10 cose da fare. Altro che Monti e la sua Agenda…

Da qualche settimana si è aperta ufficialmente la campagna elettorale e già il tanfo nauseabondo dei soliti battibecchi da cortile ha raggiunto le nostre narici, come succede ormai da vent’anni a questa parte, senza variazioni tematiche di rilievo. Si discute soltanto di liste elettorali, di alleanze, di complotti comunisti, di minacce populiste, ma non si è ancora fatto cenno ad alcun programma se non alla fantomatica Agenda Monti a cui, “democraticamente”, dovrà sottostare chiunque vinca le elezioni, pena l’incremento dello spread.

L’ Agenda, a quanto è dato sapere,  è stata concordata con l’Europa per salvare la nostra Nazione dal baratro economico, anche se negli ultimi giorni è stata proprio l’Unione Europea a sconfessare l’operato del nostro Primo Ministro uscente, giudicando alcuni suoi provvedimenti presi nei 13 mesi di Governo iniqui e dannosi per l’economia. Nonostante ciò, i panegirici in favore del Premier uscente non fanno cenno a diminuire, sottolineando la rissosità che invece pervade le altre formazioni politiche, di fronte al rigore morale del Professore più amato dai poteri forti e dai giornalisti servi.

Proviamo noi, allora, a dare qualche suggerimento agli uomini di buona volontà che vogliano farsi carico di battaglie di valori, di giustizia sociale, di ammodernamento, di rinnovamento senza per questo andare a scomodare quegli interessi trans-nazionali che mangiano alla nostra mensa e che altrimenti bloccherebbero qualsiasi cambiamento della nostra povera Nazione. Per adesso ci accontentiamo di far star bene il Popolo poi, una volta sistemati i problemi quotidiani, penseremo anche ai massimi sistemi.

Punto Primo: il lavoro dipendente.
E’ tempo di applicare l’articolo 46 della Costituzione, che dice: “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende” (e, ovviamente, agli utili delle stesse). Curiosamente dimenticato dalle vestali e dagli esegeti della Carta Costituzionale, questo articolo è la soluzione ai tanti difetti del nostro sistema economico. Innanzitutto perchè immetterebbe ricchezza nelle misere buste paga dei lavoratori senza incidere sull’inflazione come invece succede con gli aumenti concordati per mezzo dei contratti di lavoro collettivo, poi perchè responsabilizzerebbe una forza lavoro fin troppo ai margini dei processi decisionali delle aziende, che si traduce spesso, soprattutto nelle grandi aziende, in assenteismo, malattie, indifferenza. Ad oggi i lavoratori dipendenti partecipano solo ai passivi delle aziende, rimettendoci il posto o, se fortunati, parte dello stipendio a causa dei contratti di solidarietà sociale che gravano sulle casse dello Stato; è giunta l’ora che partecipino sia agli utili, sia alla gestione, per superare l’ormai anacronistica lotta di classe che governa tradizionalmente i rapporti azienda- dipendenti (sindacati). Nel mondo della globalizzazione e delle speculazioni, dei contratti atipici, del “posto fisso noioso”, l’unica difesa per i lavoratori è la Partecipazione. Nel 1918, così scriveva Filippo Carli, economista, padre di Guido, futuro Governatore della Banca d’Italia: «Fintanto che non si sarà ottenuto l’accordo delle volontà, quell’assiociazione di energie che è l’impresa sarà sempre un’unione di forze antagoniste, e cioè un assurdo. Ma l’accordo delle volontà non si può ottenere se non sopprimendo le cause che ad esso si oppongono. E la causa è una sola: lo stato di soggezione in cui il lavoro si trova di fronte al capitale, e la consapevolezza dell’operato che questo stato è destinato, in regime di lavoro salariato, a perpetuarsi. Perchè egli sa bene che, in tale regime, le distanze sono destinate a mantenersi indefinitamente, le posizioni non mutano. Esse mutano solo quando l’operaio possa partecipare al capitale: la partecipazione degli operai alle imprese è la chiave del problema». (cfr: Area, gennaio 1998, ripreso da Area, aprile 2012, pag. 24, articolo di Giano Accame). E’ passato un secolo, ma suona terribilmente attuale!

