Sylvain Tesson. Nelle foreste siberiane…

Che cosa può spingere un noto, almeno in Francia, scrittore, giornalista, gran viaggiatore reduce da un giro del mondo in bicicletta, che deve la notorietà ai suoi reportage di viaggio, a scegliere l’oblio volontario di sei mesi, è presto detto. Ce lo dice lui stesso in una breve lista che porta un esplicito titoletto: «Ragioni per le quali mi sono isolato in una capanna», nella quale indica il perché della sua segregazione temporanea: «parlavo troppo, desideravo il silenzio, troppa corrispondenza arretrata e troppa gente da incontrare, ero geloso di Robinson, fa più caldo qui che nella mia casa di Parigi, perché sono stufo di fare acquisti, per essere libero di urlare e vivere nudo, perché detesto il telefono e il rumore dei motori».

La lista delle ragioni si trova a metà di Nelle foreste siberiane (Sellerio, 2012, euro 16,00)  , lui si chiama Sylvain Tesson e la casa editrice è Sellerio, che fa i soldi con Camilleri, inondando di bruttezza le librerie, ma che sa emendarsi pubblicando, di tanto in tanto, qualche piccola perla. Una perla, questo libro, in tutte le ampie accezioni che una perla può avere con le sue iridescenze ingannatrici che rendono pietra preziosa, quello che in realtà è una bava organica rappresa. Della pietra preziosa le manca la trasparenza, sostituita da un’opacità lattiginosa che la rende ancor più fascinosa ma al tempo stesso banale. Liscia, vitrea, imperfetta nelle forme, gelida al tatto, calda nel colore. Una contraddizione continua.

Non abita nelle profondità immobili della Terra ma nelle liquide baraonde dei fondali oceanici, ondeggiante ma saldamente radicata al substrato su cui si aggrappa. Immobile nella perpetua fluttuazione che la circonda. Nelle foreste siberiane è tutto questo, un tesoro di libro dal retrogusto vagamente deludente. Preziosità che vira verso una banalità che non intacca però le bellezze.

Il libro è il diario di sei mesi trascorsi in assoluta solitudine, solo momentaneamente interrotta per il passaggio di qualche viaggiatore o per le brevissime visite ai vicini, distanti almeno due giorni di cammino, in una capanna isolata ai limiti della taiga siberiana sulle rive del lago Bajkal. È il resoconto di un viaggiatore che per una volta vuol farsi stanziale e decide di sperimentare la vita nei boschi, affrontando il gelido inverno russo che nel corso dei mesi si trasformerà in una tiepida primavera. È il frutto di una scrittura di viaggio e vagabondaggio che ha un’infinità di predecessori eccellenti.

Non può ovviamente sfuggire Thoreau con il suo Walden o la vita nei boschi, quasi simile anche nel titolo, così come Jon Krakauer autore di quel Nelle terre selvagge che è diventato, per breve tempo, un film di culto col suo titolo originale Into the wild. Ma non si può fare a meno di osservare che il novello Robinson attraversa inevitabilmente Chatwin e in alcune descrizioni e situazioni sembra aver fatto propria la lettura di Jack London e del suo grande Nord.

È un vero peccato che neanche Tesson nel suo diario fa cenno, come i suoi predecessori, a uno degli eroi per eccellenza della vita solitaria e meditativa, quel Simeone che fu chiamato lo Stilita proprio perché decise di vivere appollaiato su una colonna, ultimo baluardo di solitudine per l’eremita che così, staccatosi dalla terra ormai troppo popolata, poteva dedicarsi alle sue pratiche. Ma si sa, anche gli scrittori che predicano il ritorno alla vita solitaria o nei boschi sono quasi una lobby, tutti si rifanno agli stessi riferimenti e si scordano dei più significativi.

Nelle foreste siberiane non si sottrae a questa sorte ma è pur sempre un bellissimo libro in cui il perno della narrazione è fatto di un inconsistente nulla che si fa materia viva nelle meditazioni dell’autore. È proprio il termine meditazione che lo rende un libro inattuale anche se attualissimo (la perla pietra preziosa che pietra non è). Chi mai oggi utilizzerebbe un termine simile, o meglio chi sceglierebbe il verbo meditare per costruire un romanzo fascinoso.

