Ismail Kadaré. L’occhio del tiranno… Una metafora a 5 stelle…

Come una comune storia d’amore tra due giovani possa diventare il pretesto tragico per rappresentare il clima angosciante di un mondo che lo contiene e come possa innescare una lunga metafora sul potere della dittatura, sui suoi meccanismi e sulle ripercussioni fisiche e psicologiche di chi ne subisce la violenza, lo può ben indicare il romanzo breve L’occhio del tiranno, edito da Fandango, di Ismail Kadaré, famoso scrittore albanese esule a Parigi dal 1990 in fuga proprio da quell’Albania dominata per decenni da una delle più oscure dittature di stampo comunista.

Per ambientare la sua storia però l’autore fa un salto indietro nel tempo, all’epoca dell’Impero Ottomano, di cui l’Albania, guarda caso, fu una delle province satelliti. In questa provincia, che fino a quel momento aveva vissuto un tranquillo tran tran senza scossoni, regolata da leggi ferree, inflessibili ma in qualche maniera accettate, seppur coattamente, dalla popolazione, comincia a circolare una voce allarmata. Il Sultano sta per emanare un editto che, per mettere fine alle dicerie del popolino, colpirà tutti i portatori di malocchio. L’editto, con il nome di Orbodecreto, di lì a breve, viene emanato sul serio. A chi sarà ritenuto colpevole di praticare il malocchio saranno cavati gli occhi. La popolazione è invitata a denunciare i presunti colpevoli a una Commissione Centrale. Per tutti quelli che si autodenunceranno alla Commissione, il magnanimo Sultano ha previsto una pensione compensativa che gli permetterà di sopravvivere fino al giorno della loro morte. Della Commissione Centrale fa parte Xheladin, giovane rampollo di uno dei due clan più potenti della provincia ottomana, fidanzato con Maria, che dell’altro potente clan è la giovane figliola. L’Ordodecreto, fin dal giorno della sua emanazione, crea un mefitico clima nella provincia. Le curiosità, i dubbi e le domande si susseguono.

Ci si interroga se, per dar forma alle sentenze di colpevolezza, sarà meglio l’espianto dei bulbi oculari che deturpa il viso lasciando le orbite cave ed è doloroso, il bruciore di una lama incandescente che rende gli occhi opachi ma li preserva nel loro castone  o la vita da bendato, in una cella buia, che ha il difetto di essere tanto lungo da far impazzire il colpevole, molto prima della sua cecità. E poi come fare a riconoscere un portatore di malocchio? Quali sono i caratteri distintivi di un potenziale delinquente? Forse uno sguardo troppo insistito e acuto? L’aspetto dell’individuo? Il suo adocchiare di soppiatto? E l’onesto cittadino che sa di non essere un portatore di malocchio, quali precauzioni deve adottare per evitare che qualcuno possa additarlo come possibile colpevole? Un clima d’incertezza si spande su tutta la popolazione. Nessuno può dirsi escluso da tale pericolo, tranne i già ciechi che nulla hanno da temere dall’editto.

Sta di fatto che le prime lettere anonime accusatorie arrivano alla Commissione, i primi processi vengono intentati e la paura serpeggia sempre di più tra la gente. Xheladin e Maria osservano tutto questo con un occhio distaccato. Sono innamorati, si stanno per sposare, coronando il loro piccolo sogno con l’assenso dei due potenti clan che, così facendo, accresceranno ancora di più la loro potenza. E poi cosa può temere Xheladin che è membro della Commissione Centrale? Lui è un intoccabile.

Ma un tarlo lo rode quando cominciano a circolare delle voci sul Gran Visir, braccio destro del Sultano che, si dice, sia stato arrestato con l’accusa di malocchio. Allora se così fosse, come in realtà si scoprirà essere, proprio nessuno è al riparo da questo editto e la vita stessa di Xheladin potrebbe essere in pericolo. È dal cambio d’umore del fidanzato nei confronti di Maria, dalle sue iniziali reticenze, dalla sua amara confessione che si scoprirà che l’editto ha colpito anche lui. Di lì a breve il giovane sarà cieco e i due, infranto il loro sogno di felicità, si appresteranno a una vita spezzata. Nel buio incapacitante lui, nel dolore della condivisione lei.

Romanzo oscuro, angosciante, tenebroso. Kadaré parla dell’Impero Ottomano pensando all’Albania comunista e ai meccanismi d’oppressione di quei regimi. I nemici della rivoluzione, i controrivoluzionari, processati. Le delazioni, le confessioni estorte, le autoaccuse in cui il processato non solo dichiara la sua colpevolezza ma si convince di essere colpevole. Il clima di costante orrore per un’accusa che può capitare a tutti e che ti può travolgere, per l’antipatia nei tuoi confronti, per una lettera anonima inviata magari da un vicino bilioso. L’incertezza che nasce dall’impossibilità di riconoscere nei tratti fisici il colpevole di un reato tanto elusivo quanto onnipervasivo.

La denuncia dell’autore non si limita ai regimi comunisti. Tutte le dittature si muovono secondo questo schema preordinato e oliato che si basa sul terrore dell’incertezza, sull’incapacità di definizione, sulla sfiducia reciproca della gente, sull’uso indiscriminato del reato d’opinione come poderoso strumento di sottomissione.

In fondo ci si potrebbe chiedere: se il nemico non è più di classe ma di razza, come potremo distinguere l’Ebreo dall’Ariano? Basta un naso adunco e lo sguardo grifagno a definire il Semita? E l’eretico? E la strega? Come si riconosce l’untore manzoniano, spargitore del morbo pestilenziale? Quali segni distintivi sono tipici della “devianza” omosessuale? È sufficiente un paio di Ray-ban per descrivere un fascista? Una borsa di tolfa a tracolla fa di un adolescente, un rivoluzionario marxista?

Leggendo il romanzo in questi giorni targati Cinque Stelle, non si può non domandarsi come potrà questo nuovo lider maximo riconoscere “gli intrusi” del suo blog e distinguerli dai fedeli che si permettono una semplice critica. Non si sa. Ma l’editto contro i Troll è stato emanato, la pena è l’espulsione ma i segni di riconoscimento sono labili, tanto da credere che possa nascere un “Grillo ulteriore” (come già successe con Robespierre) pronto ad accusare lo stesso leader messianico di essere un Troll e defenestrarlo, compiendo quel percorso assai noto della rivoluzione che fagocita se stessa.

I processi sommari, la caccia agli untori, le confessioni e le autoaccuse le abbiamo già viste in occasione del “tradimento” al Senato di alcuni dei suoi. E così un sedicente “portavoce” rischia di trasformarsi in un Moloch assetato di sangue pronto ad azzannare tutti per estinguere la sua sete eterna e per sedare la sua stessa paura. Quella di essere lui stesso il “traditore”, e finire per autoaccusarsi del suo crimine: non essere stato il “Grillo dell’Ultimo Giorno” ma soltanto uno precedente, pronto per essere spazzato via dal successivo.

Mario Grossi


 

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