Punto secondo: il lavoro autonomo.
Non siamo ipocriti, chiunque abbia una Piccola-Media Impresa (PMI) sa che essere onesto al 100%, senza una sbavatura, è non solo impossibile, ma letale. Senza il nero, una piccola-media impresa non sopravvive. Troppe le tasse dirette e indirette per non pensare di nascondere al fisco una parte delle entrate ed avere qualche soldo a disposizione per le proprie spese personali. Badate, non stiamo parlando di quei ladri e parassiti che non dichiarano patrimoni immensi per poi comprarsi ville e macchine lussuose, ma parliamo di tutte quelle imprese che lottano come vietnamiti per portare avanti la propria attività. La lotta all’evasione sia senza quartiere, sia rafforzata la lotta all’elusione, si creino task force capaci di stanare il riciclaggio di denaro che transita con le più sofisticate tecniche all’estero, prima di rientrare pulito ed “esentasse” in Italia, ma allo stesso tempo si abbatta la tassazione che grava sulle PMI per il 50-70% del fatturato/scontrinato, così come dicono diversi studi, anche istituzionali, pubblicati nel 2012. Il primo provvedimento da prendere è l’abolizione della Tares, che minaccia aumenti dal 40 (quaranta) al 600 (seicento!!) % rispetto a tasse già esistenti che verranno sostituite da questa nuova mattanza del Governo Monti. Il secondo, che vale anche per le grandi aziende, è l’abbatimento della tassazione sul lavoro dipendente. Il terzo, la riforma fiscale (vedi sotto). E’ ora di smetterla di prelevare soldi dalle tasche di chi lavora per pagare, gli sprechi, i privilegi, le clientele, gli errori di investimento delle banche e delle grandi aziende, gli interessi di un Debito Pubblico che non è stato causato da chi lavora veramente!

Punto Terzo: la riforma fiscale.
Se si vuole portare l’Italia nel ventunesimo secolo, se si spera di migliorarla, questi primi tre capitoli sono quelli da affrontare e risolvere subito! Non al più presto, non prima o poi. Subito! Così come siamo messi oggi, non si va da nessuna parte, se non nel baratro dove siamo finiti, sia per colpa di una speculazione finanziaria mondiale spietata, sia per la nostra incapacità di proporre alternative a un sistema che non funziona più da almeno vent’anni. Pensare di diminuire il debito pubblico a suon di tasse è stupido, oltre che dannoso. Decine di studi economici dimostrano che oltre un certo livello di tassazione (es.: Curva di Laffer) il sistema si autodistrugge, portando malefici anziché benefici. Questa cosa dovrebbe essere nota all’economista Mario Monti, perchè se uno è stato Rettore della Bocconi non può non saperlo, eppure anche lui si è allineato alla peggior pratica italiana dagli anni 90 in poi: l’aumento delle tasse, che ha portato povertà diffusa, licenziamenti, attività in crisi. Perchè se una Crisi in Italia c’è, non è dovuta a fattori macro-micro economici ciclici ed insiti nel sistema liberale-mercatista, ma è stata causata dall’aumento delle tariffe, delle bollette, della tassazione che hanno eroso la parte dei guadagni e delle retribuzioni rimaste ferme a livelli miserevoli. E’ necessario quindi rivoltare il meccanismo contributivo come un calzino e soprattutto destinarlo agli scopi per i quali è stato inventato: sanità, scuola, servizi, sicurezza, trasporti, energia. Se si vuole eliminare quasi totalmente l’evasione, non serve impiegare mezzi militari e spettacolari per stanare il bar che non emette lo scontrino per il caffè, né per scoprire l’idraulico che pratica uno “sconto” del 21% al conto senza fattura, ma creare le condizioni per cui ciascun cliente sia il primo “agente della finanza” che richieda scontrino e fattura per interesse personale. Come? Passando dal metodo contributivo a quello deduttivo, ovvero: anziché tassare ottusamente la base imponibile totale, basata sulla ricchezza percepita o dichiarata, permettere di dedurre le spese dall’imponibile totale e pagare le tasse sul restante, progressivamente. Se ciascuno di noi avesse interesse a richiedere scontrini e fatture per pagare meno tasse alla fine dell’anno fiscale, la piccola e media evasione subirebbe una diminuzione drastica, favorendo al contempo i consumi, perchè se io so di avere un reddito di mille sul quale devo pagare il 50%, sto bene attento a non fare nessuna spesa di troppo, perchè cinquecento devo pagare e cinquecento mi rimane. Ma se io potessi detrarre una spesa di 100 dal mio mille, pagando comunque il 50% sul restante, avrei meno preoccupazioni di spendere e più interesse a richiedere scontrini e fatture. Allo stesso tempo, lo Stato rientrerebbe dal mancato gettito del contribuente, grazie al pagamento progressivo delle imposte dirette (Iva e Irpef) sulle aziende costrette, con un meccanismo virtuoso, a battere scontrini e fatture. C’è chi dice che questa riforma sia inutile se non addirittura dannosa, ma visto che il sistema attuale non funziona, ma incancrenisce sempre di più, tanto vale fare una prova, anche se poi basta carta e penna e far di conto per rendersi conto che, come minimo, nessuno ci perde, né lo Stato (che avrebbe alla peggio un gettito fiscale uguale), né il cittadino (che avrebbe più interesse a spendere), né le Aziende (che avrebbero probabilmente più clienti e quindi più ricchezza). Negli Stati Uniti funziona così e se sono in crisi, non è certo dovuto al sistema fiscale, ma alle speculazioni finanziarie ed economiche. In Germania, dove per altro c’è anche una forma avanzata di Partecipazione, funziona così e se stanno subendo anche loro un po’ la crisi, ciò non è dovuto né al sistema fiscale, né a quello economico, ma alla diminuzione dei traffici che stati ottusi e arretrati come il nostro stanno provocando all’economia occidentale. E’ chiaro, comunque, che tutto ciò può avvenire a fronte di un abbattimento drastico dell’attuale livello di tassazione, perchè se un’azienda deve versare metà e oltre del guadagno allo Stato, perchè emette tutte le fatture e tutti gli scontrini, e considerando che un ulteriore 40% dell’incasso finisce in pagamenti a fornitori e spese varie, è facile anche per uno stolto capire che con un 10% di guadagno sul proprio lavoro, l’azienda non avrebbe interesse, né guadagno sufficiente, per continuare la propria attività. Non serve essere economisti, basta carta e penna, materiali che agli economisti probabilmente non hanno mai dato.

