26 Maggio. Io voto A.S. Roma…

L’articolo che segue è stato pubblicato oggi, 17 maggio, sul settimanale Altri.

La redazione 

MA QUALE VOTO, È IL GIORNO DEL DERBY
E NON C’È BALLOTTAGGIO
miro renzaglia 

Che vi piaccia o meno, il 26 maggio, a Roma, si giocherà una sfida decisiva per il destino dell’Urbe. Una partita per la vita o la morte di questa città. O, almeno, per quella parte della città che la vincerà (o la perderà). Stavolta, non ci saranno spareggi, niente rinvii a sfide successive, nessun ballottaggio. Tra una settimana, avremo il verdetto definitivo di chi è e chi non è Signore di questa Città. Stavolta, per davvero sarà o Roma o Morte. Come dite? Sto esagerando? Dite che in fondo si tratta solo di un normale e periodico turno amministrativo; che la dialettica democratica prevede l’alternanza di gestione del potere e che, quindi, nessun appuntamento con il voto ha quel che di ultimativo che io sto esaltando fino all’enfasi della tragedia?

Non ci siamo capiti: avreste ragione se mi riferissi a quel rito che si celebrerà nei seggi e nelle urne delle vicende politiche. Ma io penso a ben altro, di gran lunga più evocativo e magico. A quel che, cioè, si svolgerà nello stesso giorno nel cuore pulsante e vivo della Capitale: lo Stadio Olimpico. Penso – sappiatelo – alla finale di Coppa Italia contesa fra l’A.S. Roma e l’altra compagine, impropriamente ubicata sotto il medesimo Cupolone e di cui, accidenti, mi sfugge il nome. Per la prima volta, da quando il calcio è calcio, le due società si contenderanno in presa diretta un trofeo che è solo simbolo pallido di quello che veramente è in palio: l’annichilimento sine die dell’Avversario, lo stabilirsi del Primato alloro, la Fine di ogni diatriba campanilistica. Chi vince Vince, chi perde è Perso. Come Romolo e Remo… Come gli Orazi e i Curiazi… Da qui all’Eternità, o quasi.

Se siete sufficientemente mattinieri, vi sarà capitato di vedere, già alle prime luci dell’alba del 10 maggio, lunghe file umane civilmente in coda davanti agli sportelli. No, non erano zelanti cittadini all’erta per ritirare il certificato elettorale. Erano gli attratti dal sogno di assicurarsi il lasciapassare che garantisce l’accesso all’appuntamento con la Storia, alle porte del Paradiso o dell’Inferno (dipende dall’esito e dipende dalla schiera per la quale si tiene). Quegli appuntamenti, insomma, che non si possono perdere (in tutt’e due i sensi: di mancare e di uscirne sconfitti) e le cui gesta si tramanderanno a figli e nipoti con la fatidica premessa: “io c’ero”.

E ora non me la menate con la faccenda che si dà priorità a 22 ragazzotti che corrono in mutande dietro un pallone, invece di risaltare con civica coscienza l’altra disputa dove, se tutto va bene, tutto resta come prima. Chi lo sostiene, nulla sa e nulla vuole sapere di ciò che divinamente sovraintende le meccaniche di un gioco che solo apparentemente è un gioco. Voi ignorate la Poesia. Qui, cari signori, la vicenda calcistica è una metafora che allude alle eterne lotte fra Bene e Male, Giustizia e Torto, Verità e Bugia. Mentre lì, nella disputa elettorale cogente, vige solo la triste e cruda realtà dell’ordinaria amministrazione. Una realtà tanto avvilente che da tempo non si registrava una campagna abbonamenti (ops… scusate, volevo dire: elettorale) così povera di passioni e interesse.

Miro Renzaglia

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