Francesco Ficarra. Quattro battaglie, una guerra…

Quando ho preso in mano questo libro ho pensato immediatamente alla temerarietà dell’autore ed al coraggio dell’editore. Perché ci vuole sia l’uno, che l’altro per crederci senza essere scambiati per dei visionari condannati alla disillusione. Il libro in questione è Quattro battaglie, una guerra di Francesco Ficarra, edito da Hobby & Work. Si tratta di un saggio storico che fotografa quattro grandi battaglie della seconda guerra mondiale: Midway, Stalingrado, D-Day, Okinawa.

Bisogna essere dei temerari perché la competizione è durissima in questo particolare spicchio di Storia. Da un lato nugoli di storici hanno raccontato, descritto, interpretato, vivisezionato la seconda guerra mondiale e nello specifico anche le quattro battaglie in questione, talvolta anche attraverso l’elencazione, per me noiosissima, di tutte quelle indicazioni che rendono la Storia, un fardello troppo pesante per i suoi appassionati, ma non specialisti, fruitori. Sto parlando di quelle informazioni che fanno gongolare gli amanti della Storia militare, fatta di minuziosi conteggi di uomini schierati, armi disponibili, potenza del loro fuoco, quantità di approvvigionamenti, movimenti di truppe che arrivano al singolo plotone e che a me fanno venire l’orticaria. Una descrizione tanto minuta, quanto nebulosa, quando da tutta questa messe di dati occorre trovare il bandolo della matassa che ne restituisca il senso.

Dall’altro le descrizioni libresche, fatte necessariamente di parole, si scontrano con un altro scoglio insormontabile, quando vogliono restituire al lettore, non solo il senso generale della storia ma anche i sentimenti ad essa soggiacenti, i colori, gli odori, gli umori di chi vi partecipò, scoglio rappresentato dalla spietata concorrenza che il cinema gli fa, quando sceglie di rappresentarli visivamente. Come può reggere, mi chiedo, al confronto un racconto dello sbarco in Normandia, con le scene apocalittiche iniziali di Salvate il soldato Ryan e come può essere rappresentato meglio che in Lettere da Iwo Jima il sentimento delle truppe in attesa della battaglia o come può essere riportato il colore plumbeo incombente sul continuo corpo a corpo di Stalingrado meglio che nelle scene di Stalingrad.

Leggetevi questo saggio e capirete come, nella secca sobrietà di Ficarra, nella sua capacità di avvalersi dello stretto indispensabile, nella sua minimalista ricerca impeccabile del particolare curioso, nella capacità sintetica del disegno e dell’impianto generale, questa spietata concorrenza può essere battuta. Le quattro battaglie, tanto per cominciare, non sono avulsi punti scollegati ma tessono una trama intimamente saldata allo scenario bellico più vasto, tanto da rappresentare, non dei meri, seppur enormi, accadimenti puntuali, ma degli snodi tra loro correlati e che rappresentano delle pietre miliari, delle svolte che caratterizzano gli eventi nella loro più ampia complessità.

Sono quattro raffigurazioni che disegnano un affresco più grande e organico, omogeneo come le pale d’altare, fatte da singole scene che trovano la loro compiutezza nelle altre. C’è una cosa che secondo me le accomuna in maniera assai evocativa, al di là di ciò che provocarono realmente.

Sono battaglie che, con scenari diversi e in zone geografiche diversissime tra loro, hanno un denominatore comune: il grande spazio in cui sono combattute. Che si tratti dell’immenso oceano pacifico o delle incommensurabili distese delle praterie della Russia, o delle illimitate sabbie gialle della Normandia il denominatore comune è lo spazio aperto che induce gli attaccanti ad avanzare, quasi colti dall’euforia della facilità dell’avanzamento stesso. Sono delle cavalcate che presuppongono, nella mente degli attaccanti, una facile vittoria, dopo la travolgente corsa verso l’obiettivo.

Sono accomunate dall’amara disillusione, quando lo scenario immenso del campo di battaglia giunge, ironia della sorte, nel collo di bottiglia, nel cul de sac cui forse fin dall’inizio erano predestinate.Se ne accorgeranno i tedeschi intrappolati nella Stalingrado fosca che li avviluppa come in una morsa d’acciaio, così come i giapponesi che a Midway  trovarono la porta sbarrata che se aperta li avrebbe portati a minacciare le coste californiane, così come se ne accorgeranno gli Alleati che dovettero pagare un pesantissimo tributo di sangue dopo aver corso liberi e certi del facile obiettivo sulle sabbie della Normandia, bloccati dal fuoco dei bunker e dalla resistenza strenua dei soldati tedeschi. Un sogno di vastità che collassa in un incubo claustrofobico.

È però nei particolari curiosi, forse per qualcuno irrilevanti, ma per me fonte di grande godimento, che il saggio dà la miglior prova di sé. In Normandia spunta a un certo punto Ernst Jünger, allora ufficiale tedesco, proprio nei giorni in cui lo sbarco prende forma.

Nella Stalingrado in battaglia appaiono i Polikarpov U-2, biplani usati dai russi per attacchi notturni, che come neri pipistrelli necrofori, seminano il panico nella soldataglia impreparata a sopportarne il carico emotivo perché “quando arrivavano in vista del bersaglio, il pilota spegneva il motore e planava silenzioso sull’obiettivo”, creando sconcerto nella truppa.

Condisce il tutto una sottile analisi psicologica dei personaggi, che si tratti di Montgomery, di Curchill, di Rommell, di Zukov, le rapide pennellate, giocate sempre sul particolare, descrivono, lievi, i tratti dei contendenti. Degno di menzione il disprezzo di Stalin verso il politico laburista che Curchill, credendo di far cosa gradita al dittatore, aveva mandato a trattare per suo conto.

Insomma il saggio, come in tutte le ricette che si rispettino, utilizza, per i suoi ingredienti, il famoso q.b., quel quanto basta a rendere sapido il manicaretto. Sapidità che notoriamente è il giusto mezzo tra il salato e lo scipito. Discrimine assoluto tra il buon cuoco e il cuciniere.

Mario Grossi 

 

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