Punto Quarto: la formazione.
Abbiamo la forza lavoro più ignorante del sistema occidentale. La conoscenza tecnica, informatica, delle lingue straniere non appartiene ai nostri lavoratori. Nel mondo tecnologico e globalizzato nel quale, volenti o nolenti viviamo, è un deficit da coprire in breve tempo. Visto che le Aziende non investono su questo fondamentale punto, o lo fanno furbescamente senza arrecare reali benefici ai propri dipendenti, che sia lo Stato, a carico delle Aziende, a provvedere alla formazione continua. Oggi, un cinquantenne espulso dal mondo del lavoro, ha grosse difficoltà di reinserimento, perchè magari per trent’anni ha fatto sempre la stessa cosa e non è in grado di reinventarsi una nuova carriera. Hai voglia a dire che il “posto fisso è una noia” quando si è capaci solo di girare una rondella per otto ore al giorno, cinque giorni alla settimana! Ci sono impiegati che non sanno usare excel né un motore di ricerca internet, dirigenti che non conoscono alcuna lingua straniera, competenze ridotte: come si può pensare di essere competitivi nel 2000 con questa deludente preparazione tecnico-culturale?

Punto Quinto: riforme istituzionali e costituzionali.
Il lobbismo è un dato di fatto, che venga istituzionalizzato e portato alla luce attraverso una Camera del Lavoro, rappresentante delle diverse associazioni di categoria e sindacati, che vada ad affiancare una Camera Politica dei Deputati ridotta a non più di cento membri eletti su base regionale, tramite preferenza e per non più di due mandati. Fermo restando che il Governo Politico è della Politica, una Nazione moderna non può ignorare le istanze che vengono dal mondo del lavoro. L’Italia è il paese della burocrazia, dell’indeterminatezza delle Leggi, dell’impossibilità di programmare il futuro: finchè non si risolveranno queste anomalie, il nostro tessuto economico sarà sempre arretrato e debole: solo il dialogo Stato-Mondo del Lavoro può rimuovere questa crasi.

Punto Sesto: riforma della Giustizia.
Perchè non è possibile aspettare dieci anni per avere una sentenza civile! Si proceda a una riforma della Giustizia che semplifichi le Leggi, i procedimenti, le conclusioni. Tabula rasa dell’ammasso di leggi che ammorbano il codice civile, creazione ex novo di un codice che rispetti la tradizione del diritto romano. Si crei una commissione di esperti che possa portare la Legge ad essere moderna e giusta per tutti, cosa che oggi non è né l’una, né l’altra. Purtroppo questo punto è stato offuscato per vent’anni dall’anomalia Berlusconi-Magistrati di Partito, che si vada oltre per il bene di tutto il Popolo Italiano!

