Filottexit
Ovvero la strana epica della guerra quotidiana…

La compagnia teatrale di San Benedetto del Tronto, guidata da Matteo Ripari, racconta attraverso il proprio Filottete,  una civiltà ossessionata dal successo. C’è un’idea occidentale, marziale ed eraclitea, inventrice di contese. Nasce nel grembo della conquista, assume il volto plumbeo di jungeriane mobilitazioni totali, riprodotte e affermate nelle coscienze afone di volontà così sovrapponibili, da confondersi tra loro,  costrette nella voracità efficientistica di una  tecnica utile a padroneggiare la natura, il tempo, il destino. La ragione, fatalmente, in questo lato antico e decadente del pianeta, sembra votata a una declinazione egoistica,  ridotta a viatico per spalancarci le porte sul miglior rapporto costi e benefici, calcolo meccanico per l’incremento della potenza individuale.

Ne emerge un’etica della forza, dell’universo tecnologico onnicomprensivo e manipolante, raccontata con silenzi e contrappunti beckettiani dalla Compagnia Nessunteatro, un gruppo di nomadi vitalità artistiche marchigiane, ora in tournèe  nei teatri off della penisola, mescolando, con ironia sapida, gli umori dell’invocazione e la gravità dei testi classici coi tratti farseschi assunti dalle beffarde e prosaiche tragedie contemporanee. Il Filottexit creato da Ripari da una rilettura del dramma di Sofocle, è un desiderio di fuga senza approdo da ogni regno di devastazioni fratricide.

La vicenda narra che Filottete, principe della Tessaglia, alleato degli Achei nella guerra contro Troia, viene abbandonato dai suoi amici sull’isola di Lemno, a causa di una ferita incurabile. Essendo in possesso dell’arco sacro di Eracle senza il quale, secondo un’antica profezia, Troia non potrebbe essere sconfitta, Odisseo e Neottolemo, due dei compagni che l’hanno tradito, tornano a Lemno per riprendere l’arma miracolosa, a ogni costo, iniziando a rotolare lungo la via scoscesa dell’adulazione.

Un conflitto senza tregua tra la solitudine di Filottete, la sua esclusione, la malattia che lo segna dopo il morso di un serpente e la polis i suoi meccanismi includenti, interessati e automatici, le ciarle, le polveri del successo, lucidate da uno splendore opaco e torbido, e il guerriero invalido, relegato fuori dalla comunità, sputato come veleno e di nuovo inghiottito come  rimedio provvidenziale dalla terra che lo aveva generato e umiliato. Oggi, in questo lembo periferico d’Occidente, la guerra è ovunque, e il dardo che può centrare la meta del successo è la parola, la comunicazione, la pratica dei sorrisi stiracchiati, cosmesi multicolore per questuanti in cerca di briciole al banchetto della celebrità. Gli uomini vivono, per usare un lessico parmenideo, nella doxa, il regno delle apparenze, degli inganni,delle opinioni e il loro azzuffarsi più che al vigore di statuari profili greci s’adatta al lucore di ritoccati profili facebook.

Una perenne seduzione gorgiana, nel duello delle convinzioni a buon mercato. La voce onnicomprensiva della falsificazione, discorso di puro tono e celebrazione del non-sense,vita alterata e gracchiante come frasi bisbigliate da un megafono. Ma può accadere, sulla scena, che  il protagonista, accampato nel proprio isolamento, non accordi a nessuno il potere della sua fluente poesia incantatrice, opponendo un’orgogliosa mutezza alle richieste dei miti guerrieri odierni, plasticamente lanciati a contare il numero dei propri followers e impegnati a duellare nella corsa al tweet più arguto. Ai toni del tragico rispondono, gli echi del farsesco.Entrambi interrogano, con le stesse domande: «Che cosa significa vincere? Nella dignità, non c’è forse più luce che nella vittoria?».

Fabrizio Baleani

 

 

 

 

 

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