Riportiamo i ragazzi a casa. Le inutili guerre italiche…

Bring the boys back home
Pink Floyd

L’arte della guerra è di gran lunga il più famoso e studiato fra i trattati di soggetto militare prodotti nella Cina Antica. Di esso si sono avvalse generazioni di strateghi e militari per circa venitiquattro secoli e la sua grande influenza non è venuta scemando nemmeno in tempi a noi prossimi
Riccardo Fracasso 

Da quanti anni, ormai, i paesi Nato sono in guerra con mezzo mondo islamico? Ne abbiamo persa la percezione del tempo. Era l’11 settembre del 2001, l’attacco alle torri gemelle sconvolse il mondo, Bin Laden assurse al ruolo di nemico pubblico numero uno e, per non farsi mancare niente, si aggiunse alla black list dei nemici da eliminare il mai dimenticato Saddam Hussein. Da lì alla guerra in Irak e Afghanistan, il passo fu breve. Prima, fu la volta di una disastrosa missione in Somalia per combattere i  proto-terroristi islamici travestiti da signori della guerra, poi giunsero i bombardamenti alla Libia fino alla macellazione di Gheddafi, domani forse sarà la volta della Siria o dell’Iran. Ne L’Arte della Guerra il compilatore Sun Zu sostiene che le operazioni belliche per arrecare un vantaggio alla nazione attaccante, devono essere vincenti e veloci, poiché «se l’esercito è impegnato troppo a lungo, le risorse statali risultano insufficienti»  (L’arte della Guerra – Sun Zu, Newton Compton Edizioni, a cura di Riccardo Fracasso).

Andiamo oltre, al capitolo due: «Nelle operazioni di guerra, è meglio mantenere intatto uno stato piuttosto che portarlo alla rovina». Esattamente ciò che non è stato fatto dalla Nato nelle guerre che ha intrapreso. Cosa rimane di Iran, Afghanistan, Libia, Somalia? L’anarchia, la rivalità tribale e religiosa, l’insicurezza, la morte e la distruzione di intere città nel loro tessuto economico, sociale e politico. Non esistono più istituzioni credibili, non c’è rappresentanza all’estero, non esiste pace all’interno.

La guerra all’islam, tra cambiamenti di campo e nemici, dura ormai da oltre vent’anni. Con quali risultati? Nessuno, se non le morti di due dittatori e un capo jihaddista e decine di migliaia di civili e militari, l’esasperazione delle masse islamiche che si sono viste aggredite in casa propria da nazioni la cui cultura essi ripugnano. Con la scusa dello scontro di civilità, della sicurezza occidentale di fronte al pericolo terrorista, si sta combattendo una guerra inutile che logora gli eserciti, distrugge i popoli e prosciuga le ricchezze degli stati occidentali.

Non a caso, dal 2001 in poi, l’economia si è contratta e non accenna a riprendersi. Quanto ha influito la guerra all’islam in questa crisi? E’ un aspetto che nessun economista ha mai preso in considerazione ma che influisce certo sulla ripresa economica. Se negli anni 90 del novecento si raggiunse un picco assoluto di ricchezza, fu dovuto in parte alla bolla speculativa provocata dalle nuove tecnologie e in parte alla ricerca e sviluppo dell’industria bellica, probabilmente votata alla preparazione delle guerre degli anni successivi. Come dimostrò la Germania Nazista, l’industria bellica è ciò che muove realmente le economie nazionali, sia nelle scoperte tecnologiche, sia nella produzione industriale. Del resto Internet non è altro che un’applicazione militare riconvertita all’uso civile e pacifico. Ma la guerra, se condotta con metodi politici e senza una chiara strategia condivisa dal popolo, rischia di trasformarsi in un danno incalcolabile per chi la muove.

Figuriamoci poi se un obiettivo e una strategia non ci sono! Proviamo a domandarci, infatti, quali vantaggi abbiano portato alla nostra nazione le missioni compiute nel mondo, al fianco degli Alleati Nato. La risposta è: nessuno ma, anzi, ne abbiamo tratto solo perdite di vite umane, commerciali ed economiche. La guerra in Irak, per esempio, è costata alle casse dei contribuenti circa un miliardo e mezzo di euro (per la precisione: 1.534.604.000 di euro, operazione babilonia). Quest’anno, per le missioni militari all’estero, è già stato stanziato circa un miliardo di euro (vedere le fonti*). Ragionando poi in termini di real politik e senza fare gli schizzinosi politically correct, l’Italia era in ottimi rapporti economici con l’Irak di Saddam e principale partner commerciale della Libia di Gheddafi. In poche e semplici parole, grazie agli accordi stipulati con i Rais deposti, l’Italia comprava risorse energetiche alternative a quelle del solito circuito delle sette sorelle che, infatti, hanno sostituito le nostre aziende in tutto e per tutto. Siamo uno dei pochi Stati, forse l’unico al mondo in tutti i tempi, che intraprende guerre per smenarci.

Si obietterà che è nostro compito e dovere di alleati, affiancare le truppe Nato laddove vi sia una richiesta. Eppure la Germania non ha mai partecipato, o solo marginalmente, ad alcuna “esportazione di democrazia”. Si dirà, anche, che lo schierarsi al fianco degli Alleati ci abbia ridato una verginitià e una credibilità internazionale che prima era compromessa. Eppure, quando c’è stato da speculare sui nostri ricchi risparmi conservati nelle banche, i Governi alleati non hanno esitato a mettere in risalto la nostra inaffidabilità politica.

E allora perchè mandiamo ancora i nostri ragazzi in giro per il mondo a rischiare la vita per guerre che non ci interessano minimamente ma che anzi, ci danneggiano? Ecco un altro bell’argomento da sfoggiare nella prossima, ventura campagna elettorale: riportare a casa tutti i ragazzi, subito!

Alessandro Cappelletti

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Fonti citate (*)

  1. “L’Irak, dieci anni dopo: una beffa”.  Gian Micalessin, Il Giornale, Giovedì 14 marzo 2013.
  2. http://www.disinformazione.it/spese_missioni_militari.htm in questa pagina, in fondo, trovate la ricostruzione dettagliata degli stanziamenti effettuati per la guerra in Irak, estratti dal sito ufficiale del Ministero della Difesa.
  3. http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-01-02/costi-ridotti-forse-missioni-123456.shtml?uuid=AbhzXmGH: “Nel bilancio 2013 il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha previsto una spesa complessiva per le missioni all’estero pari a 1,004 miliardi di euro per l’intero anno ma è evidente che la copertura dei costi relativi agli ultimi tre mesi richiederà  fondi ben maggiori della settantina di milioni che rappresentano la differenza tra i due stanziamenti specie tenendo conto dei costi di rimpatrio dall’Afghanistan, missione che tra gennaio e settembre assorbirà  442 milioni contro i 750 spesi nel 2012 e gli 811 dell’anno precedente.” di Gianandrea Gaiani – Il Sole 24 Ore –
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