Fronte popolare, nonostante tutto…

E’ meglio andare in galera con i comunisti che al governo contro di loro![1]
Sandro Pertini

E’ il 1948, l’anno delle storiche elezioni politiche del 18 aprile. Sullo sfondo, lo scontro bipolare tra capitalisti e comunisti, tra Nord e Sud del mondo. C’è il blocco di Berlino, il piano Marshall, l’esplosione della questione israelo-palestinese, lo scisma di Tito, il colpo di Stato in Cecoslovacchia. In Italia si respira un sapore di guerra civile. Il voto assume il significato di un referendum pro o contro il comunismo, con tanto di mobilitazione della Chiesa, padre Lombardi “microfono di Dio” e Comitati Civici parrocchiali in testa.

Il PCI e il PSI, già estromessi dal Governo il 13 maggio del ’47 con le dimissioni formali di De Gasperi, definite da “l’Unità” un colpo di Stato[2], ben presto creano un raggruppamento unico, aperto però anche a gruppi più moderati[3]. Il 7 novembre di quell’anno il PSI propone infatti di formare un “raggruppamento di tutte le forze democratiche per la lotta della sinistra contro la destra”[4]. Inizia a prendere forma l’idea di Fronte Democratico Popolare, costituito ufficialmente il 28 dicembre.

Che comunisti e socialisti, disgiunti dai riformisti saragattiani (la cosiddetta scissione di Palazzo Barberini è del ’47) si coalizzino è cosa che in Italia non stupisce. E’ però vero che un’unione politica del genere appaia poco coerente con il quadro internazionale.

Infatti, il 1948 è l’anno della liquidazione delle democrazie popolari nell’Europa dell’Est. E’ l’anno dello scioglimento e fusione dei partiti socialisti in favore di quelli comunisti, che li fagocitano. E’ in atto una guerra fratricida per il controllo del potere vinta dall’egoismo e dal crudele tatticismo dei partiti stalinisti[5].

Diamo uno scorcio veloce a quanto accade: il 12 gennaio si pronuncia per la fusione il Partito socialista romeno, il 12 quello ungherese; il 17 aprile la fusione viene decisa anche in Cecoslovacchia, il 15 dicembre avviene lo stesso in Polonia e a fine mese in Bulgaria.

Questa la sostanza; e la forma è anche peggio. In Ungheria 40.000 socialisti sono espulsi dal partito, mentre 35 deputati su 70 sono privati del mandato parlamentare. Il leader autonomista Gyula Kelemen è condannato ai lavori forzati.

Un discorso a parte merita la Cecoslovacchia, Paese in cui l’azione dell’Armata rossa non ha un ruolo diretto. E in cui, di conseguenza, le cose vanno in modo diverso. Già nel ’45 la Direzione del partito socialdemocratico propone al Partito comunista la creazione del partito unico dei lavoratori assieme a una terza forza: i socialisti nazionali. I comunisti rispondono con una ricusazione tassativa e nelle elezioni del ’46 si presentarono all’opinione pubblica come la forza nuova che non aveva alcuna responsabilità per i patti di Monaco del 1938. In virtù di ciò guadagnano una valanga di voti. Ma da quel momento il sostegno popolare precipita e il 25 febbraio 1948 il partito comunista procede con un colpo di Stato. La leadership comunista costringe il presidente Edvard Benes (1884-1948) a nominare un nuovo governo che sposa la linea filosovietica del premier Gottwald.

Proprio in Cecoslovacchia, sin dal ’45 e quindi sotto un governo di coalizione, le riforme tolgono gli strumenti di potere alla borghesia capitalistica. Così da escluderla dai giochi politici. La democrazia progressiva è quindi fuori pericolo.  Nonostante ciò, ed è qui lo snodo fondamentale della vicenda, i partiti comunisti vogliono imporre i loro programmi. E lo fanno impedendo la libera espressione della volontà popolare, dissolvendo e assorbendo partiti di classe come quello socialdemocratico.

Questa è la conditio sine qua non per poter attuare, nel ’48, le nuove riforme, tutte subordinate al messianismo nazionale dell’URSS.

