Un uomo chiamato Joseph Ratzinger…

Le dimissioni di Papa Ratzinger sono apparentemente piovute come un fulmine a ciel sereno su una pubblica opinione più che altro inebetita dal ping pong mediatico  tra i vari Berlusconi-Bersani-Monti and Co. Ufficialmente per proclamati “motivi di salute e stanchezza”, in verità, sin dal primo momento, la vicenda delle dimissioni papali presenta delle sconcertanti anomalie che pongono non pochi e preoccupanti interrogativi anche al meno avveduto degli osservatori. In un’intervista al TG1, Giovanni Maria Vian, Direttore de l’Osservatore Romano, rammentava con un disarmante candore di aver recentemente assistito ad uno degli ultimi interventi papali  durante un concistoro di cardinali, durante i quali, con voce ferma avrebbe parlato per più di venti minuti, senza alcun bisogno di fogli o cartelline al seguito. Questo, tanto per cominciare, per quanto attiene la salute del romano pontefice. Che poi, ad una certa età si manifestino disturbi, non è poi cosa tanto peregrina, né può essere addotta quale credibile motivazione per delle dimissioni che suonano in tutt’altro modo. Ma prima di proseguir oltre, è bene farsi un’idea sulla persona di cui stiamo parlando.

Ben lungi dall’essere lo stralunato intellettuale o l’ingenuo sognatore che qualche imprudente apologeta mediatico vorrebbe propinarci, Joseph Ratzinger è stato, anzitutto, uomo del suo tempo ed uomo di Chiesa. Ratzinger ha vissuto tutte le temperie del suo tempo, cercando di attualizzare il cattolicesimo senza però adulterarne le radici e l’impianto teologico, anzi, senza però nemmeno cadere nel ghetto ideologico dell’ultraconservatorismo. La tragedia della Seconda Guerra Mondiale e l’esperienza del nazismo vengono da Ratzinger vissute con l’animo lacerato tra il dovere verso la propria patria in guerra ed il radicale rifiuto per qualunque tipo di violenza, sotto qualsiasi giustificazione perpetrata. Nel futuro Papa, prevarrà questa seconda opzione. In tutta la sua vita Ratzinger oscillerà tra posizioni progressiste e conservatrici. Alla presentazione della propria tesi di laurea su “La teologia nella Storia” di S. Bonaventura, fu apertamente accusato dal proprio relatore di esser portatore di un pericoloso soggettivismo proprio grazie alla pericolosa tentazione offerta dalla soggettivizzazione del concetto di rivelazione, mutuata da una particolare interpretazione delle idee di Pascal e del neoplatonismo agostiniano. Partecipa quale consulente dell’arcivescovo di Colonia al Concilio Vaticano II, di cui sicuramente assorbirà alcune istanze progressiste, tanto da esser, verso la fine degli anni ’60, quasi visto come un portatore di idee di “sinistra”. Il cammino che lo porterà a percorrere con successo tutti i gradini della gerarchia ecclesiastica, sino alla nomina di Prefetto per la Congregazione della Fede ed alla clamorosa pubblicazione assieme a Vittorio Messori del saggio “Rapporto sulla fede”, mette Joseph Ratzinger in una posizione decisamente avversa a quella degli ambienti conciliari e progressisti. Braccio destro di Giovanni Paolo II, sarà uno dei protagonisti della serrata disputa ideologica con i sostenitori latino americani della teologia della liberazione. Da Prefetto, si renderà protagonista, tra l’altro, di battaglie sulla morale sessuale, in cui assumerà posizioni decisamente conservatrici.

La sua nomina a Papa, all’insegna di un più discreto rapporto con le masse, in discontinuità con il suo illustre predecessore Woitjla, lo vede invece protagonista della riscoperta di un marcato cattolicesimo identitario, portato avanti anche a costo del rischio di dispute teologiche con le altre fedi. Un cattolicesimo in cui riprende posto, centrale, il vecchio aristotelismo della tomistica, che la modernità aveva relegato ad un ruolo marginale. Questo però, non gli impedisce un dialogo serrato con il mondo della cultura non cattolica, in ispecial modo con esponenti della scuola di Francoforte come Jurgen Habermas, interessati alla rifondazione delle scienze sociali, all’insegna della svolta “linguistica” della filosofia contemporanea. Destano altresì interesse e curiosità le sue iniziali prese di posizione contro l’Illuminismo, poi accompagnate da serrate critiche alla società dei consumi ed al capitalismo.Un uomo dal percorso di pensiero complesso, dunque, e non solo il solito semplice altoparlante di versetti evangelici edulcorati ad uso e consumo del popolo bue. Ma anche un uomo ben addentro ai meccanismi di potere vaticani, un rappresentante doc dell’establishment mondiale, di cui ha sicuramente rappresentato un elemento di spicco. Cosa ha dunque ingenerato in un uomo simile, la volontà di abbandonare il posto, ora che era giunto all’apice di un tanto brillante percorso? Vi sono varie risposte possibili a questo interrogativo. La prima va ricercata proprio nel percorso di pensiero di Ratzinger.