Punto Settimo: riforma della scuola dell’obbligo e superiore.
Cinquant’anni di riforme progressiste, hanno ridotto i nostri studenti a un branco di capre che non sanno parlare, né scrivere, in un italiano corretto, per non dire del resto. La Scuola deve ritornare ad essere un’istituzione selettiva, propedeutica, preparativa. Basta con il lassismo, si ritorni alla meritocrazia dei voti e del rigore culturale! Abbiamo un sistema universitario che, nonostante sacche di clientelismo e corruzione morale, riesce a produrre ogni anno laureati di notevole spessore, tanto che il fenomeno dei “cervelli in fuga” è un odioso problema che i punti uno e due di questo programma potrebbero parzialmente risolvere (per risolverlo del tutto, anche le Aziende private dovrebbero fare un salto culturale di 70 anni avanti, passando dal criterio delle anzianità e delle raccomandazioni, a quello della meritocrazia e delle capacità, ma questa è una cosa che la Politica non può risolvere). La stessa cosa non si può dire delle scuole elementari, medie e superiori, ridotte a un cumulo di ignoranza spettrale e imbarazzante, con professori demotivati e studenti incapaci. I giovani di oggi, saranno i dirigenti di domani. Con questa scuola, abbiamo già firmato la condanna alla mediocrità per le generazioni future. Se non si inverte la tendenza, entro trent’anni saremo la repubblica più ignorante del mondo.

Punto Ottavo: la riforma organizzativa dello Stato.
Abolizione delle Regioni e delle Amministrazioni Comunali, creazione di macro-province, distretti, amministrazioni (o il più fascinoso nome di contee), che accorpino su base abitativa, territoriale, geografica quelle centinaia di comuni con un numero esiguo di abitanti, per elargire servizi e funzioni che integrino le richieste dei cittadini senza sottostare a ricatti politici o campanilistici fuori tempo massimo. Ci sono progetti che stagnano per decenni, servizi che potrebbero interessare a più realtà amministrative ma che non partono a causa di gelosie politiche o territoriali che si possono superare con l’accorpamento di comuni più o meno inutili (i quali continuerebbero a esistere formalmente): tutto questo non ha senso! Inoltre, come da più parti registrato, il localismo è una realtà richiesta da molti, per tornare a riappropriarsi delle istituzioni dal basso, fermo restando che allo Stato resterebbero le funzioni di interesse nazionale e quelle ultime di composizione delle divergenze che rimarrebbero. Contestualmente devono sparire tutti quegli uffici parassiti (Comunità Montane, Magistratura delle acque, ecc.) che sono solo contenitori di sprechi, clientele e malaffare, utili solo ai traffici sporchi ma non agli interessi della popolazione.

Punto Nono: l’emergenza abitativa non può più essere rimandata! Mutuo Sociale subito!
La casa è un diritto, non uno strumento ricattatorio per l’usura delle banche! Lo dice anche la Costituzione, in un altro di quegli articoli che probabilmente hanno stralciato dalle copie date ai vari Benigni che strepitano per ogni velata minaccia alla nostra carta costituzionale: Art. 47. La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese. (cfr. http://www.mutuosociale.org/)

Punto Decimo: Centra poco con la politica, ma più con il mondo culturale: eliminazione di qualsiasi contributo finanziario al mondo delle arti!
Che l’arte torni ad avere la pancia vuota e le menti illuminate dal fervore creativo. Di questi letterati, musicisti, poeti, registi che vivono di contributi statali ne abbiamo piene le tasche, soprattutto quando in Italia, patria dell’Arte, della Poesia, della Musica, non compare più alcun talento degno dell’eredità che il Passato ci ha lasciato. Dino Campana scrisse: “non voglio essere un grande artista, ma un artista puro.” Morì povero e in malattia. Come decine di altri, molti dei quali tra i più grandi. Oggi abbiamo solo artisti, se così si può chiamarli, grassi e conformisti. Buttiamoli nella spazzatura, che tanto nessuno, se non le loro cerchie clientelari, se ne accorgerebbe!

Ora tocca agli uomini di buona volontà farsi carico di queste proposte, per accettarle, criticarle, migliorarle, integrarle lasciando stare affiliazioni partitiche contro natura, battaglie sui nomi da inserire nei listoni elettorali, agende che poco hanno a che fare con gli interessi della Nazione. C’è (ancora) qualcuno che abbia un po’ di coraggio e soprattutto spirito politico là fuori o siete solo servi della servitù e giullari di presunta opposizione?

Se volete i nostri voti, dovete accettare le nostre condizioni; di turarci il naso, di scegliere il meno peggio, di far finta di niente, di accettare la mediocrità siamo stufi. Abbiamo pazientato per troppi anni, ora basta!

Alessandro Cappelletti

 

 

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