L’eredità di Chávez…

A detta di taluni, la morte del colonnello-presidente Chávez potrebbe riaprire la corsa alla conquista delle leve del potere in Venezuela, rispalancando le porte a coloro che nel corso dell’intero ciclo della presidenza Chavez , nonostante i ripetuti tentativi, ne erano rimasti fuori, schiacciati dalla carismatica personalità di quest’ultimo. A conforto di questa aspirazione, l’impressione che Maduro, il vice di Chavez, (ora delegato alla sua successione), non possedendo la stessa, carismatica personalità, non sia in grado di reggere il confronto con l’illustre predecessore e sia, perciò stesso, destinato a risultare perdente, lasciando finalmente spazio all’opposizione “democratica”. Il tutto, supportato dal tam tam mediatico internazionale, che vorrebbe ridurre l’esperienza della presidenza Chavez ad una particolare contingenza storica, unicamente frutto della forte personalità di quest’ultimo, e perciò stesso non ripetibile perché, tra l’altro, relegata a vecchi ed inattuali schemi ideologici di matrice marxista. Un dittatore, un “caudillo” sudamericano, dunque, la cui scomparsa dovrebbe riportare il Venezuela a quella tanto agognata e vilipesa democrazia. Ma, ad una analisi più attenta, le cose non stanno proprio così, anzi.

Cominciamo con il dire che, la presidenza Chavez rappresenta un vero e proprio momento di rottura con una lunga tradizione latino americana, che ha visto l’affermazione al potere di movimenti rivoluzionari, solamente a seguito di atti di forza, con il conseguente corollario di violenze. Chavez è stato regolarmente eletto, grazie ad una massiccia affluenza popolare ed ha esercitato il suo mandato senza ricorrere a quei brutali metodi dittatoriali e repressivi, tanto comuni nei paesi del Terzo Mondo, lasciando intatte le fondamentali libertà democratiche, come dimostrato dalla presenza di una opposizione la cui virulenza è determinata dalla coincidenza degli interessi delle locali oligarchie, con i centri di potere finanziario internazionali. Ben lungi dall’essere espressione di un soffocante ed inquadrato regime dittatoriale, il Venezuela è un paese che vede tuttora convivere le fondamentali libertà economiche e di intrapresa, con una diffusa miseria e con una endemica violenza (specialmente nelle grandi metropoli).

Una delle novità dello chavismo sta nell’essere invece andato a colpire là dove in America Latina (e non solo) risulta più difficile: ovverosia i privilegi dei più abbienti, senza però scadere nel clima di illegalità e prevaricazione, che ha invece caratterizzato altre consimili esperienze. In un contesto quale quello latino americano e terzo mondista, in cui la concentrazione della ricchezza di un paese è, per tradizione socio economica, prerogativa di poche ed adunche mani, Chavez ha iniziato un graduale, ma deciso processo di redistribuzione della ricchezza, sia attraverso statalizzazioni e nazionalizzazioni mirate (quali quelle realizzate nei riguardi delle imprese petrolifere, su cui avevano gettato ingorde occhiatacce le lobby USA, sic!) che attraverso un fitto programma di alfabetizzazioni attraverso le cosiddette “misiones”, che rendendo la Sanità un bene fruibile anche per i meno abbienti.

L’altra grande novità, sta nell’ impostazione politica che caratterizza, in modo del tutto peculiare, l’esperienza chavista, rispetto ad altre consimilari. Pur essendo sotto gli occhi di tutti il deciso sostegno cubano all’azione chavista, va sottolineata la radicale differenza tra i due regimi, per cui il primo è ancora legato ufficialmente all’ortodossia marxista leninista, mentre il secondo si rifà ad un modello di socialismo patriottico bolivariano, coniugato però in un’ottica post moderna, di per sé lontano dai vecchi e desueti schematismi ideologici che avvelenano tuttora il clima politico nostrano. Conseguentemente a questa impostazione, la politica estera chavista si è orientata in direzione di un nuovo assetto geopolitico e geoeconomico, tendente a realizzare un asse che, accomunando in varie tonalità e gradi le varie nazioni del cono sud dell’America Latina(da Correa a Morales, dalla Kirchner allo stesso Lula, sic!), si riallaccia alle istanze dell’Iran khomeinista, (oggidì sempre più vicino alla totale autonomia energetica, grazie al tanto osteggiato programma di sviluppo dell’energia nucleare), della Siria di Assad, della ahimè defunta Jamairyah Socialista Libica, sino ad intersecarsi alle istanze della Russia di Putin ed a quelle cinesi.

