fatto che a vent’anni dalla fine del comunismo, la crisi economica (e cioè la storia) si incaricano di dimostrare che molte delle critiche di Marx al liberismo erano giuste e si stanno verificando esatte. E che il dilagare del   liberismo – senza più i limiti imposti nel novecento dalla concorrenza del socialismo – rischiano di portare il capitalismo verso l’implosione. Il paradosso nel paradosso sta nel fatto che la sinistra butta a mare proprio questo aspetto del marxismo, e cioè la sua parte valida, profetica, anticipatrice, mentre non riesce a fare i conti – né sembra interessata a farli – con gli errori dell’autoritarismo.

Però moltissimi dicono che la sinistra italiana avrebbe bisogno di un nuovo Blair. Cioè di un uomo nuovo che si presenti ai soloni, gli dica che sono vecchi e rincoglioniti, li mandi tutti a casa, e mandi a casa con loro le loro vecchie idee, e si proponga come nuovo capo, come Mosè, e in questo modo guidi la sinistra al governo del Paese e  della modernità. Chi è Blair? È la sinistra moderna. Chi è Blair? È l’uomo che ha spazzato via il vecchio? Chi è Blair? È l’uomo che ha riportato i laburisti al governo dopo anni. Chi è Blair? È l’uomo che ha fatto le riforme, che ha rotto i tabù, che ha introdotto i criteri di merito, di efficienza, di profitto nel vecchio armamentario di idee bollite della sinistra inglese.

Perché noi non abbiamo diritto a un Blair? Addirittura c’è chi inizia a scorgere qualche candidato alla Blair. Il più gettonato è il sindaco di Firenze, Matteo Renzi. Ma davvero Blair ha tutti quei meriti? O invece il solo merito di Blair è stato quello di vincere, elemento sicuramente non indifferente in politica ma che non può essere considerato l’unico elemento valido.

Io credo che le cose stiano esattamente così. Blair ha portato il Labour a vincere le elezioni ed è stato il punto di rifermento di una sinistra europea che per alcuni anni ha governato quasi tutta l’Europa. Ma il bilancio della sua azione è così positivo? A me pare di no. Come ho già detto nel quinto capitolo, il blairismo, visto dal punto di vista dell’oggi, è quella corrente politica che ha garantito la sopravvivenza al thatcherismo, ha impresso una brusca svolta moderata alla sinistra europea, ha consentito al liberismo di esercitare senza più limiti e laccioli la sua influenza sugli assetti delle società europee e, alla fine, ha spianato la via prima al bushismo – e al ritorno delle destre al potere in tutt’Europa, regno Unito compreso – e poi all’esplodere della più grande crisi economica globale di tutti i tempi.

È inutile dire che la crisi economica che stiamo vivendo è solo finanziaria. Lo si è detto per qualche mese, anzi per un paio d’anni, ma ormai tutti ammettono che non è così. È entrato in crisi, dopo appena un ventennio, il modello del liberismo post-comunista. Che in modo assai veloce aveva concentrato le ricchezze nelle zone alte della società (cioè nelle mani dei più ricchi), aveva allargato le differenze sociali, aveva colpito al cuore la crescita del ceto medio e soprattutto del ceto medio-basso che nei decenni precedenti era stata una caratteristica dell’Occidente.

C’entra in tutto questo il blairismo, e cioè la scelta della sinistra moderata di allinearsi al modello liberista e di cercare all’interno di questo modello una sua nicchia dalla quale ritrovare la propria funzione ed esercitare il potere? Si c’entra. Il blairismo è stato la morte della sinistra moderata. E la sinistra moderata non potrà mai rimettersi in piedi se non critica il blairismo, così come la sinistra radicale ha bisogno di criticare il comunismo. La definizione di una nuova identità della sinistra non può che nascere dal convergere di queste due critiche.

Il problema è che le due critiche non si risolvano in rinuncia alla propria sovranità, all’indipendenza. La sinistra può tornare a respirare e a vivere solo se riesce a capire la sua necessità di indipendenza e ad affermare questa indipendenza. Indipendenza da che cosa? Dal capitalismo. Se la sinistra accetta di diventare una variabile dipendente del capitalismi si trasforma in una corrente della destra. La sinistra nasce in Europa come ipotesi alternativa al capitalismo. Le differenze tra Turati e Gramsci, negli anni Venti, non erano sull’anticapitalismo. Gramsci e Turati erano perfettamente d’accordo su questo punto, e cioè sulla necessità di abbattere il capitalismo. Il dissenso era sui “mezzi”. Gramsci voleva la rivoluzione, cioè voleva ripetere l’atto rivoluzionario compiuto dai bolscevichi. Turati voleva un programma di riforme.

