Riccardo Campa. Trattato di filosofia futurista…

Spenti ormai da tempo i riflettori sul centenario futurista, ridimensionati più recentemente vari tentativi più o meno goffi o genuini di diretto aggancio politico ad un’eredità marinettiana poco conosciuta ed ancora meno fatta davvero propria nei suoi reali contenuti e nel suo spirito prometeico, il momento è propizio per ripensare quest’ultima non nella chiave del folclore, della storicizzazione o della strumentalizzazione, ma dell’ispirazione profonda che questa tuttora può offrire come radicale alternativa al nuovo secolo, quello in cui la propaganda irenica ed autocelebratoria del sistema occidentale ed umanista si scontrano con la realtà di una decadenza brutale e dell’infinita moltiplicazione delle crisi. E’ con soddisfazione perciò che abbiamo oggi l’occasione di stringere finalmente tra le mani il Trattato di filosofia futurista (Avanguardia 21 Edizioni, 2012) di Riccardo Campa, un agile volumetto (malgrado il titolo forse ironicamente pomposo si tratta di un paio di centinaia di pagine) che c’è voluto un secolo e ancora qualche anno per  scrivere, malgrado i documenti, le informazioni e le chiavi per intenderli siano rimasti accessibili a chiunque per tutto questo periodo.

L’autore infatti è bensì un “filosofo” lui stesso, di notoria tendenza transumanista, ed in particolare di quel tipo di transumanismo che – come nel mio caso, in quello di Roberto Guerra o di Antonio Saccoccio – non fa mistero di ritenersi un’estensione diretta del futurismo storico. Ma, al contrario del quinto volume della collana Divenire. Rassegna di studi interdisciplinari sulla tecnica e il postumano parimenti curato da Campa per la Sestante, non è qui questione di esporre teorie, analisi critiche, aggiornamenti o declinazioni personali di una proposta futurista per l’avvenire. Si tratta invece di una ricostruzione agile, penetrante, ma di rigore perfettamente accademico, di ciò che il futurismo storico è effettivamente stato, e più precisamente non della sua cronaca o delle sue opere o dei suoi esponenti o della sua evoluzione nel tempo, ma della filosofia che ha, in gran parte implicitamente, espresso.

In gran parte implicitamente, certo, come non può che essere per un movimento che, oltre a nascere come intuizione poetica ed artistica, si ispira  dichiaratamente ad una visione del mondo anti-intellettualistica e “anti-filosofica”, nel senso che la parola “filosofia” è venuta gradualmente ad assumere nei duemila anni di ciò che Heidegger chiama la “metafisica europea”.

Ma proprio per questo il libro di Campa, come provocazione nella provocazione, sceglie di utilizzare gli strumenti, le categorie, i metodi consueti della disciplina accettando la sfida di classificare e ricostruire una dopo l’altra una compiuta dottrina futurista in campo ontologico, etico, estetico, politico, epistemologico, storico, antropologico, sociale, che viene a disegnare un sistema non meno articolato e coerente di quelli che i manuali di liceo ci propongono, spesso con più di una forzatura e molte semplificazioni, per le correnti e i capiscuola tradizionali della filosofia come campo di studio. E un sistema di sorprendente profondità, radicalità e attualità, capace di spezzare allora per l’oggi la cappa del luogo comune in cui si agita lo stanco dibattito su “questioni fondamentali” che paiono non saper ricevere più altre risposte che quelle del secolo precedente al futurismo stesso.

Così facendo, l’autore dimostra come non solo fare filosofia, ma anche fare storia della filosofia nel senso più stretto del termine possa costituire un gesto rivoluzionario, cambiando in particolare la nostra prospettiva sulle tendenze, sulle “anime” tuttora in lotta nelle nostre società, celebrando la capacità del futurismo di suggerire le linee di vetta di una possibile rigenerazione del tempo della storia, di una “singolarità” che restituisca un destino ed un senso alla nostra presenza sul pianeta e nel cosmo.

Una lettura perciò che richiama al confronto con la realtà, prima ancora che con Campa, non solo tutti coloro che negli ultimi quattro o cinque anni hanno rimasticato futurismo, mostre, atteggiamenti, rievocazioni, linguaggi, icone, slogan, ma anche tutti coloro che restano convinti che la nostra epoca richieda un ritorno – trasversale, spregiudicato, iconoclasta – al domani; e non la coazione a ripetere la noia mortale di uno ieri di cui sappiamo già l’epilogo.

Stefano Vaj

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