Elogio della menzogna
Purché tu sappia mentire…

Se in questi primi giorni di campagna elettorale siete già nauseati dal profluvio di parole dei candidati Premier. Se la noia ha ormai raggiunto livelli di guardia preoccupanti. Se dopo pochi minuti di un qualsiasi programma televisivo avete cambiato canale, sopraffatti dal mucchio d’immondizia verbale regalata a piene mani da quelli che ritenete dei ciarlatani. Se ne avete abbastanza, è il momento di allietarvi con un saggio di parsimoniose dimensioni che promette divertimento, al di là della serietà con cui affronta, in forma divulgativa, il problema della menzogna.

Il suo titolo è proprio Menzogna, a sottolineare che talvolta l’esser laconici può aiutare a non mentire, scritto da Franca D’Agostini, che insegna Filosofia della scienza al Politecnico di Torino ed epistemologia delle scienze sociali all’Università Statale di Milano e pubblicato da Bollati Boringhieri nella collana I sampietrini. Il divertimento sta nel leggere il testo e poi trovare, compito assai facile, nel panorama della menzogna politica che ci circonda in questa ennesima campagna elettorale, l’esempio più calzante che salda l’affermazione accademica al pubblico mentitore.

Come scrive l’autrice, nello studiare la menzogna in contrapposizione alla verità, affiora immediatamente la problematicità del confronto. C’è una prima evidente asimmetria tra le due: la verità è una, la menzogna è molteplice. Questo significa che il mentitore ha molte risorse. C’è la menzogna semplice che consiste nel dire semplicemente il falso, c’è la metamenzogna che consiste nel dire che non si è detto quel che si è detto o che non lo si è detto con intenzioni menzognere (e qui è veramente facile trovare uno o più politici praticanti), c’è anche la premenzogna che prepara la strada a future balle, c’è anche la menzogna senza menzogna quando si dice una verità parziale che lascia intendere il falso. E ci sono ancora le menzogne di evidenza soppressa, quando si riferiscono versioni elusive e strategiche dei fatti, quelle di vaghezza che approfittano della vaghezza del linguaggio e della realtà.

Un secondo problema è quello dell’invisibilità della verità che ha proprietà incorporea come le parole che danno conto della realtà corporea. Questa proprietà è condivisa invero con la menzogna ma mentre per la verità è un danno, per la menzogna è un evidente vantaggio. La verità poi richiede completezza e infine è fragile nella sua assolutezza, mentre la menzogna è duttile e resistente.

C’è poi una questione che rende il tutto ancora più complicato. La verità «si pesenta spesso come incompleta e contestuale (dunque la menzogna può servirsi della verità stessa), ancora più fragile e vacillante è il concetto che le dà senso e ragione, quello della realtà. Dire la verità è dire “le cose come stanno”, ma come stanno le cose? In definitiva esistono le cose?».

Un problema serio che genera quella che l’autrice descrive come superpremenzogna che diventa menzogna ambientale o anzi globale. E qui come non pensare, di questi giorni, al circo mediatico, all’agone democratico, alla verità del voto, alla scelta utile o ideale, al fondamento “vero” della campagna elettorale legittimatrice? Un vero guazzabuglio che viene indagato in modo rigoroso, restringendo il campo per evitare deviazioni e definizioni improprie. Ciò che viene indagato è la menzogna che ha come definizione la seguente: «la menzogna è l’atto linguistico compiuto con lo scopo di far credere vero ciò che si crede essere falso». Un modo di circoscrivere il campo d’indagine che crea però un dubbio nel lettore: se è vero che il linguaggio non è solo quello verbale, perché non viene analizzato ad esempio quel vasto mondo di linguaggio corporeo che è anch’esso menzognero? Limite di un’analisi intellettuale che lo esclude?

E poi per uscire da un’analisi che rasenta il moralismo perché non viene presa in considerazione la bellezza della menzogna e la sua importanza nel mondo? Comunque la si giudichi, la menzogna è uno dei fondamenti dell’universo, mattone imprescindibile nell’impalcatura del cosmo intero. Tralasciando tutte le cosmogonie dualiste che fanno della Menzogna, contrapposta alla Verità, uno dei due pilastri dell’edificio universale, penso alla natura e al mondo degli animali, che non potrebbe esistere senza la menzogna. Il predatore che tende l’agguato alla sua preda, che ordisce una trappola (una menzogna), è il mentitore, il bugiardo. E dalla parte della preda è bugiardo il comportamento dell’Opossum che, per salvare la pellaccia, si finge morto e inganna il predatore, tanto da secernere un muco maleodorante di decomposizione, “per fargli credere vero ciò che ritiene falso”.