Naturalmente oggi le cose sono cambiate parecchio, e l’idea di riproporre i programmi di Gramsci o di Turati è impossibile. Per una ragione abbastanza semplice: abbattere il capitalismo vuol dire proporre un sistema economico e politico diverso. Ma un progetto di sistema economico diverso dal capitalismo, al momento, non esiste. Nessuno è in grado di proporlo dal giorno in cui il comunismo è crollato. E allora? Allora possiamo chiederci: ma è impossibile tornare a progettare un sistema diverso dal capitalismo e rispetti la libertà e che sia compatibile con la globalizzazione? O almeno, è possibile una riforma radicale del capitalismo, che lo sottragga alla dittatura del mercato e riservi al mercato un ruolo importante ma non centrale nel governo degli Stati, dei rapporti sociali e tra le persone, della cultura e della vita di tutti i giorni?

Chiunque pensi che sia possibile capisce che una idea di questo genere può nascere solo se nello schieramento politico esiste almeno una forza politica che riesce a porsi in posizione indipendente rispetto al capitalismo. Cioè che non vuole vivere e pensare accettando l’ineluttabilità del capitalismo e dei vincoli di compatibilità economica che esso pone. Se nessuno riesce a rompere il recinto capitalista-liberista, nessuno può salvare la sinistra.

Dico di più: nessuno può salvare la politica, perché se la politica perde la sua indipendenza, la sua autonomia – come è successo in occasione della nascita plebiscitaria del governo Monti, avvenuta al di fuori della politica ‒ se succede questo la politica non esiste più: muore.

Non credo che il compito di assumere la guida di una forza politica indipendente possa spettare ai piccoli movimenti o ai micro partiti anticapitalisti e più o meno comunisti. Non solo perché non ne hanno le forze, ma perché sono intrisi di una cultura vecchia, morta e passatista, che non ha nessuna possibilità di vivere e prosperare. La guida spetta a una nuova sinistra di massa, riunificata, che sia convinta di questi due soli valori, necessari per partire: l’unità politica e l’autonomia politica.

Da dove si può ripartire? Credo che il punto essenziale sia la ricollocazione del lavoro. Per rendersi indipendenti dal capitalismo bisogna smontare alcuni suoi pilastri. Il pilastro fondamentale è questo: la  convinzione che il lavoro sia il centro di tutto: della produzione, dello sviluppo, dell’etica, dello stato di diritto, della redistribuzione della ricchezza, delle conquiste sociali. Di questa opinione sono sia i rappresentati del capitale sia tutto ciò che è rimasto del movimento operaio. La contrapposizione tra liberismo e sinistra avviene tutta all’interno di questo recinto. E consiste semplicemente nella lotta tra capitale e lavoro. Sempre impegnati a definire e poi a modificare i rapporti di forza tra loro.

I liberisti pensano che il lavoro sia  un “dovere” e che le condizioni del lavoro, la possibilità di ottenerlo e il costo del lavoro debbano  essere regolate dal mercato. E cioè pensano che il lavoro debba essere una variabile del capitale. Sottoposta al capitale. Diciamo che l’idea è questa: “io ti do lavoro, cioè ti concedo un privilegio, tu in cambio accetti le mie condizioni che dipendono dal mio profitto”. Se ci pensate un attimo, vedete bene che la realtà è rovesciata: non sono più io che lavoro per te, e quindi con la mia fatica, e concedendoti una parte consistente della mia vita, ti permetto di arricchirti: e quindi tu mi devi ricompensare; no: il lavoro da attivo diventa passivo. E infatti i liberisti dicono: “io creo ricchezza”, dunque io ho un merito verso la società, che deve aiutarmi e sostenermi in questa mia opera preziosa. Tu, che lavori per me, sei beneficato da me.

Già, ma nessuno osserva che in questo ragionamento manca un elemento decisivo: la proprietà. Io non creo ricchezza da distribuire: creo ricchezza che resta di mia proprietà.

La sinistra, però, forte della storia fantastica e gloriosa del movimento operaio, non ha mai rotto questo schema. Si è limitata a combatterci dentro. E ad affermare l’idea che il lavoro è il  luogo nel quale si svolge la battaglia tra lavoratori e padroni, e che le condizioni del lavoro sono di volta in volta determinate dai rapporti di forza. Non ha cambiato idea neanche quando la rivoluzione tecnologica, rendendo la produzione meno bisognosa di lavoro, ha anche rovesciato quei rapporti a favore dell’impresa. Determinando un fortissimo spostamento di ricchezze. Pensate che in Italia a metà anni Ottanta la ricchezza era divisa così: il 60 per cento finiva a lavoratori dipendenti e a pensionati, e il restante 40 per cento a profitti e rendite. Nel corso di vent’anni i lavoratori dipendenti (che non sono diminuiti di numero) hanno perso un terzo della propria ricchezza trasferendola a imprenditori e redditieri: oggi il 40 per cento della ricchezza va ai lavoratori e il 60 per cento a imprenditori e a chi dispone di rendite.

