Totti Day. 20 anni in giallorosso. E non finisce qui…

A Roma c’è un vescovo laico che da ventitré anni fa stropicciare gli occhi ai fedeli, una specie di divinità pagana, un piccolo genio dal talento rotondo, che incanta e trascina le folle pedestri e a cui è stato consacrato un culto da batticuore. Anche lui si chiama Francesco, anche lui appare di domenica, ma invece di benedire greggi smarriti e dispensare omelie, illumina un piccolo rettangolo di erbetta verde con la varietà del suo repertorio: lanci, tocchi, passaggi, tiri, cross, sponde, veli, finte, cucchiai, acrobazie, colpi di tacco e tanti, tantissimi gol: 225 per l’esattezza. Nella storia della Serie A meglio di lui ha fatto solo Silvio Piola (274 gol), ma stiamo parlando di una vicenda in bianco e nero, avvenuta tra tra gli anni 30 e 50, altri tempi, altra Italia, altro calcio.

Oggi, a quasi 37 primavere, l’astro di Francesco Totti continua a brillare luminoso sulla città eterna, senza macchie e cedimenti, alimentato dall’amore dei devoti e dall’invidia degli avversari che da sempre osservano attoniti la forza longeva del suo estro. Negli stadi d’Italia lo fischiano e lo insultano come nessun altro, ma lo fanno per non soccombere al suo fascino, come in una sorta di esorcismo calcistico. E, senza saperlo, lo stanno idolatrando anche loro. Quando poi la genialità appare come una luce improvvisa, capace di abbagliare anche chi ti è ostile, per pochi minuti crollano anche i muri e i freni inibitori della faziosità. È successo una volta a Genova dopo che Totti segnò un gol pazzesco, un sinistro di esterno al volo che si infilo nella rete seguendo una traiettoria impossibile, che deformò il pallone come in un fumetto manga. Prodezza salutata da tutto uno stadio che fino a qualche secondo prima intonava slogan contro di lui. Il tributo del nemico è la più deliziosa delle glorie.

Più che un papa Totti è un Cristo, un dio sceso in terra che parla la lingua dei vivi, lottando e governando assieme a loro, sacrificandosi per loro; quando negli anni la sua squadra è entrata in crisi, quando tutti sembravano aver perso il bandolo della matassa, a portare la croce c’è stato sempre lui e a lui tutti si aggrappano come fosse uno scoglio che affiora dal mare in tempesta: centravanti, fantasista, rifinitore, regista. Sdoppiandosi, triplicandosi in una danza ubiqua in cui ha ricoperto quasi tutti i ruoli, diventando così il più moderno dei moderni fuoriclasse. Totti è infatti l’evoluzione del numero 10, maglia destinata ai fenomeni del pallone, Pelè, Maradona, Platini, Rivera, Baggio, figura in via d’estinzione in un calcio diventato tutto corsa e muscoli che consuma in fretta i suoi talenti. In lui invece convivono classe cristallina e prestanza atletica, fantasia e realismo, la delicatezza di un pallonetto e la brutalità di un tiro che buca le mani al portiere, l’innato senso del gol e la capacità di far segnare valanghe di reti ai compagni. Quest’ultima caratteristica, la sua visione periferica, la velocità di pensiero, i cosiddetti “occhi dietro la nuca” rappresentano la sua qualità più grande, ciò che lo rende unico al mondo. Grazie a questo eclettismo è durato più a lungo dei suoi illustri predecessori che alla sua età avevano lasciato già da tempo l’attività agonistica, e ancora oggi è il fulcro e l’anima del gruppo.

In campo e fuori Francesco non è un capopopolo, ma un leader silenzioso, dalla timidezza carismatica, un capitano minimalista a cui basta una smorfia per trasmettere carica e sicurezza ai compagni, capace di prendere in mano la squadra quando le cose vanno male e di prendersi tutte le colpe, anche quelle non sue. Negli anni è riuscito a liberarsi dall’abbraccio appiccicoso dei finti amici, da chi lo sfruttava per vivere di luce riflessa, dall’iconografia cialtrona del “pupone”, dalla prosopopea farlocca del “gladiatore”, restando semplicemente lui, Francesco Totti da Porta Metronia, una bandiera conficcata nella carne viva del tifo romanista e al contempo un ragazzo semplice e innamorato dei colori giallorossi come quando era un bambino. Uno che per amore di Roma e della Roma ha rinunciato alle offerte stratosferiche dei grandi club europei, convinto che la felicità sia nemica mortale della routine, che l’assuefazione alla vittoria di una carriera mercenaria non possa sostituire la gioia straordinaria che rappresenta il trionfo nella tua città, dove “uno scudetto ne vale venti vinti altrove”, dove la vittoria è un evento raro ma anche un’ebrezza da mille e una notte che ti accompagna per tutta la vita scolpendo quei momenti nella memoria.

Se avesse giocato anche nel Real Madrid e nel Milan avrebbe segnato ancora più reti, vinto più scudetti, coppe, palloni d’oro, guadagnato decine di milioni in più. Invece è restato nel suo borgo selvaggio, l’axis mundi da cui ha tracciato le linee del suo magico destino, entrando nel cuore di milioni di tifosi che per quel vescovo laico che si avvicina alla quarantina darebbero quasi la vita. Non si offenda Papa Bergoglio, ma nella città eterna il pontefice argentino sarà sempre Francesco secondo. Prima di lui ci sarà sempre quel ragazzo di Porta Metronia baciato dagli dei del pallone che la sua città non smetterà mai di amare.

Daniele Zaccaria
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