La ricerca di una soluzione al problema “Occidente” attraverso la fede cattolica, anche nella sua versione più “ragionata” rappresentata dalla Scolastica, non è però sufficiente. L’Occidente nasce come inarrestabile universalizzazione di stili di vita, concetti, impostazioni, idee; come universale adeguamento del mondo intero alla supremazia dell’economia sullo spirito e sull’uomo. Tale adeguamento parte e trova il proprio iniziale propellente ideologico, impostativo, proprio in quel monoteismo, la cui più lampante espressione è rappresentata dall’istanza universalista cattolica, (dal greco katolikòs/universale, per l’appunto). Si parte pertanto, dall’universalità della fede e dei valori, fino ad arrivare all’universalità dei modelli politici e di quelli  economici. Il monoteismo e l’universalismo ad esso connaturato finiscono inevitabilmente con il portare all’attuale fase di Globalizzazione, proprio a causa della propria impostazione tendente a riunificare sotto un aspetto unico tutti gli aspetti dell’umana esistenza e dell’essere in genere. Per questo motivo, la fede cattolica nella sua più concreta espressione di “ecclesia”, non può costituire un valido contraltare alla progressiva mercificazione del mondo. E di questa impossibilità “ontologica” Papa Ratzinger potrebbe essersene reso conto, edotto dalle ricadute materiali di tale stato di cose, messe proprio in evidenza dai recenti accadimenti interni alla compagine ecclesiale  (Vatileaks, pedofilia, etc.).

E qui veniamo al secondo aspetto, ovvero quello dell’azione di gruppi di pressione avversi alla politica dell’attuale Pontefice. Un uomo le cui prese di posizione, poco inclini a compromessi di sorta, non debbono esser piaciute né agli ambienti “progressisti” legati alla lettera del Concilio Vaticano 2°, né tantomeno a quei circoli mondialisti legati all’amministrazione democratica d’oltreoceano. Non dimentichiamo la forte sinergia e l’identità di vedute che caratterizzò le relazioni tra la santa Sede e la Casa Bianca durante la Presidenza Bush. Né il papa tedesco è rimasto molto simpatico ai circoli sionisti e a non pochi elementi dell’ebraismo ufficiale, a causa del suo marcato identitarismo, che mal si attaglia con l’ aspirazione di taluni di fare della Chiesa romana l’obbediente dependance dei “fratelli maggiori”, in vista della creazione di un unico culto monoteista globale, imperniato su un melenso solidarismo piagnone ed unicamente obbediente ai diktat ed alle parole d’ordine partorite dalle menti dei “superiori sconosciuti” d’oltreoceano.

Come abbiamo però già fatto notare, tutta questa serie di ragioni, non ci devono però indurre a vedere in Papa Ratzinger, una specie di novello apostolo dell’anti mondialismo, anzi. La sua personale storia, ce lo mostra come uomo d’apparato di grande preparazione, ma animato da grande rigore, e proprio per questo inviso a molta parte di una gerarchia ecclesiastica, da troppo tempo abituata ad un andazzo assolutamente non coerente con i dettami religiosi.

Il terzo motivo potrebbe esser sempre interconnesso con gli altri due, ma più segnato dall’aspirazione di questo Papa a voler andare controcorrente e sorprendere comunque. La scelta di lasciare la poltrona papale, potrebbe esser vista come  frutto della volontà di imprimere un profondo cambiamento alla mentalità delle gerarchie cattoliche, nel segno di una profonda umanizzazione della figura pontificale, definitivamente liberata dagli stereotipi che, sinora, ne avevano fatto una specie di condannato all’immobilità di un ruolo che non permetteva deroghe o deviazioni di sorta. Allo stesso modo in cui, nella narrazione evangelica Dio si fa uomo nella figura di Cristo, l’Unto, in un moto di umanizzazione che lo riporterà infine allo Spirito Santo, così il consacrato a Dio abbandona onori e cariche per ritornare poi nella propria semplicità a quello Spirito Santo/Assoluto, in quella che potremmo definire una perfetta applicazione dell’idea di tesi-antitesi-sintesi propria di quella filosofia hegeliana, le cui orme il teologo Ratzinger avrebbe potuto voler in questo caso, seguire. Il tentativo di dare un nobile esempio, il frutto di una spontanea decisione riferita ad indescrivibili stati d’animo, il frutto di pressioni esterne o chissà cos’altro.