I socialisti italiani si schierano in favore dell’azione comunista, interpretando i colpi di Stato come giusti metodi per salvaguardare i principi rivoluzionari. Per esempio, Pietro Nenni sostanzialmente legittima l’operato dei comunisti contro i democratici a Praga. Legittima cioè il colpo di Stato “in difesa dello spirito rivoluzionario” che ha guidato le masse popolari alla vittoria contro l’invasore nazista.

Così si esprime: «Mentre da un lato la sinistra socialdemocratica (Fierlinger) e i comunisti insistono perché la Costituzione sottolinei espressamente il carattere socialista dello Stato, i socialisti nazionali (l’ex partito di Benes), il partito popolare e i democratici slovacchi non vogliono iscrivere nella Costituzione quei principi e in particolare si oppongono acché la Costituzione apra la via a nuove socializzazioni. Stanno così di fronte l’una all’altra le forze del progresso e quelle conservatrici. […] Oggi gli operai e i contadini boemi e slovacchi sanno che l’eliminazione dei socialdemocratici di sinistra e dei comunisti dal governo equivarrebbe ad una contro-rivoluzione. Di qui la loro protesta, di qui l’intervento delle masse, di qui l’acuirsi dell’offensiva della sinistra socialdemocratica contro la destra».

Ecco quindi la conclusione logica del leader socialista: «Allorché il Presidente Benes afferma che ‘un Parlamento democratico e un governo parlamentare sono i limiti della democrazia’ egli parla come un uomo dell’Ottocento senza tener conto dei nuovi fattori della vita democratica degli Stati moderni, uno dei quali è il controllo popolare della legittimità del governo non soltanto formale ma sostanziale, implicante cioè il rispetto degli impegni presi davanti al paese e l’accanita difesa delle conquiste rivoluzionarie del popolo»[6].

Al di là dell’addolcimento interpretativo del PSI, questi avvenimenti, a ridosso delle elezioni italiane, non passano inosservati. Sebbene per i comunisti italiani e per la maggior parte dei socialisti “la democrazia ha vinto in Cecoslovacchia”, episodi come questi contribuiscono a spiegare l’imminente débâcle rossa alle politiche italiane del 18 aprile. Gli italiani bollano il Fronte e lo stesso PSI, sull’adesione al Fronte, è inizialmente diviso. Ma questa è un’altra storia.

Ivan Buttignon


Note

[1] “Avanti!”, 29 settembre 1946.

[2] Il colpo di Stato di De Gasperi, in “l’Unità”, 2 dicembre 1947.

[3] Giorgio Galli analizza il programma del Fronte Democratico Popolare e osserva che l’apertura ai democratici che non si riconoscono nelle tradizioni comuniste o socialiste è particolarmente enfatizzata. Quasi che il nuovo raggruppamento ostenti il suo carattere precipuamente democratico ponendo in secondo piano i lineamenti comunisti e socialisti. Coerentemente con quest’ottica il simbolo che rappresenta tale nuova formula è Giuseppe Garibaldi, eroe del Risorgimento nazionale. G. Galli, Storia del Partito Comunista Italiano, Il Formichiere, Milano, 1976, p. 222.

[4] Che sia un’iniziativa promanata dal PSI lo si capisce bene dalla mozione conclusiva del VI Congresso del P.C.I.: “Il VI Congresso del Partito Comunista Italiano saluta e approva l’iniziativa del Partito Socialista per la creazione di un Fronte Democratico e Popolare di lotta per la pace, l’indipendenza estera e interna, e con questo programma affronti la prossima lotta elettorale per conquistare una solida maggioranza”: Partito Comunista Italiano, Risoluzioni del sesto Congresso del P.C.I.: 5 – 10 gennaio 1948, Stampa Moderna, Roma, 1948, p. 65.

[5] G. Galli, La sinistra italiana nel Dopoguerra, Il Saggiatore, Milano, 1978, pp. 200-201.

[6] P. Nenni, La conferma di Praga, in “Avanti!”, 26 febbraio 1948, p. 1.

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