E che dire del camaleonte che cambia colore mentendo a intermittenza? Non assomiglia forse alle nostre trasformazioni quando a un matrimonio ci presentiamo impomatati ed azzimati dopo essere passati per il campo di calcetto in cui ci siamo esibiti in mutande, puzzolenti di sudore? Chi siamo noi di quei due mentitori: il dandy profumato o lo scimmione in mutande? Entrambi e nessuno dei due. E che colore ha un camaleonte? E che natura ha una particella? Corpuscolo oppure onda elettromagnetica? Mu!

Si potrebbe continuare a lungo su questa falsariga ricordando altre enormi menzogne, come quella dell’insetto stecco che si finge ramo. Vegetale, lui che è un animale. Ma anche l’estetica (che annovero ora tra le meraviglie della natura grazie ai colloqui con una benemerita amica di corsa), dunque il bello e il suo senso comune ne abbondano. Se non volessero “far credere vero ciò che ritengono falso” le donne (ma ormai anche gli uomini) non utilizzerebbero i cosmetici. Come si dice, si truccano, usano dei trucchi che sono dei cosmetici, tautologicamente delle finzioni: menzogne, bugie.

Se a ciò poi sommiamo la chirurgia estetica, grazie alla quale modifichiamo il nostro aspetto facendoci inserire protesi, appiattire gobbe, rifilare occhi, innalzare zigomi, possiamo affermare che anche la tecnica si presta sommamente alla menzogna, o meglio se ne fa strumento. E la menzogna è fondamento e sale anche del gioco, una delle attività più serie cui l’umanità si dedica.

Il poker non sarebbe se non ci fosse il bluff, la menzogna per eccellenza nel gioco delle carte, il fingere di avere ciò che non si ha, che fa da contraltare a tutto l’apparire del mondo moderno e post, che fa dell’immagine (il look), estrema bugia, lo schermo per eccellenza, adatto alla propria rappresentazione (fiction direbbero i perfidi albionici), dietro a cui spesso non si cela nulla, come ben aveva intuito il grande mistificatore Andy Wharol quando diceva “Non guardate dentro le mie opere. La mia arte è pura esteriorità!”

E se vogliamo parlare di calcio, come non ricordare che anche qui la menzogna trova un suo fantasmagorico spazio. Un solo esempio, sufficientemente evocativo, per tutti i pallonari innamorati del gioco nazionale. Qualcuno avrà avuto modo di vedere, nelle immagini di repertorio, il grande Brasile degli anni a cavallo tra i 50 e i 60, in cui si intravede un giovanissimo Pelè che comincia la sua avventura a fianco dei Didì e dei Vavà. In quelle immagini sfocate, è testimoniato l’immenso talento di un’ala destra segaligna e piccolina che diventerà proprio in quegli anni un monumento vivente del calcio. Sto parlando del mitico Garrincha, passato alla storia per la sua celeberrima “finta zoppa”, arte pura, (aiutata dalla sua malattia giovanile e da una gamba più corta dell’altra). Il calcio non sarebbe arte in movimento senza l’inganno della finta dell’ala che cerca di saltare il difensore.

Potrei parlare ancora di Ninja e Aikido, di Sex Pistols e della loro (insieme a Malcolm McLaren) “The Great Rock and Roll swindle”, ma qui mi fermo perché ognuno di noi potrebbe produrre sterminati elenchi di menzogne che innervano il mondo. Messa in questi termini, la menzogna appare come un grande patrimonio comune che non va disperso, non va praticato scientemente, ma va coltivato inconsapevolmente. Riconoscendo che non sono la stessa cosa, le menzogne dell’arte e quelle della cattiveria e che ci sono menzogne che uccidono e altre che aiutano a vivere.

Per tornare ai politici infine e a questa rivoltante campagna elettorale, posso dire che anche loro partecipano, magari in misura abnorme, come tutti noi, a questo basilare fondamento della menzogna. E alla fine non vanno più votati non tanto perché riconosciuti mentitori ma perché sono degli incapaci. Sbagliare menzogna è peggio che azzeccare la verità.

La cosa importante non è dire la verità, ma scegliere la bugia giusta. E io non li voterò perché aveva ragione Nietzsche quando diceva: «Non che tu mi abbia ingannato, ma che io non ti creda più, mi ha sconvolto».

Mario Grossi

 

 

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