Napolitano gioca a fare De Gaulle. Ma la fine del sistema è vicina…

Con un discorso che forse un giorno verrà definito storico Giorgio Napolitano ha inaugurato ieri il presidenzialismo di fatto, sulla cui soglia stazionava già da un pezzo. La combinazione tra la forza immensa consegnatagli dai partiti nella speranza di salvarsi dal gorgo che li ingoierà comunque, l’estrema debolezza degli stessi e il consenso popolare di cui, nel caos e nello smarrimento, ancora gode il Colle hanno  messo questo signore esattamente dove, nel 1958, la guerra d’Algeria aveva portato in Francia il generale Charles De Gaulle.

Napolitano ha schiaffeggiato i partiti con i toni che ogni cittadino italiano adopera quotidianamente quando ne parla. Subito dopo ne ha confermato l’insostituibilità democratica scagliando il suo anatema su chi vagheggia orizzonti di democrazia diretta che devono sembrargli più una bestemmia che un’ingenua fantasia.  Infine li ha sostituiti  spiegando loro cosa e con che tempi e con che nomi e con quali formule politiche devono fare se non vogliono essere sostituiti di corsa anche nell’immagine, oltre che nei fatti, e chiamati da lui a renderne conto “di fronte al Paese”.

Domani, proprio come fa il presidente di una Repubblica presidenziale o semipresidenziale, Napolitano ordinerà il suo presidente del consiglio, e sarà probabilmente Giuliano Amato. Poi chiederà alle camere di votargli la fiducia, con tutta la libertà consentita da un pistola puntata alla tempia.

È possibile che la trasformazione della repubblica parlamentare nata nel 1946 e morta nell’attimo stesso in cui i tramoni del Pd hanno affondato la candidatura Prodi, sia un bene o  il male minore. È  probabile che sia inevitabile, dal momento che da vent’anni tutto tira in quella direzione. Però stravolgere la sostanza della Costituzione in nome della Costituzione stessa, debellare i partiti esaltandone il ruolo fondante, minacciare l’appello al popolo denunciando i guasti insani degli appelli al popolo è un’operazione troppo ardita e intimamente contraddittoria per funzionare.

Napolitano non è De Gaulle. La sua manovra mostrerà la corda sin troppo presto. I parlamentari che si spellavano le mani mentre il neopresidente ne denunciava le immense responsabilità, in un’ennesima prova di abiezione, non erano stati folgorati sulla via di Damasco. Erano solo sollevati per la boccata d’ossigeno che li tiene ancora in vita artificiale. Oggi stesso, domani al più tardi, ricominceranno come prima.

Un popolo che invocava il cambiamento e non ha avuto neppure le brioches ha accettato la tregua perché vede ancora nel capo dello Stato l’estremo punto di riferimento. Ci metterà pochissimo a disilludersi e mutare il consenso in rabbia.

Un partito che è composto da due forze politiche tra loro incompatibili ma che pretende tuttavia di restare unito in nome del potere e a spese dei propri elettori non riuscirà a frenare la deflagrazione. L’operazione Napolitano, al contrario, la accelererà.

Andrea Colombo
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