La sinistra però non si muove da quell’idea. E concentra tutta la sua politica sul lavoro e sul diritto al lavoro. Ritiene che anche le grandi conquiste sociali, e politiche, e di costume, passino comunque per il crocevia del lavoro. E così accettano che un indebolimento dei rapporti di forza sul lavoro comporti un arretramento generale del quadro politico a favore dei conservatori.

Se invece ci decidessimo a passare dalla vecchia idea del diritto al lavoro ‒ cavallo di battaglia del movimento operaio, ma anche del liberismo ‒ a quella del diritto al reddito, tutto il quadro politico italiano cambierebbe. Si farebbe compiere un salto inimmaginabile alla qualità della battaglia politica, perché la si ricostruirebbe attorno a una idea nuova di società.

 

Il diritto al reddito può diventare il luogo del matrimonio tra uguaglianza e libertà, tra emancipazione e “differenza”,  tra umanesimo e collettivismo, tra diritti ed economia. Svincolerebbe il lavoro e il capitale dalla reciproca dipendenza o dal dominio di uno sull’altro e permetterebbe all’economia e alla produzione di cercare una propria strada nuova, non più fondata sul primato del capitale ma sulla libera iniziativa, fortemente ancorata al mercato, ma senza la pretesa che il mercato diventi un dittatore che non è più “una parte” della società ma che ha il diritto di governare lui stesso la società.

Diritto al reddito vuol dire garantire, a tutti coloro che non hanno un lavoro, un reddito che gli permetta di vivere dignitosamente. Quali sono le obiezioni? Due. La prima è di compatibilità economica. La seconda, assai più complessa, riguarda la concorrenza, il merito, la qualità del lavoro.

La prima obiezione in realtà non è stata mai mossa da economisti che abbiano esaminato attentamente il problema. Chi invece lo ha esaminato, ha elaborato dettagliatissimi progetti di riforma fiscale e di riforma del Welfare (che prevede il riaccorpamento di gran parte delle spese per il Welfare in un unica voce, che è appunto quella del reddito minimo) dimostrando che il reddito minimo è possibilissimo.

La seconda obiezione può essere riassunta così: “se a un disoccupato tu offri un reddito senza lavorare, è chiaro che lui smetterà di cercare lavoro, e così non ci sarà più lavoro sufficiente a sostenere la nostra economia, oppure saliranno alle stelle stipendi e salari”.

L’ultima frase di questa obiezione è la più seria ma è anche quella che fornisce la risposta all’obiezione. Certo, i salari cresceranno. Perché, una volta assicurata una situazione di dignitosa esistenza a tutti i cittadini, il lavoro non sarà più una necessità disperata di sopravvivenza, e di conseguenza il suo valore salirà moltissimo sul mercato. Si creerà ‒ per la prima volta ‒ una condizione di parità tra offerta di lavoro e domanda di lavoro. Per essere più chiari: se io dispongo di un reddito minimo di seicento euro, difficilmente accetterò di lavorare per cinquecento. Ma questo non è un male. Il fatto che molte persone, specialmente al Sud, lavorino sette-otto ore al giorno per cinque o seicento euro al mese, è uno dei problemi più gravi sul piano sociale e della civiltà. Il reddito garantito difende la dignità di tutti, affronta seriamente la questione della disoccupazione e aumenta anche i diritti dei lavoratori.

Costerà troppo alle imprese? Innanzitutto sarà ragionevolissimo prevedere che alle imprese siano forniti aiuti dallo Stato, visto che quando esse assumono un lavoratore esonerano lo Stato dal dovere di pagargli il reddito minimo. E poi saranno costrette a far quello che hanno sempre proclamato di volere: far valere il merito, la qualità, la competitività, l’innovazione. I principi essenziali del liberismo – di un liberismo pulito, moderno ‒ non sono affatto in contrasto con il reddito minimo.

E sapete perché la sinistra – quella politica e anche quello sindacale, con la sola eccezione della Fiom – non ama il reddito minimo? Per due semplicissime ragioni: la prima è che la sinistra è pigra, e abbandonare il teorema del lavoro motore di ogni diritto le costa troppo caro, perché la costringe a ripensare tutta se stessa. La seconda è perché il reddito minimo è una idea da ricostruire, prevede pensiero, lotta, protagonismo. La sinistra attiva ormai è seppellita. Seppellita da questi sessant’anni di stalinismo e da alcuni decenni di giustizialismo. Di attesa del podestà straniero che le risolva tutti i problemi. Stalin, i giudici, il governo dei migliori…

Piero Sansonetti

 

 

 

 

 

 

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