In questo tentativo di modifica degli assetti degli equilibri mondiali, Chavez rappresenta colui che ha dato il “la” in direzione di un mutamento, indirizzando il continente latino americano verso una forma di terzaforzismo politico, la cui origine risale alle istanze bolivariste, che stanno alla base di tutti quei sommovimenti nel continente latino-americano animate dall’indipendentismo e dall’antimperialismo. In quest’ottica, Chavez risulta esser stato il primo statista di grande respiro, in grado di ridare un senso ed una dignità al concetto di nazione, troppo spesso in America Latina vilipeso e svilito da anni di umiliante e prezzolato servaggio ad innominabili interessi stranieri.

L’esempio di Chavez, ha fatto un po’ da traino all’intero continente latino americano, slanciatosi in una quanto mai massiccia e rapida crescita economica, i cui contorni e le cui possibilità di tenuta, anche se dubbi, costituiscono, comunque sia, un inequivocabile segnale di cambiamento di rotta di fronte all’arroganza dei centri di potere economici e finanziari globali.

Come abbiamo detto, bolivarismo, elementi di socialismo marxista e populismo peronista, nell’esperienza chavista si fondono in una originale amalgama, che permette di condurre l’esperienza politica ben oltre le ristrette pastoie della narrazione ideologica novecentesca, nel mare magnum della Post Modernità, al di là della Destra e della Sinistra o del Fascismo e del Marxismo, categorie politiche queste, divenute insufficienti  per affrontare le sfide della Globalizzazione.

Va ribadito che quel nazionalismo bolivariano unito all’idea di un socialismo eterodosso, di cui abbiamo fin qui parlato, ha marcato di sé tutte quelle esperienze che, nel corso del secolo passato, hanno cercato di smarcarsi dai rigori e dai limiti categoriali, rappresentati dal binomio capitalismo-marxismo (ingessatosi sin dalla fine del 19° secolo in una serie di aporie che ne hanno resa necessaria una ampia rivisitazione, sia da parte dello stesso Engels che, successivamente, da parte di Lenin, di Sorel e di altri ancora, sic!).

Esperienze che portano nomi come Sandino, Peron, Banzer, Che Guevara, Nkrumah, Sankara, Jawarlahal Nehru, Nasser, Muammar Gheddafi, Saddam Hussein, Assad e tanti altri che ci ricordano che, anche di fronte alle condizioni più avverse, anche di fronte agli scenari più sfavorevoli, è la titanica volontà dell’uomo a farla da padrone. Quella volontà che fa dell’uomo l’espressione di un’idea incarnata ed al contempo, fa dell’idea, il frutto di quella stessa irrazionale volontà di potenza, di superamento dei limiti, della cui vita costituisce la sfida primaria. Chavez ci ha così depositato il lascito di una sfida che, nonostante i naturali alti e bassi delle umane vicende, è ben lungi dall’esaurirsi, anzi. In Europa come nel resto del mondo, i segnali di legittima insofferenza verso la dittatura dei poteri forti della finanza, ricoperta da una disgustosa patina di “politically correct”, vanno moltiplicandosi, ben oltre le vecchie e desuete categorie. Starà dunque ai più capaci sapersi appropriare ed interpretare tali istanze.

Umberto Bianchi

 

 

 

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