La tragedia di Depardieu? Autogol a porta vuota…

Gérard Depardieu? «È come la maggior parte degli esseri umani, incapace di essere soddisfatto da una sola vita, tenta drammaticamente di viverle tutte, reali e virtuali. Depardieu è dunque il nome che si dà alla tragedia umana, incapace di scappare alle implicazioni carnali». Sono le parole con cui Jacques Attali, economista e banchiere, presidente dell’omonima Commissione voluta dal Nicolas Sarkozy nel 2007, commenta sul Sole 24 Ore la scelta dell’attore francese di prendere la cittadinanza russa.

Ma, forse nella foga di difendere l’amico («da 25 anni e lo resterà sempre, qualsiasi cosa dica»), manca il punto esatto della questione. Premesso che la fuga dalle implicazioni carnali è stata più lenta del previsto, qui non è in discussione solo la libertà di un cittadino di andare altrove o di preservare il proprio reddito, o il sostenere (a detta di alcuni anacronisticamente) il rispetto delle regole, quanto la sovversione degli ordini che sono in cima a una comunità di individui.

L’attore in questo caso assomiglia a quei bambini capricciosi che, in barba alla decisione dell’arbitro o per il semplice disaccordo con gli altri bambini, lasciano la partita di pallone portandosi a casa proprio la palla. Quell’ “io me ne vado” è peggio di un autogol a porta vuota, semplicemente perché si calpesta l’humus comune di una società. Proviamo un attimo a immaginare cosa accadrebbe in un qualsiasi altro Paese se dieci o più milionari decidessero di cambiare “patria” per una mera ragione fiscale. E immediatamente dopo venissero seguiti da altri meno illustri concittadini, non milionari quanto i primi, ma pur sempre un numero consistente, tale da far “preoccupare” banche e imprese. Troppo comodo fare le valige e dire di sì a chi dei diritti e delle leggi si fa un baffo.

Ma tentando di andare oltre il cliché di regole e codici, c’è un’altra grande questione sottaciuta: l’orgoglio non retorico di aver mietuto successi proprio lì, in quel luogo da cui si fugge; la consapevolezza, che volente o nolente tornerà nella mente dell’attore, di aver tradito precisi doveri; quell’essere così tanto Marchese del Grillo, dove “io sono Marchese” e gli altri no; quel senso di scherno che si veicola senza poi troppi complimenti al resto del mondo o dei connazionali. In una sola parola: il rispetto che si deve a numerosi soggetti. E nella sua arringa difensiva Attali aggiunge che «Gérard è anche altre cose. Lui è quello che tutti vorrebbero essere: multiplo, inafferrabile, ostile alle gerarchie, il Jean Valjean dei Miserabili di Hugo».

Ha scritto alcuni anni fa il fondatore di Le Monde, Liubert Beuve Mèry che «nella nostra epoca non ci si può accontentare solo di osservare e descrivere i fatti». Ma va fatto un passo in più, con rispetto ma anche con decisione. Dare un nome a cose e atteggiamenti. E non giustificarli sull’altare di vecchie logiche, verrebbe da dire, in salsa italica. Dove non si capisce più chi siano i ladri e chi le guardie.

Francesco De Palo
Twitter@FDepalo

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