Educazione Siberiana. Il film, il libro…

Gli articoli che seguono sono stati pubblicati ogg, 22 febbraio, sul settimanale Altri.

La redazione 

IL ROMANZO CRIMINALE DI SALVATORES
SENZA I TIC DEI CIRCOLETTI DI SINISTRA
Boris Sollazzo

Solo Gabriele Salvatores può e vuole fare il cinema che tutti abbiamo sognato da ragazzini e non quello autoriale di chi s’è dimenticato d’esserlo stato, bambino. Non si ferma mai in un posto, non cerca mai la sicurezza di ciò che ha già sperimentato, va sempre dove non è stato. Anche quando come con il gustoso ma scombinato Happy Family, un luogo nuovo non lo trova. Lo fa anche in questo caso, con Educazione Siberiana, facendosi “accompagnare” dalla prosa secca e feroce di Nicolai Lilin, che quel modo di sopravvivere e crescere in Transnistria l’ha sperimentato davvero. Potete leggerlo nel libro omonimo edito da Einaudi e, la prossima settimana, potrete vederlo al cinema.

Diciamolo subito, il regista napoletano di nascita e milanese d’adozione, riesce subito a disinnescare il rullipetraglismo, quella curiosa malattia che coglie molti nel cinema italiano portandoli a uniformarsi a un unico stile di racconto e a un rigido conformismo di contenuti da salotto più o meno radical chic. Nulla contro la coppia di sceneggiatori, Rulli e Petraglia: sono bravi e capaci, ma da qualche anno a questa parte hai sempre l’impressione che nulla possa andare oltre la morale de La meglio gioventù o gli spari (e gli sparoni) di Romanzo Criminale. Un modo che ha un certo circolo intellettuale ascrivibile alla sinistra di raccontare il mondo, la memoria, le storie secondo uno schema ben preciso, quasi geometrico, quello “giusto”. Sempre, rigorosamente, con un’interpretazione posteriore agli eventi.

Salvatores spariglia le carte portandoli nell’ex Unione Sovietica e attaccandoli a due bambini, poi adolescenti che crescono in Transnistria, regione della Moldavia Occidentale, nella comunità criminale locale più povera e cattiva. A far da filo rosso (sangue) è Nonno Kuzya, un John Malkovich invecchiato e ieratico che custodisce le regole della morale indigena, difendendole dalla modernità di un impero caduto, quello sovietico. Odia divise e banchieri, gli usurai e chi accumula più denaro di quanto gli sia necessario (e infatti quello che viene rubato va nascosto in giardino e mai tenuto in casa), è una sorta di guru-patriarca che detta le regole dell’etica e dell’estetica del suo popolo, tra coltelli e tatuaggi, insegnando a vivere al nipote Kolyma (Arnas Fedaravicius). Accanto a lui c’è Gagarin (Vilius Tumalavicius: segnatevi il nome, è uno di cui sentiremo a parlare a lungo), un outsider in una terra di emarginati. Uno che ha un cuore diviso tra la lealtà di un affetto invincibile verso l’amico di sempre e l’inquietudine che lo corrode. Una bomba a orologeria e autodistruttiva, uno che può far crollare un sistema di valori costruito in secoli di omicidi, rapine, vendette, giustizia privata.

Salvatores parte da loro due per raccontare un impero morente, quello sovietico, e un nichilismo invadente che lo sostituisce, prova a mostrare la globalizzazione che prova a sporcare pure la criminalità più o meno organizzata, a colpi di chili di eroina.

Il cineasta non cerca sovrastrutture, ma l’emotività e l’azione. C’è politica e storia nel suo cinema, perché cresce e si intravede naturalmente in un tragico romanzo di formazione, in un bromance che non fa sconti a nessuno, persino in quella storia d’amore tenerissima e sbagliata di Kolyma e Xenia (Eleanor Tomlinson). Sa essere epico ed etico, ma allo stesso tempo umanissimo, al limite dell’ingenuità. Perché non si vergogna di scavare nell’anima dei suoi personaggi, anche negli sguardi e nei comportamenti più ovvi senza la pretesa di renderli più complessi di quelli che sono. Non mette se stesso o la Storia davanti al suo film, li fa scorrere come affluenti di un fiume fatto di carne, sangue, lacrime e risate. Un racconto generazionale che diventa film di guerra, un Romanzo Criminale che sì, senza sfuggirgli di mano, si mischia a una sorta di peggio gioventù. Rulli e Petraglia li “usa” per rendere più fluido ed empatico il racconto, ma le redini della strana spiritualità materialistica della comunità comandata da Kuzja, la poetica dei tatuaggi che scrivono sui corpi le storie di ognuno (e che Kolyma, in carcere, imparerà a disegnare e leggere: nella realtà è Lilin il suo consulente), la forza di voci incattivite che cacciano, cantando, l’autorità sono tutte nella potenza immaginifica di un regista che non si stanca mai di narrare nuovi mondi. E in quei due ragazzi, alla fine, si vede l’amicizia tra lo stesso Salvatores e Lilin, che si evince dalle interviste oltre che dal film stesso. Così come Kuzja- Malkovich è un’altra faccia di un artista che cavalca i suoi 60 anni, come fa l’attore, alla grande. Senza aver perso il gusto dei propri sogni, la seduzione dei suoi incubi e la voglia di esaudire i propri desideri. Al cinema è fondamentale, ma ormai pochi lo ricordano.