Fatto sta, che sulla decisione del Pontefice aleggia sinistra l’immagine di una istituzione mai come ora, investita da una profonda crisi. Il fatto che la Chiesa cattolica abbia mutuato molto dalla romanità, corrisponde al vero. Liturgie, simboli, lingua, diritto, sono in gran parte filiazioni dirette di quella grande civiltà, da cui però la Chiesa ha mutuato specialmente il decadente spirito del Basso Impero. Il Pontefice o Papa (termine questo mutuato dal nome di “Pater-Patratus” di cui si fregiava il sommo sacerdote mitraico, sic!) investito di un prestigio e di un’autorità pari a quella di una divinità in terra, i sotterranei complotti tra membri della Chiesa, l’anelito a fare della “ecclesia” una comunità a cittadinanza universale, sono tutti elementi che fanno della Ecclesia, l’ultimo residuo del grande Impero Romano, in una versione però decisamente adulterata. Papa Ratzinger ha provato inutilmente ad imprimere un impossibile colpo di reni a ciò che, per una sorta di filogenetica eredità, non può esser raddrizzato.

Quanto però sin qui detto, non deve lasciar pensare ad una specie di universale “damnatio”, rivolta indistintamente a tutta la cristianità, per la quale, invece, sembra valere una strana eterogenesi dei fini. Da una parte, secoli di incrostazioni teologiche, ideologiche e politiche hanno fatto della Ecclesia un corpus dottrinale ed ideologico ben definito, dall’altra, quei simboli, quelle stesse immagini sacre, hanno finito con l’assumere una valenza ed una dimensione puramente devozionale, in quanto inconsciamente considerate espressioni primarie di quel sovrannaturale, di quella dimensione oscura e numinosa, fatta di vita e morte che, come un inafferrabile fiume carsico, attraversa la storia dell’intera umanità sin dall’inizio dei tempi. Il risalto mediatico, accompagnato dal massiccio favore che il gesto del Pontefice ha creato attorno a sé, rappresenta la eloquente testimonianza di un sentimento religioso, frutto di un inconscio sentire, che rischia di rimanere ben presto orfano di punti di riferimento.

Forse la Globalità, nel suo forsennato moto di assimilazione, finirà con l’assorbire e svilire totalmente il credo monoteista, facendone solo la variante più astratta del culto della tecno economia universale. A onor del vero, va anche detto che sono all’incirca duemila anni che il cattolicesimo esiste e resiste brillantemente a tutti i tipi di attacchi. Anche a quelli interni causati dalle proprie spinte all’autodistruzione, come nel caso delle vicende del Rinascimento e della Riforma. Ma c’è qualcosa che la stessa Chiesa non riesce a controllare ed è la rapidità dei tempi e dei mutamenti impressi dalla Globalizzazione. Oggi la possibilità di assistere all’epocale disfacimento della Chiesa romana per auto consunzione è reale; una cosa inimmaginabile in altre epoche, poiché avrebbe conosciuto tempi sicuramente secolari. L’incertezza spirituale, lo sbandamento che questi tempi e questi fatti stanno determinando, in quanto sintomo della crisi di una spiritualità distorta, pur nella loro gravità, rappresentano l’inizio di un salutare  risveglio di coscienze che si dovranno rimettere in marcia verso altre forme di sensibilità religiosa.

La sconfitta della Globalizzazione passa anzitutto attraverso la riscoperta della dimensione del molteplice, di contro alla asfissiante tendenza ad omologare sotto un unico principio l’intero essere. Per questo, oggidì di fronte alla progressiva concessione di libertà per gli altri culti religiosi (quali buddhisti o indù) sul suolo italiano, pensiamo sia giunta l’ora di perorare anche quella per i culti politeisti italici, non certo nella prospettiva di ridicoli settarismi neo massonici, bensì nel nome di una forma di religiosità enoteista ( ovvero il credere contemporaneamente alla coesistenza metafisica dell’Uno e del Molteplice, sic!), un po’ come accadde nel periodo apicale della storia romana, o, come è tuttora in India o, in maniera ancor più calzante, nell’odierno Giappone, che vede convivere i culti buddhisti e shinto. Un fenomeno del genere, ovvero la possibilità di praticare il culto cattolico, senza per questo rinunciare alla riscoperta di una dimensione religiosa archetipica, improntata al molteplice, sicuramente rappresenterebbe un decisivo passo in avanti, nella creazione di una nuova visione del mondo. Se il Nuovo Millennio non vorrà essere il Millennio della catastrofe globale, economica, ecologica, politica, ma soprattutto delle coscienze, si dovrà partire proprio da questo primo, fondamentale step, a seguito del quale gli altri rappresenteranno solo delle naturali e conseguenziali, benefiche ricadute.

Umberto Bianchi          

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