Oggi tutti si lamentano della mancanza di tempo e di silenzio, tutti desiderano una tregua per riflettere (meditare è troppo hard come vocabolo), ma nessuno si decide a farlo. Qualcuno potrebbe obiettare che non tutti svolgono attività che gli permettono una vacanza di sei mesi, senza niente intorno, per riscoprire la propria libertà. Obietterebbe l’autore, citando Henry de Montherlant: «La libertà esiste sempre. Basta pagarne il prezzo». Io molto più semplicemente direi che ognuno di noi può costruirsi un angolo riparato nella propria camera in cui regni il nulla e scegliere una lettura come questa per metter in moto, solo per questo, il flusso dei pensieri. In perfetta solitudine anche nelle foreste metropolitane.

Chi cerca grandi scenari resterà deluso. L’ottica è tutta quella concentrata intorno alla capanna in cui Tesson vive, gli scenari quelli che si possono vedere dalla finestra. Al più ci sono brevi uscite per tagliare la legna o per qualche altra attività di pura sopravvivenza, come la pesca nel vicino lago dopo aver forato la pesante coltre di ghiaccio che lo ricopre.

Solo in alcune occasioni il nostro autore, memore del suo malcelato nomadismo, decide di fare delle escursioni nei dintorni per poter osservare dall’alto il lago o per andare a rendere visita al suo vicino più vicino che dista due giorni di cammino dalla sua capanna. Il resto è l’osservazione dei raggi del sole che dalla finestra lentamente si appropriano del paesaggio e che lo rendono all’oscurità, un intero giorno passato tra meditabonde escursioni nella testa, con l’ausilio di vodka e sigari che Tesson si è premunito di portarsi dietro dalla civile Francia, con una cassa di libri da cui ogni tanto sgorga una frase presa come spunto dell’infinita deambulazione dei suoi pensieri. Oppure è il guardare l’arrivo, sul davanzale della finestra, di una cincia che diventerà uno degli amici involontari dell’autore.

Non immaginatevi che il libro descriva paesaggi esterni o interiori desolati. Tutto è lieve, anche le sue angosce che talvolta sembrano prendere il sopravvento. La foresta siberiana, in apparenza addormentata sotto la coltre di neve ghiacciata, e sferzata dal vento gelido che deprime ancora di più la già rigida temperatura, è pulsante di vita: cince, orsi, lupi, foche che si affacciano furtive dai crepacci del lago, tutto è un inno gioioso ad una vita ben più presente qui che non nella città. Insomma tutto sembra perfetto in questo racconto: la vita nei boschi, il ritorno alla frugalità, il confronto con il silenzio e con se stessi, il rifiuto della società civilizzata con i suoi miti globalizzanti e massificati.

La perla però, rivoltata nelle mani, mostra tra le sue iridescenze anche i lati oscuri, le piccole carie, le irregolarità, le imperfezioni di un mondo che appare, almeno in retrogusto, cosa diversa dalla sua rappresentazione oleografica di maniera. Se, come dice l’autore, ognuno di noi dovrebbe vivere così, non basterebbero due pianeti per attribuire ad ognuno i pochi ettari spopolati necessari a quel tipo di vita.

Insomma si percepisce che la frugalità può essere una via elitaria e per certi aspetti spocchiosa per pochi presunti illuminati ma che non costituisce una vera alternativa alla vita che ci tocca fare tutti i giorni. E che in fin dei conti una vita di sobria ristrettezza probabilmente ci verrebbe a noia molto presto, è testimoniato dalla scelta dell’autore che, in primavera, torna a Parigi. Non sceglie radicalmente la vita nei boschi, non taglia i ponti, non si lascia alle spalle lo stile di vita di cui è intriso. No. Torna indietro, utilizza il suo diario per pubblicare un altro libro di successo, si fa nuovamente avviluppare dal canto delle sirene parigine.

Ecco alla fine quello che rimane è l’immagine di una vacanza, certo impegnativa, certo anomala e originale ma pur sempre vacanza. Lui, dopo il suo periodo sabbatico, ritorna, rinfrancato, alle cose da cui era fuggito, come un qualsiasi vacanziere che dopo una settimana a Sharm El Sheik ritorna carico di gloria e di racconti. Lawrence d’Arabia alla fine non esiste nemmeno nella finzione del romanzo. Il lettore disincantato lo sa fin da principio e si diverte di questa finzione che in fondo è il senso del suo leggere.

 Mario Grossi

 

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