LA LETTERATURA SENZA CODICE
DEL CRIMINALE ONESTO
miro renzaglia 

C’è una parola chiave che ricorre spesso nella vita e nell’opera di Nicolai Lilin: “codice”. Se vuoi vivere devi averne uno. Se devi uccidere (e lui lo ha fatto) devi farlo secondo un codice. Se vai in galera (e lui c’è stato) idem. Se fai il tatuatore (e lui lo fa di mestiere, anzi: considera questo il suo vero mestiere) devi conoscere e usare un codice. Però, badate bene: «Non bisogna mai chiedere cosa significano i codici della nostra tradizione, soprattutto a una persona che li ha addosso, perché nella maggior parte dei casi è un ex galeotto. Una volta funzionava così: la persona veniva e raccontava la sua particolare storia, il tatuatore la codificava e gliela tatuava addosso, e magari i simboli rimanevano oscuri allo stesso criminale, il segreto era custodito dal tatuatore». Per scrivere invece, no, i codici non gli servono, perché sostiene di non essere uno scrittore ma uno che scrive come parla: «I Grossmann e i Bulgakov sì, – dice – perché lo facevano di professione, avevano studiato per questo, io invece me lo devo guadagnare, anche perché sono maleducato, non ho studiato letteratura, non ho frequentato l’università, sono molto piatto sul discorso letterario. Ma un editor ha creduto in me e i lettori mi hanno appoggiato».

In realtà, bluffa spudoratamente: Educazione siberiana (2009) affascina, oltre che per la trama, anche per il linguaggio che usa, per lo stile di narrazione, per la vivacità delle immagini che le parole riescono a creare intorno ai suoi personaggi. Un italiano graffiato, il suo, qualche volta persino ai limiti della sgrammaticatura ma sempre, a ogni rigo, di un impatto espressivo straordinario. Sulle pagine di Lilin la penna non sonnecchia mai… Potrebbe trattarsi di un talento innato, tanto più se si pensa che al momento della pubblicazione, Lilin era in Italia da appena 8 anni e che il libro è stato scritto direttamente nella nostra lingua in soli due mesi di lavoro.  Del resto, s’incazza pure come una iena quando qualcuno sospetta che dietro la sua mano ci sia quella di un ghost writer. E non è consigliabile fare incazzare uno che va in giro acca 24 con una pistola infilata nella cinta dei pantaloni (minacciato di morte da più parti, ha rifiutato la scorta della polizia italiana chiedendo e ottenendo, però, il porto d’armi) e che dà lezioni di tiro in un club di paracadutisti. Altro errore che non dovete commettere assolutamente se vi dovesse capitare di incontrarlo è di definire il suo romanzo (e quelli successivi) autobiografico: vi risponderebbe maluccio, rivendicando – e non a torto – il diritto di essere libero di creare storie mescolando la propria esistenza a fatti di sua conoscenza non necessariamente vissuti sulla propria pelle.

Educazione siberiana narra la storia di un ragazzo nato e cresciuto all’interno di una comunità di «criminali onesti», deportati da Stalin dalla Siberia in Transinistria che, dopo aver percorso la strada del crimine onesto, fino all’omicidio, sarà arruolato, praticamente di forza, nell’esercito Russo e spedito a combattere in Cecenia in quella che Lilin stesso definisce: «la più grande operazione antiterroristica del mondo». Alt: fermi tutti. Già in quattro righe di riassunto si sono sommate una serie di incognite tali da fare del romanzo un piccolo capolavoro epico.  La Transnistria, per esempio, è praticamente un territorio libero. Autoproclamatasi nazione indipendente dal 2 settembre 1990, non è riconosciuta da nessun altro stato al mondo. Eppure, nonostante sia considerata una regione della Repubblica Moldava, vive sostanzialmente autonoma. E di «criminali onesti» ne vogliamo parlare? Non è una contraddizione in termine? Lilin pensa di no. Pensa, piuttosto, che qualsiasi attività umana, compresa quella criminale, se condotta secondo codici di onore sia lecita: «Nella caccia non c’è posto per nessun interesse – afferma – solo per la sopravvivenza. Questa dottrina influenza l’intera legge criminale siberiana, formando una base morale che prevede umiltà e semplicità nelle azioni di ogni singolo criminale, e rispetto per la libertà di qualunque essere vivente». Una base morale che si trasmette oralmente da generazione in generazione: «Nonno Kuzja – scrive ancora Lilin – non mi educava facendo lezioni, ma raccontando le sue storie e ascoltando le mie ragioni. Non parlava della vita dalla posizione di uno che la osserva dall’alto, ma da quella di un uomo che sta in piedi sulla terra e cerca di restarci il più a lungo possibile». Educato secondo tradizione siberiana (Urka, per la precisione) il ragazzo seguirà le regole della comunità, crescendo in strada fra una rissa con altre bande giovanili e scontri con la polizia, aspirando a diventare un vero «criminale onesto». A impedirgli di diventarlo compiutamente, sarà la guerra russo-cecena, dove verrà spedito con le forze speciali. Ne uscirà vivo, benché devastato interiormente, e seguirà un percorso di recupero nella società dei presunti e cosiddetti “normali”… Ma questa è già materia dei romanzi successivi: Caduta Libera, uscito nel 2010 e Il respiro del buio, del 2011.

 

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