Alcatraz, 50 anni dopo. Tu chiamale, se vuoi: evasioni…

L’articolo che segue sarà pubblicato domani, 22 marzo, sul settimanale Altri.
La redazione 

ALCATRAZ, 50 ANNI DOPO
TU CHIAMALE SE VUOI: EVASIONI 
miro renzaglia 

Alcatraz, the rock or the bastion: la roccia o il bastione. Entrambi i soprannomi alternativi rimandano a qualcosa difficile da espugnare. Pur tuttavia, le rocce e i bastioni possono essere espugnati dall’esterno. Ma l’Alcatraz, quella chiusa giusto giusto 50 anni fa, essendo una prigione, non temeva affronti extra perimetrali. La leggenda della sua inespugnabilità era esattamente inversa: nessuno dei suoi “residenti” involontari sarebbe mai riuscito ad evaderne. E dire che una buona percentuale dei detenuti colà inviati erano esperti in fughe da altri penitenziari, quindi con una buona esperienza nel cercare la via della libertà anche in condizioni ritenute di massima sicurezza. E non erano le mura, le sbarre, la sorveglianza armata e strettissima della polizia penitenziaria a rendere l’Alcatraz a prova di fuga. Posta sull’Isola dei Gabbiani, a circa tre miglia dalla terra ferma nella Baia di San Francisco, a farne una “inespugnabile” fortezza erano le forze della natura: la corrente marina, la gelidezza dell’acqua, anche nei mesi estivi, e i venti forti e contrastanti rendevano l’attraversata del braccio di mare pressoché impossibile. Tant’è, si vuole che a nessuno l’impresa sia mai riuscita. Almeno ufficialmente. Gli irriducibili che la tentarono o furono riacciuffati in crisi ipotermiche, o uccisi dalle guardie o, molto verosimilmente, annegati.  Celebre, in tale ultima evenienza, la vicenda raccontata dal film Fuga da Alcatraz (1979, regia di Don Siegel) ove si narra della sfortunata impresa di Frank Lee Morris (interpretato da Clint Eastwood) e dei fratelli Clarence e John Anglin che, nonostante l’ingegno adoperato e la scientifica preparazione al piano di evasione, pare abbiano fallito (anche se la pellicola lascia il finale aperto).

Del resto, se è vero il detto del Sommo: «libertà va cercando, ch’è sì cara, /  come sa chi per lei vita rifiuta» (Purgatorio canto I vv. 71-72) a chi se non a coloro che sono costretti in una condizione di non libertà assoluta, ristretti per 23 ore al giorno in una cella di 2 metri x 3; a chi se non agli impediti a svolgere qualsiasi attività lavorativa interna all’istituto se non dopo aver superato l’esame di assoluta docilità alla disciplina carceraria; a chi se non a chi sono vietati persino i contatti più elementari con i propri cari; a chi se non a questi deturpati dalla civiltà della legge – si diceva – può sorgere un desiderio più urgente di mettere a rischio la propria vita per riacquistarne  l’esercizio, anche a costo della disindividuazione che la libertà clandestina, implicita allo stato di evaso, comporta? Penso a un Edmond Dantès, l’evaso dal Castello d’If (detto en passant, molto simile per descrizione all’Alcatraz) che fu costretto a obliarsi, una volta libero, nel Conte di Montecristo.

Ora, si potrà obiettare che da quando l’umanità è umanità convertita in società e poi in stato, non ha trovato altra difesa dal “delinquente” che restringerlo in condizioni di “non nuocere” al consesso dei giusti e dei probi.  Il che è incontestabile. Ma ormai, a menti avvedute, il sospetto che – parafrasando Karl Kraus, a proposito della psicanalisi – la terapia carceraria sia in realtà la malattia di cui pretende essere la cura, comincia a risultare con una certa inquietudine. In altre parole, siamo sicuri che non sia il carcere a sollecitare e risvegliare il delinquente che è in ognuno di noi?

Nel 1971, il professore Philip Zimbardo, della Standford University, realizzò un interessante esperimento. Selezionati 24 studenti della sua facoltà, scelti fra quelli che non evidenziavano devianze, li rinchiuse  nel seminterrato dell’istituto universitario, dividendoli nei due ruoli chiave del regime penitenziario: guardie e detenuti. Da sottolineare che la scelta dei ruoli fu assegnata per sorteggio. Ognuno dei due gruppi fu vestito secondo le convenienze in uso nelle carceri: divisa militaresche per le guardie, il classico pigiama a strisce per i detenuti. Bastarono pochi giorni perché si sviluppassero i comportamenti tipici delle due categorie: esercizio di prevaricazione dei primi (fino a episodi di assoluta violenza fisica e psicologica) e rivolta dei secondi (violenti a loro volta) contro l’istituto della loro repressione, con annesso un tentativo di evasione di massa. Le cose degenerarono a tal punto che lo stesso Zimbardo fu costretto a sospendere l’esperimento dopo pochissimi giorni dal suo inizio. Pochissimi giorni in una simil galera, bastarono a scatenare, in persone assolutamente “normali”, gli istinti che il ruolo “istituzionale” gli assegnava. Capite? Pochi giorni… non anni o addirittura “a vita” come sentenzia il “fine pena mai” dei condannati all’ergastolo nelle galere reali.

E’ vero, la chiusura dell’Alcatraz, così come quella, molto simile per condizioni di regime e isolamento, dell’Asinara in Italia rappresentano un sicuro passo in avanti sulla via della persuasione verso condizioni più umane dello stato detentivo. Ma c’è poco da celebrare. Senza contare che la Corte europea dei diritti umani, non più tardi di gennaio 2013, ha condannato ancora una volta l’Italia per trattamento inumano e degradante nei confronti di alcuni detenuti ristretti nelle carceri di Busto Arsizio e di Piacenza; senza contare questo – dicevo – è proprio l’incapacità di concepire, nei casi possibili, vie alternative al carcere, lo scoglio più arduo per emanciparsi dal concetto stesso di reclusione. In attesa che ciò avvenga, la ricerca della libertà, da parte di chi ne è privato, merita sempre e comunque rispetto. Tu chiamale, se vuoi: evasioni.

miro renzaglia

 

 

 

 

 

 

 

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